Penna all’Atleta: Listen to the Honey Badger – by Daniel Ricciardo

Nella quarta puntata di Penna all’Atleta, Vita Sportiva vi propone la lettera pubblicata su The Players’ Tribune scritta da Daniel Ricciardo. Il pilota australiano abbandonerà la sua storica squadra, Red Bull Racing, per iniziare un nuovo capitolo della sua carriera in Formula 1 con Renault Sports.

Dunque… non ho mai fatto una cosa del genere prima e per questo la dedico a tutti quelli che, almeno una volta, si sono trovati, o si trovano proprio ora, davanti a una grande decisione da prendere.

Dopo il Gran Premio d’Ungheria a fine luglio sono volato a Los Angeles, volevo andare via. Avevo bisogno di spazio. Necessitavo di nove ore di volo, Wi-Fi libero e varie altre distrazioni. Dovevo prendere una decisione.

Red Bull, la squadra con cui ho corso per 10 anni, mi ha offerto un nuovo contratto. Ma anche Renault si è fatta avanti. Entrambe le squadre volevano che guidassi per loro e richiedevano una risposta a breve.

Guardandomi indietro adesso, la decisione sul mio futuro in F1 ha impegnato una buona parte del mio tempo e mi ha influenzato nella vita più di quanto pensassi.

Suona un po’ drammatico ma è stata una delle più importanti decisioni della mia vita. Importante come quella che mi ha portato a lasciare i miei amici e la mia famiglia durante l’adolescenza, per andare in Europa ad inseguire il mio sogno di diventare un pilota di Formula 1.

So bene che ci sono persone che devono affrontare situazioni molto più difficili, ma per me questa era una scelta davvero determinante. Ho lavorato duramente per arrivare dove sono ora ed è per questo che sentivo un grande peso sulle mie spalle.

Sono salito su un aereo diretto a Los Angeles e a metà volo, a 40.000 piedi sopra la east-coast degli Stati Uniti, ho interrotto il film che stavo guardando, ho ordinato un bicchiere di vino e mi sono messo a pensare al mio futuro.

Ho chiuso gli occhi e ho ricordato il rumore dei motori.

Sento sempre dire “ho bisogno di fare  chiarezza” e io mi chiedo “chiarezza, ma dove sei?”

In quel momento ho pensato di tutto, davvero, ho pensato a qualsiasi cosa.

Sono tornato indietro a quando tutto è iniziato: vedete, sono sempre stato Daniel. Ho sempre avuto lo stesso atteggiamento, mi piace essere scherzoso, mi piace ridere e divertirmi qualsiasi cosa io faccia.

Quando ero ragazzo avevo un grande poster di Michael Jordan appeso al muro nella mia stanza a Perth: era una foto famosissima di lui al Dunk Contest nel 1988, mentre sta segnando un canestro e si trova a mezz’aria. Lo guardavo ogni giorno prima di andare a scuola e pensavo se mai un giorno sarei riuscito a  diventare bravo come lui. Guardando indietro mi rendo conto che non ero per niente come Michael Jordan – non avevo la stessa aggressività,  ero solo un bambino.

L’istinto della corsa però  correva gia’ nel mio sangue, mio papà è italiano e da giovane correva anche lui. Mi ricordo quando stavo in braccio a mia madre, avevo solo due o tre anni, e vedevo mio padre correre sul circuito di Wanneroo, non troppo lontano da Perth.

Pochi anni dopo sono salito su un kart per la prima volta e mio padre era lì a guardarmi. Quando ho partecipato alla prima gara di kart, mi è stato assegnato il numero 3, non l’ho deciso io, è lui che ha scelto me. Il numero civico di casa mia era il 3, Dale Earnhardt correva col numero 3, quindi “era un segno” mi sono detto.

Abitando in Australia, dovevo svegliarmi molto presto per vedere le gare di F1 e della NASCAR.

Lo giuro, il mio orologio biologico mi svegliava giusto in tempo per ogni gara di Formula 1. Puntavo la sveglia per le 3 del mattino e alle 2.55 ero già sveglio. Scattavo in piedi e mi fiondavo nella stanza dei miei genitori, accendevo la TV e mi sedevo sul bordo del letto per guardare la gara.

Ero sempre molto stanco il lunedì a scuola, ma ne valeva la pena.

Ho vinto diversi campionati locali e alcuni anche più importanti.

La storia che vi sto per raccontare adesso è l’origine dell’Honey Badger.

