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Penna all’Atleta: How I’ll Remember It – by Brendon Hartley

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Siamo arrivati alla quinta puntata di Penna all’Atleta, e oggi ci ritroviamo a scrivere di Brendon Hartley, che in una lettera pubblicata su The Player’s Tribune, ci racconta del suo addio alla Formula 1. In un testo struggente ed emozionante il neozelandese parla dei suoi sogni, speranze, paure e nostalgie, attraverso la storia di un viaggio in F1 che forse si è concluso troppo presto.

 

“È piuttosto buffo, o forse triste, ma non ti immagini mai la fine, giusto?
Quando ero piccolo, sognavo di come sarebbe stato essere un pilota di Formula 1. Mi immaginavo in una tuta rossa come Jean Alesi. Immaginavo il sapore dello champagne. Mi sedevo sul pavimento della mia stanza a Palmerston North, Nuova Zelanda, chiudevo gli occhi e facevo qualche giro intorno alle strade di Monte Carlo.

Non ho mai pensato alla fine.

E ora – almeno per un po’ – è finita.

Non sono più un pilota di Formula 1.

Non sto scrivendo questo per compassione, voglio solo raccontarti alcune delle storie di uno dei migliori anni – e dico davvero – della mia vita. Voglio solo farti capire come ci si sente a guidare la macchina dei propri sogni. E voglio fare dei ringraziamenti. Perché questo viaggio, questo sport – la mia vita – non è una missione in solitario. Sono qui, e ho fatto le esperienze che ho fatto, grazie alle meravigliose persone intorno a me. Lo so questo. E loro sono parte di questa storia tanto quanto me.

Quindi prima di raccontarti di aver quasi perso il mio sedile durante la stagione, aver guidato sotto pressione come non ho mai fatto prima, e poi l’eventuale fine ad Abu Dhabi, vorrei dirti di come quest’anno è iniziato: con un matrimonio.

Quindi sí, il mio primo anno completo in Formula 1 è stato anche il mio primo anno di matrimonio. Potrebbe sembrare un po’ frenetico, ma sono stato con mia moglie, Sarah, per 14 anni (all’inizio ho detto 12 ma è seduta qui di fianco a me e mi ha dato una gomitata sulle costole; 14 anni, 14 anni). E perciò ci conosciamo piuttosto bene, direi. Abbiamo avuto un ricevimento casual ma bellissimo sull’Isola di Waiheke. Tutto è stato magnifico. Sono seguiti poi alcuni giorni in mountain bike, il che è stato considerato come la nostra luna di miele.

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Dio, ci sto pensando giusto adesso.. che inizio dell’anno è stato. Prima, sposato. Poi, qualche mese dopo, l’inizio della stagione di Formula 1 a Melbourne, non lontano dalla mia casa in Nuova Zelanda.

La prima gara della stagione riguarda il gestire le aspettative. Al nostro team, Toro Rosso, piaceva come sentivamo la macchina nei test pre stagionali, ma Melbourne serve per capire quello che hai – quello che hai veramente. Sapevo di avere una monoposto che potesse guadagnare dei punti, e sapevo di essere capace di portarci lí. Ecco perché l’inizio della stagione è stato così frustrante. So che a volte avrei potuto fare meglio e ho mancato alcune opportunità.

Avrei potuto usare il fatto che da sette anni non giravo come pilota ufficiale come scusa, ma in ogni caso, il punto è che non è stato l’inizio ideale. Sono rimasto positivo e mi sono concentrato sull’imparare da ogni buona – e anche non – situazione che ci trovavamo ad affrontare.

Dopo la prima metà di stagione non potevo fare a meno di pensare al mio amico neozelandese Chris Amon, che era stato nominato “il pilota più sfortunato nella storia della Formula 1“.

Qual è il problema dei neozelandesi in Formula 1?

Colpire uccelli, ritiri al primo giro, penalità sui motori, guasti alla sospensione e altri problemi che non erano sempre stati menzionati pubblicamente, sentivo come stessi seguendo lo stesso percorso.

