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In ricordo di Marco

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Sono passati sette anni da quella maledetta domenica di ottobre. Da quella gara, da quella curva e da quella scivolata apparentemente innocua, come tutte le altre. Una caduta che ti lascia il rimpianto di aver sprecato per l’ennesima volta la possibilità di agguantare ancora quel podio tanto atteso o magari quella prima vittoria nella classe regina.

E invece no. Da quella caduta Marco non si rialzerà più. Il suo casco bianco e rosso inconfondibile che rotola via inesorabilmente, a lasciare scoperta la chioma, immediatamente ci fa capire che si tratta proprio di lui. Il silenzio assordante che cala nel paddock e il volto dei piloti e degli addetti ai lavori non lasciano scampo all’immaginazione. Il destino ha deciso che quella era l’ultima curva della vita di Marco, proprio sul circuito che gli aveva regalato la gioia più grande della carriera, il mondiale della classe 250 e che beffardamente è identificato con il suo soprannome: Sepang International Circuit, SIC. Come il nome con cui veniva rappresentato nelle grafiche ufficiali che nel frattempo era diventato SuperSic, un supereroe che manca tremendamente al mondo del Motomondiale e non solo.

Simoncelli ha lasciato un vuoto enorme nel motociclismo, nello sport e nelle case di tutte gli italiani. Sempre in grado di farci divertire in pista e mai banale fuori dove sapeva regalare un sorriso con le sue battute e i modi di fare sempre leggeri, con quell’accento romagnolo e qualche parolaccia qua e là a sdrammatizzare anche nei momenti più difficili.

La reazione alla sua scomparsa nelle ore e nei giorni successivi è stata qualcosa di unico, paragonabile a quella di un mito come Ayrton Senna e che ci aiuta a capire quanto era grande l’affetto verso di lui. A partire dai calciatori del Milan, la sua squadra del cuore, che furono chiamati a scendere in campo ancora scossi da quanto accaduto qualche ora prima fino ad arrivare a tutte le persone che andarono a salutare per l’ultima volta Marco a Coriano, il suo paese di origine. E poi ancora due settimane più tardi in occasione dell’ultimo GP della stagione sul circuito di Valencia, con quel minuto “di casino” voluto dal padre al posto del minuto di silenzio e il giro di pista di tutti i piloti del Motomondiale con le proprie moto, capitanati da Kevin Schwantz a condurre per l’ultima volta la Honda bianca con il numero 58.

Quella domenica Michele Pirro andò a vincere la sua prima e unica gara in carriera nella Moto2. Un momento struggente, con il proprietario del team Fausto Gresini visibilmente commosso. Lui che otto anni prima si trovò a piangere un altro dei suoi piloti, Daijiro Kato, scomparso sul circuito di Suzuka a seguito di uno spaventoso incidente.

Una delle frasi più famose e rappresentative del Sic è “Si vive di più andando cinque minuti al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera.” E chissà cosa avrebbe riservato a lui il destino su una moto “come quella”, magari una Honda ufficiale gestita dal Team Gresini per il 2012, anno per il quale si era tornati alle moto da 1000cc decisamente più adatte ad un fisico come il suo. Un’occasione che aspettava da tempo per issarsi con costanza ai vertici della MotoGP che aveva avuto modo di assaggiare con le due Pole Position a Barcellona e Assen e con i due podi a Brno e Phillip Island.

Non più tardi di due giorni fa abbiamo celebrato il settimo titolo mondiale di Marc Marquez, il quinto in MotoGp dal 2013. Un dominio su tutti i fronti, quasi senza rivali e all’orizzonte non si vede chi possa cercare di tenere testa al fenomeno spagnolo nei prossimi anni. E allora con la mente possiamo provare a immaginare a cosa sarebbe stato e sarebbe tuttora un duello tra Marc e Marco, così diversi nel modo in cui sono arrivati al vertice (da predestinato il primo, dopo una lunga gavetta il secondo) e così uguali nella maniera di affrontare le corse, sempre al limite e anche oltre. Le accuse e le minacce che ha ricevuto il Sic in passato quando era ancora un esordiente tra i grandi, in particolar modo dai piloti e dai tifosi spagnoli, si rivedono ora a parti invertite verso Marquez con il tifo e la stampa italiana a condannare un comportamento in pista non sempre impeccabile nonostante ormai sia un pluricampione avviato sulla strada della leggenda.

Marco Simoncelli è morto il 23 ottobre 2011, ma il suo ricordo è vivo ancora oggi. Nei cuori di chi lo ha amato, di chi lo ha tifato e ammirato ma ancor di più ora vive grazie all’impegno di Paolo Simoncelli che in nome del figlio ha fondato la Sic58 Squadra Corse per far crescere i giovani piloti e la Fondazione Marco Simoncelliche si occupa di raccogliere fondi per finanziare progetti in supporto delle persone più deboli.

22 anni, studente di ingegneria informatica e pallavolista fin dall’età di 7 anni. Appassionato di sport e della competizione ad alto livello. In particolare F1, MotoGp, ciclismo e da qualche anno anche NFL.

Davide Bottarelli
22 anni, studente di ingegneria informatica e pallavolista fin dall'età di 7 anni. Appassionato di sport e della competizione ad alto livello. In particolare F1, MotoGp, ciclismo e da qualche anno anche NFL.

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