Penso spesso ai weekend che ho vissuto da piccolo, in particolare ad uno: io e mio padre avevamo guidato verso il circuito per ore. La gara era una delle più importanti della stagione e dovevo partecipare alle prove del venerdì, mio padre aveva addirittura preso ferie. Durante quella sessione di prove non guidai così bene… sapevo che dovevo migliorare. Durante le prove due dei miei rivali stavano duellando tra loro e guardandoli decisi di rimanere dietro a loro per godermi lo spettacolo. Essenzialmente avevo buttato all’aria una stagione intera perché non avevo azzardato nessuna mossa.

Mio padre era deluso e lo capisco bene: aveva preso il giorno libero e aveva appena visto suo figlio – che voleva diventare come Senna o Dale Sr. – buttare all’aria una stagione  intera perché “troppo timido”.

Ho notato come ha smontato il kart in silenzio, ci siamo detti a malapena qualche parola durante il viaggio di ritorno e quando sono arrivato a casa ho chiamato subito un mio amico. Gli ho detto che non avrei mai più corso in vita mia.

Se non avessi più corso, lo avrei capito benissimo. Mio padre conosceva bene il mondo delle corse, sapeva che affinché  il ragazzino-sorridente di Perth potesse farcela, ci voleva un nuovo kart.

Dopo alcune settimane e discussioni con mio papà, ho ricevuto l’aiuto dall’allenatore di un un altro pilota. Mi ha insegnato moltissime tecniche utili, ma la cosa che mi ha aiutato di più è stata la preparazione mentale. Nella mia prima gara dopo quella sessione di prove disastrosa, mi trovavo sulla griglia di partenza col mio coach ed entrambi notammo che un mio avversario stava a circa a 40 metri da noi mentre si preparava a salire sul suo kart.

“Daniel, vai da lui e auguragli buona fortuna” mi disse il coach.

“Io… io non gli piaccio neanche. Lui non mi piace. Perché dovrei farlo?” rispondo.

Combatterai con lui. Vai e fallo”: ricordatevi che avevamo solamente 13 anni.

Ero esitante ma sono stato forzato a compiere quel gesto. Ho camminato verso di lui, l’ho guardato negli occhi e gli ho stretto la mano, augurandogli buona fortuna: la sua presa era debole e la sua faccia sembrava quella di chi aveva appena visto un fantasma.

Quel giorno l’ho battuto. Michael Jordan sarebbe stato fiero.

Quindi… se le persone dovessero chiedervi perché quel ragazzo che corre con Red Bull ha quello strano animale sul suo casco, ditegli che è perché io, Daniel Ricciardo, ho coltivato a lungo il mio honey badger interiore ed è nato nei circuiti di go-kart dell’Australia occidentale.

Da quel weekend in poi, l’Honey Badger è sempre stato il mio spirito guida.

Era il 2007, ero a Estoril (Portogallo) per i junior Red Bull test e l’incontro con Helmut Marko quel giorno ha cambiato le sorti della mia vita. Nonostante Marko riuscisse a farti venire i brividi alla schiena solamente con uno sguardo, guidai bene e mi conquistai la sua simpatia. Quello che posso certamente dire è che quel signore ama le corse e tiene davvero molto alla sua squadra, si capisce che ha una passione fortissima per questo mondo.

Riguardo il Red Bull program: sì, può essere davvero complicato ma lo è per una buona ragione. Correre ai livelli più alti è complicato, bisogna essere pronti ad affrontare moltissimi alti e bassi, e questo lì si impara.

Pensavo fossi pronto, poi arrivò la chiamata e pensai che forse mentivo a me stesso.

Ero nella mia cucina a Milton Keynes (UK) con i miei genitori in una giornata di giugno del 2011. Il mio telefono vibrò sul tavolo e vidi che era Helmut.

“Daniel” disse “guiderai per HRT la prossima settimana al Gran Premio d’Inghilterra”.

Per poco non mi cadeva il telefono dalle mani, sono tornato nel soggiorno e i miei avevano intuito che qualcosa era successo. Ho sputato il rospo subito, comunicandogli che avrei guidato una macchina di Formula 1 da lì a otto giorni: sapevo che non avrei dovut mettere nessuna sveglia per questa gara.

Quel weekend fu grandioso, mi sedetti vicino a Rubens Barrichello durante la conferenza stampa. Avevo dei capelli che uscivano dal mio cappellino – sembravo un’idiota! I media chiedevano a Rubens di darmi dei consigli e io ero lì e pensavo “ho osservato questo ragazzo per tutta la mia vita e lui magari non ha mai sentito neanche il mio nome”.

