Il grande saggio di Milwaukee

Quando nel 2017 Malcolm Brogdon vince il premio di Rookie dell’Anno, osservando il playmaker dei Milwaukee Bucks non si ha esattamente la sensazione di avere davanti il debuttante tipo della NBA contemporanea.  Brogdon infatti presenta una serie di caratteristiche che stridono con la definizione di rookie così come la conosciamo, specie oggi dove i giocatori al primo anno sono sempre più giovani.

Anzitutto l’età, appunto: 24 anni. Ma in particolare, e appare più come una conseguenza che un fatto casuale, il playmaker uscito dal college di Virginia gioca con un maturità e una leadership rara, tanto da meritarsi in spogliatoio il soprannome di The President. Nell’anno in cui debutta nella Lega il talento scintillante di Joel Embiid (ma in cui scende in campo per sole 31 gare), Brogdon fa suo il premio in maniera meritata.

Due anni più tardi, nella realtà odierna dei Bucks, ecco che il giocatore fin troppo pronto e maturo della stagione 2016/2017 per definirsi veramente un rookie, si trova calato nel ruolo e nel contesto perfetto, per età e responsabilità.

E’ come se quel senso di anacronistico derivato dall’essere più avanti nella lettura del gioco che aveva accompagnato la sua prima stagione NBA si fosse riallineato al suo terzo anno nella lega. Da giocatore chiave di una squadra di vertice, l’ex Virginia veste i panni del veterano con una naturalezza spaventosa.

Malcolm Brogdon è il secondo miglior giocatore di Milwaukee dietro al greco col numero 34 e anche da lui, come dal contributo di Middleton e Bledsoe passano i destini della squadra. Per incredibile che sia infatti, Antetokounmpo non può arrivare in fondo da solo e poter contare su compagni che non tremano quando la palla pesa è fondamentale.

Se poi uno è addirittura in lizza per entrare nel club dei giocatori capaci di chiudere una stagione tirando almeno il 50% dal campo, il 40% da tre e il 90% ai liberi è facile intuire di che pasta sia fatto il playmaker numero 13 dei Bucks; solo lui al momento vanta cifre del genere al tiro: 50.6%, 43.7% e 98.1% (nessuno nella storia NBA ha mai chiuso una stagione toccando queste vette).

Aldilà delle statistiche e le medie stagionali (15.2 punti a partita), l’impatto di Brogdon si misura nella metà campo difensiva (ottimo nella pressione sulla palla) e in attacco dove in alternativa all’istinto e all’esplosività di Bledsoe, il nativo di Atlanta porta in dote letture e pulizia nell’esecuzione. Il tutto senza cambiare di una virgola l’atteggiamento e l’espressione da sfinge egizia d’ordinanza e che ne rafforza l’immagine di grande saggio dentro e fuori lo spogliatoio.

Nella partita di Natale a New York Giannis Antetokounmpo si è preso le luci della scena dominando la gara con i suoi 30 punti e 14 rimbalzi, ma come spesso accade Brogdon è stato uno dei suoi più fedeli scudieri: 17 punti, con 7/14 al tiro e +15 di plus/minus. Senza i picchi offensivi di Middleton, Lopez (specie nelle grandi serate al tiro da tre) e dello stesso Bledsoe la stagione del prodotto di Virginia viaggia sui binari della solidità. E su questa falsa riga dovrebbe svilupparsi la sua carriera.

Ogni grande squadra che ha vinto l’ha fatto contando su uno/due giocatori essenziali e senza fronzoli. Basta pensare ai Golden State Warriors, pieni di fenomeni ma spinti negli ultimi anni anche dalle figure autorevoli di Iguodala, Livingston e West.

A 26 anni Brogdon ha già la maturità necessaria per essere il barometro delle ambizioni di Milwaukee: per ogni problema, chiedere a The President.

 


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