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Bahrain è stata l’opportunità che più ho sprecato, e una difficile da mandare giù siccome quel weekend avevamo una macchina davvero competitiva (il che è stato oltretutto una sorpresa in quel momento). Avevo il passo per tranquillamente finire bene in zona punti, e il mio compagno di squadra, Pierre, aveva avuto un weekend impeccabile, segnando il suo migliore risultato della stagione.

Non c’era molto tra me e Pierre in qualifica. Ma ho avuto un contatto con un’altra macchina nel primo giro, ricevendo una penalità, il che mi ha impedito di ottenere un bottino di punti importanti. Sono partito dal Bahrain sapendo di avere sprecato un’opportunità di guadagnarmi i miei primi punti in F1. E sapendo di non potermi permettere di sprecarne altri. Sapevo di dover migliorare.

Il mese seguente c’è stato il Gran Premio di Monaco – la gara a cui ogni pilota più desidera partecipare. Io e Sarah avevamo davvero una bellissima vista dal nostro appartamento ed è sempre uno dei miei weekend preferiti dell’anno. Ma per me, è stato difficile, perché quando ci ripenso ora, quello che più mi ricorderò è stato camminare nel paddock per incontrare i media nel mercoledì prima del weekend di gara, ed essere riempito di domande sul mio futuro.

Eccomi qui, una manciata di gare guidate in F1, e mi chiedono della fine.

La parte peggiore della giornata, però, è stato scoprire che c’era un po’ di verità in quei rumors. Dopo qualche gara, c’erano alcune persone, è sembrato, che non mi volevano vedere lí. Sarò onesto, è stato un po’ uno shock. Dopo essere entrato in F1 con una gran quantità di esperienza, due campionati Endurance, una vittoria a Le Mans, ed essere andato meglio del mio compagno di gara in qualifica due volte nelle prime tre gare, era difficile per me credere che già si parlava di rimpiazzarmi così presto.

Però questa è la vita in F1. Questo sport ha così tanto denaro e gente coinvolti, è naturale che ci sia politica. Se sei un fan, lo sai, se sei un pilota, lo vivi.

Penso valga la pena menzionare qui che io ho sempre, sempre, avuto il supporto dei miei ragazzi nel garage. I meccanici, gli ingegneri e tutti in Toro Rosso dedicano così tanto della loro vita lavorando ore e ore per dare al team ed al pilota la macchina più competitiva che possono offrire, settimana in settimana. Ci sono più di 500 lavoratori nello staff in Toro Rosso – perciò non è una sorpresa che la F1 sia uno sport di squadra.

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Sono tornato al nostro appartamento quella sera guardando le pareti del circuito di Monte Carlo, sapendo che, se l’avessi buttata via, se fossi entrato in contatto con quelle pareti quel weekend, la mia carriera in F1 sarebbe finita da lí a pochi giorni. Sapevo che ogni sessione di prove libere aveva un peso importante per me. Ogni tempo cronometrato, ogni risultato sarebbe stato sotto scrutinio e sarebbe stato usato contro di me per liberare il sedile.

È un tipo di pressione che non ha eguali, che non avevo mai provato prima. Ma il modo in cui ho risposto, il modo in cui ho abbassato la testa e ho continuato – è una delle cose di cui sono più fiero questa stagione. Ho segnato dei tempi veloci nelle sessioni in vista della gara, ma la domenica sono stato preso da dietro e ho finito il weekend senza aver dimostrato niente.

Quando succede, sei come ritornato al punto di partenza. Non c’è tempo per essere tristi, perché la pressione è intensa. È la cosa affascinante della battaglia tra i team di mezzo in F1. Ce n’è così tanta per la battaglia per il titolo, ma i team di mezzo, che stanno letteralmente lottando per il loro lavoro, la loro carriera, questa ha un’intensità diversa, che non è sempre ripresa dalle telecamere.