Dopo la conferenza, Lewis Hamilton mi prese da parte e mi disse “Andrai bene. Guardati un po’ intorno qualche volta e goditelo. Un giorno scriverai un articolo su tutto questo e vorrai ricordare ogni singolo dettaglio”. (No, in realtà l’ultima parte non l’ha detta però ha un fondo di verità). Il fatto che un campione del mondo si sia preso del tempo per venire da me durante il suo GP di casa mi trasmesso una grande serenità.

In gara fui doppiato quattro volte e tutto andò una m**, allo stesso tempo, però, ero contentissimo.

Guidare una macchina di F1 è la cosa più divertente che si possa fare, se corro ancora dopo tutto questo tempo è perché lo trovo sempre molto divertente.

Nessuno si diverte più della Red Bull: l’ho capito quando sono passato da Toro Rosso a Red Bull Racing nel lontano 2014. L’atmosfera era calma e rilassata. Non avevo pressioni, anche perchè nessuno si aspettava niente dal “ragazzino nuovo” avendo Sebastian Vettel nello stesso garage: aveva appena vinto il suo quarto titolo mondiale di fila, ma pur sapendo che sarebbe stata dura, continuavo a pensare che se solo l’avessi battuto anche una sola volta, tutti mi avrebbero guardato diversamente.

Infatti, poco dopo, arrivò il Gran Premio del Canada del 2014, dove conquistai la mia prima vittoria in F1.

Per raccontare questa storia devo iniziare a meno 22 giri dalla fine: ero quarto dietro a Lewis Hamilton (Mercedes), Nico Rosberg (Mercedes) e Sergio Perez (Force India), stavamo per concludere il giro quando vidi Hamilton rientrare in pitlane per ritirarsi. Pensavo “ok, ok, ok, è podio”.

Non avevo visto le Mercedes per tutta la gara ma, dopo alcuni giri, ecco Nico, il leader della corsa: non avevo ancora mai vinto una gara, ma ci ero andato spesso molto vicino. Sapevo che quella era la mia occasione ma dovevo ancora superare Perez. Il problema era che le Force India erano velocissime sui rettilinei e, dannazione, ce n’erano tanti a Montreal! Giro dopo giro volevo avvicinarmi ma non ci riuscivo, stavo perdendo tempo su Sebastian che ormai era dietro di me.

A meno 6 giri, vedevo Sergio frenare molto presto prima di approcciare le curve – stava avendo qualche problema. Passammo la linea del traguardo ancora una volta e capii che quello era il momento di attaccare. Non c’era tempo per  ripensamenti, potevo riuscirci come no, ma dovevo comunque provarci: passai all’esterno in Curva 1 e per un istante pensai di essere andato troppo lungo. Nonostante le due ruote sull’erba, riuscii a controllare la macchina e a completare il sorpasso: P2!

Il prossimo era Nico: sembrava avere un problema che peggiorava sempre di più e, come volevasi dimostrare, a due giri dalla fine riuscii a sorpassarlo… peccato che nell’effettuare la manovra, mi colpì. 

Cercai di mantenere la calma, pregando il mio corpo di resistere ancora per qualche giro.

Quando finalmente passai la linea del traguardo, girai la testa alla mia sinistra e vidi la bandiera a scacchi. Era la più bella bandiera che avessi mai visto. Notai anche che Felipe Massa e Sergio Perez si erano centrati in pieno ed erano usciti prima della Curva 1.

Preoccupato, attivai la comunicazione radio col mio team per chiedere come stessero i due piloti; appena mi confermarono che andava tutto bene, iniziai a festeggiare!

Non dimenticherò mai quel giorno. La mossa su Sergio rimarrà per sempre nella mia memoria: c’era un tempo, quando ero teenager, in cui non avrei mai avuto il coraggio di fare una cosa simile, proprio perché il mio alter ego – Honey Badger – non esisteva.

Tra i momenti che ho rivissuto sul volo per L.A., come non potrei citare la mia vittoria al Gran Premio di Monaco di quest’anno.

Il mio vecchio compagno di squadra Sebastian Vettel è la prima cosa a cui ho pensato quando al giro 28 ho perso potenza: la situazione è gestibile se mancano pochi giri, ma non se ne mancano 50 e un quattro volte campione del mondo ti sta alle calcagna. Dai! Cosa ho fatto per meritarmi tanta sfortuna?

