Morire per rinascere più forti

Nell’immaginario collettivo ogni Nazionale viene associata a una propria identità, tattica o tecnica, o semplicemente a un ideale a cui la avviciniamo, che storicamente è sempre stato il suo marchio di fabbrica e che, senza sapere bene per quale motivo precisamente, sembra dovergli appartenere per sempre, senza potersene staccare per qualche ragione intangibile, condannati a restare fedeli a sé stessi. Il Brasile col futbol bailado, l’Italia col catenaccio, l’Inghilterra col kick and rush e più recentemente la Spagna con il proprio gioco di posizione; hanno tutte fieramente difeso a spada tratta la propria via come la migliore di tutte, e tutte hanno dovuto fare i conti con la crisi della propria identità al confronto del calcio odierno. Ognuna ha giocato così per il semplice motivo che hanno sempre giocato così, ma non sempre la prima strada percorsa è quella giusta, e per restare a galla tocca fare i conti con la realtà, girare le spalle al passato e volgere lo sguardo al futuro.

E la Francia? La Francia si è scrollata di dosso con prepotenza l’etichetta di squadra di giocatori merlettatori, fumosi, inconsistenti, quelli che “si è bravo, ma quando conta…sono presuntuosi, si colorano i capelli, si divertono a ballare ” e frasi simili di cui ogni bar si riempie all’ora dell’aperitivo. Quella Francia è morta, e quella che è nata in questi Mondiali di Russia è la sublimazione del percorso di Deschamps, una squadra che non passerà certo alla storia per la percentuale di possesso palla o per una proposta di gioco innovativa, ma che è pratica all’ennesima potenza e che ha saputo trovare una risposta ad ogni difficoltà che gli si è posta sul cammino, fino a dare l’illusione ai più di essere arrivata in fondo quasi con facilità e più per demerito altrui che per meriti propri.

Ma la verità è che non ha demeriti semplicemente perchè non ha giocato in modo spettacolare: la solidità difensiva di altre squadre viene esaltata, e ogni aspirante hipster dai 18 ai 30 anni appassionato di calcio si è esaltato con la proposta di gioco dell’Islanda, della Svezia in questo mondiale, con il Cholismo dell’Atletico. Noi stessi italiani abbiamo fatto per anni un vanto del calcio difensivo e reattivo, promuovendo la cultura del risultato di cui oggi siamo vittime. Basterebbe saper accettare una realtà che ormai è evidente e accertata: per arrivare alla vittoria non esiste una sola strada, e nemmeno una strada giusta e una sbagliata. Ci si arriva in tanti modi, e la Francia ci è arrivata con quella che non è la strada più creativa, non la più piacevole da vedere, ma con quella più adatta a mettere in evidenza i propri talenti. Non con la strada migliore per noi, come qualcuno avrebbe voluto, ma con quella migliore per loro. Non è stata la Nazionale che piace a noi, e nemmeno deve esserlo, ma hanno comunque meritato, che piaccia o no. Ball don’t lie.

Al netto dei pregi, è però evidente che la Francia non è stata una squadra perfetta: alcune scelte sono state incoerenti con la propria proposta di gioco, le sostituzioni in più casi hanno creato confusione e scompensi, la buona stella è spesso stata dalla loro parte (ma non penso che gli si possa fare una colpa di una situazione imponderabile). Sicuramente può ancora migliorare, e aver vinto il Mondiale non la rende in automatico la Nazionale più forte al mondo, ma è stata senza dubbio quella più forte individualmente in questo torneo, che è stato a livello tattico quello delle squadre reattive, e la Francia è stata quella più completa tra le squadre reattive. A livello individuale, nessuno dei francesi di maggiore responsabilità ha steccato: Pogba, il bersaglio principe delle critiche di inconsistenza, di eccesso di estrosità, come se essere sé stesso fosse un difetto, ha reagito con un Mondiale poco vistoso ma infinitamente importante. Si è messo completamente a disposizione di Deschamps, ha mostrato duttilità, senso della posizione, sacrificio, ha limitato al minimo le palle perse e si è adattato al contesto in maniera encomiabile. Griezmann è stato l’insostituibile perno offensivo per aprire il gas delle ripartenze di Mbappè, che ha sgommato sulle difese di mezzo mondo e ha mostrato tutto il proprio bagaglio offensivo, fatto di accelerazioni improvvise e dribbling secchi, anche se a volte esagerando e leggendo male la singola situazione, ma non si può chiedere tutto alla sua età e la sensazione è che il ragazzo si farà. Umtiti e Varane hanno giocato con maturità e concentrazione, dimostrando tutto il proprio valore e componendo la base su cui poggia tutto il sistema. Soprattutto la crescita di Varane, non solo nel Mondiale ma durante tutta la stagione, lascia intendere che sia giunto a un livello molto alto di rendimento e di coscienza nei propri mezzi. Pavard e Lucas Hernandez sono stati invece la sorpresa e sono cresciuti costantemente, e hanno alzato la propria asticella dimostrando una personalità che non è scontata trovare.

Deschamps ha molti meriti, il principale quello di aver trovato una via, fatta di difesa bassa e ripartenze, con poche complicazioni difficili da assorbire in poco tempo, e di averla seguita con coerenza fino alla fine, fidandosi di sé e del gruppo per mettere a proprio agio gli uomini di maggior talento in squadra, e per questo merita molto credito.

Ma il merito più grosso che ha è stato quello di uccidere la vecchia Francia, quella piena di incoerenze e che era solita illudere, per far nascere la nuova Francia, solida e affidabile. E cambiare identità a una Nazionale è tutto fuorchè semplice.

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