Ho pensato al secondo posto dell’anno scorso, ho pensato a Nico che doveva limitare i danni a Montreal. Ho pensato a quella sessione di prove con i go-kart quando ero ancora troppo timido. Dovevo fare di tutto per vincere a Monaco quest’anno: ho ripassato i punti di frenata e di uso del cambio; sarebbe stato impossibile superarmi ma dovevo comunque distanziarmi dal tedesco sui rettilinei.

Sono stati i 50 giri più stancanti della mia vita, ma alla fine ce l’ho fatta, noi ce l’abbiamo fatta.

Non riesco nemmeno a ricordare le ore dopo la vittoria, è stato devastante. Nonostante avessi voluto continuare a festeggiare, all’una di notte sono tornato a casa perché il mio corpo non ne poteva più. Ero morto. Ho aperto il frigo, preso una birra e mi sono sdraiato a letto. È stata la birra più buona della mia vita (che sia del mio birrificio sono dettagli, haha).

Vincitore del Gran Premio di Monaco, Daniel Ricciardo. Che soddisfazione!

Stavamo per atterrare a Los Angeles e mi sentivo vicino alla mia decisione.

Quest’anno è stato incredibilmente difficile. Mi ripeto che “sono in ballo quindi devo ballare” in qualche modo… però dopo un po’ mi stufo anch’io. Sono umano.

Il messaggio che voglio che tutti capiscano è che Red Bull è molto più di un semplice brand, è una famiglia ed è proprio la rappresentazione di cosa una squadra deve e può essere. Se un team può vincere campionati di football, costruire macchine veloci, ingaggiare i migliori giocatori, organizzare gare di corsa aeree, insomma… di cosa stiamo parlando?

Mi sento estremamente privilegiato nell’aver potuto guidare per Red Bull Racing e per essere stato uno dei tasselli del grande puzzle per 10 anni. Senza la fiducia che  Dr. Helmut Marko mi ha dato nel 2011, non penso che potrei essere qui a scrivere questa lettera. Ricorderò per sempre questa squadra, queste persone meravigliose, questa famiglia.

È stato proprio dopo questo pensiero che ho trovato “chiarezza” in tutto questo caos: sono diventato chi ho sempre desiderato essere proprio al fianco di Red Bull, so di aver dato il massimo per loro e viceversa.

Dovevo ascoltare il mio cuore, dovevo essere da solo per prendere questa decisione. Il cambiamento fa paura, ma so che, nonostante le difficoltà che incontrerò nel prossimo capitolo della mia vita, ci sarà sempre tempo e occasione per essere la migliore versione di me stesso. Questo è tutto.

Il prossimo anno mi vedrete in Renault e ci arriverò con una mentalità aperta e un cuore che arde di passione. Nessuno ha una sfera di cristallo, nessuno può predire il futuro o le conseguenze della mia decisione ma, nonostante questo, sono riuscito a dare una svolta alla mia vita proprio nel momento in cui lo ritenevo opportuno.

Per ora voglio concludere la mia stagione nel migliore dei modi e so già bene che non sarà facile, mentalmente parlando. A fine di ogni giro e dopo ogni curva, il momento di dire addio alla tuta della Red Bull si avvicina. Quando concluderò l’ultimo giro ad Abu Dhabi penso che mi concederò un bel pianto. Forse più di uno.

Sono sceso dall’aereo sperando che la mia nuova avventura sia divertente come quella passata.

Quando sarò vecchio, andrò a scorrere la mia pagina di Wikipedia per sentirmi giovane di nuovo, quindi vorrei dire alcune cose: prima di tutto, voglio leggere che ho vinto almeno un campionato di Formula 1 – penso di averne bisogno, no? Poi, dovrebbe esserci una sezione dedicata all’Honey Badger – se lo merita. Inoltre, spero di poter leggere che in qualche modo io sia riuscito a cambiare questo sport: vorrei che si dicesse che ho lasciato il segno.

Spero ci saranno bambini che guarderanno la F1 ogni weekend e si appassionino allo sport così come è successo a me. Vorrei che guardassero le gare e riconoscano in me un pilota competitivo, ma che allo stesso tempo sa divertirsi e godersi il momento.

Il suggerimento che mi sento di dare a questi piccolini è “qualsiasi cosa voi stiate facendo, ricordatevi di rimanere fedeli a voi stessi”.

Se questo non funziona, “lick a stamp and send it”.

– Daniel

Sono Asia, ho 20 anni e vivo a Milano. Studio “Comunicazione, media e pubblicità” e intanto mi diletto nella scrittura di articoli sportivi sulla Formula 1 e pattinaggio artistico a rotelle.


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