Quella sensazione di dovermi guardare le spalle non è andata via nel corso della stagione. Ma è così. Ogni pilota o atleta di livello professionale deve affrontare la pressione, e ognuno avrà il suo proprio modo per farlo, o magari trasformandola in qualcosa di positivo. La pressione è ovunque in F1 ma la sensazione di essere guardato al microscopio ogni volta, quello è stato qualcosa che non avevo mai sentito prima. Sembrava come se, se per caso mi fossi lasciato andare nella macchina, qualcuno ne avrebbe scritto un articolo. Mi sono davvero sentito più duro nel mio approccio, ero più egoista con il mio tempo nei weekend di gara, e non mi interessavo di ciò che veniva scritto sui giornali o ciò che gli altri pensavano. Ero lì per fare il mio lavoro il weekend, ma qualcosa che facevo spesso era ricordare a me stesso di divertirmi. E credimi, c’è tanto da godersi in una monoposto di F1.

Quando le persone mi chiedono quale sia la cosa più impressionante della F1, di solito dico le qualifiche. Certo, ci sono migliaia di cose che potrei menzionare, tra cui la parte ingegneristica e tecnologica, ma da pilota la sensazione che si prova in qualifica è difficile da descrivere. Il serbatoio del carburante viene svuotato completamente tranne il fumo quando tagli la linea del traguardo, il motore sale fino a 11, le impostazioni dell’aerodinamica e del carico aerodinamico sono massimizzate e le gomme appiccicose che hanno un giro di pura performance. Ci vuole una vita per prepararsi e perfezionare le proprie capacità per portare una monoposto di F1 vicino – ed a volte anche oltre – i suoi limiti in qualifica. È una sensazione che non dimenticherò mai, e so di essere privilegiato ad avercela nella mia memoria. Le macchine di F1 hanno superato quasi tutti i record delle piste nel 2018 e con costanti cambiamenti nei sistemi è possibile che la F1 non sarà mai più così veloce. Un altro modo per provare a spiegare alla persone queste forze è mettendo un peso sul collo. Spingiamo quasi 5 Gs [G-Force, forza gravitazionale] ogni volta che freniamo e giriamo il volante, che equivale a circa 35kg di forza sulla testa ad ogni movimento. Solo nei rettilinei possiamo respirare un attimo, nonostante ci siano le marcie da cambiare e le migliaia possibili impostazioni da attivare (attraverso pulsanti e rotazioni sul volante), il che riempie il tempo a disposizione piuttosto velocemente.

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Quando penso al brivido puro, penso alle qualifiche di F1.

Una tra le altre cose che ricorderò sempre, e che voglio condividere, è il supporto dei fan ad ogni circuito e il supporto che ho ricevuto tornato in Nuova Zelanda. Mi piace pensare di essere un normale ragazzo dalla Nuova Zelanda, ma momenti come quello del Gran Premio di Giappone, con i migliaia fedeli fan di Honda, ti fanno sentire come una rockstar. Ho sempre cercato le bandieri neozelandesi durante le drivers parade. Potremmo essere anche una piccola nazione dall’altra parte del mondo ma puoi trovarci dappertutto, otteniamo ciò che riusciamo ad ottenere e cerchiamo di superarci nella maggior parte degli sport in cui decidiamo di competere.

Grazie ad ogni persona che mi ha supportato lo scorso anno. Dico davvero.

Quei ricordi – quelli con i fan, i miei amici e la mia famiglia – sono quelli che mi verranno in mente quando ricorderò questo periodo della mia vita.

Perché erano lí con me anche durante i successi. I punti in Azerbaijan, Germania, Stati Uniti e il sesto posto in qualifica a Suzuka – questi sono stati alcuni dei momenti chiave in cui ogni cosa era al suo posto. In quei momenti avevo un sorriso ancora più grande e mi sentivo di meritare di essere lí, nonostante sia stato scritto a volte, e potevo essere felice con le persone che più amo al mondo. Sento di averlo mostrato di più nel finale di stagione, in cui guidavo con più sicurezza e tutti i pezzi del puzzle andavano al loro posto più spesso. Guidavo costantemente al livello del mio compagno di squadra o meglio. Avevo imparato la lezione dall’inizio della stagione e ho usato il mio inizio difficile per diventare più forte.

Perciò, quando stavo andando ad Abu Dhabi, sapevo che non importava ciò che sarebbe successo dopo quel weekend, io avrei lasciato il circuito a testa alta.

Ma, come i fan, non avevo idea di quello che sarebbe successo. Questo è il punto della politica in F1, può essere un po’.. scomoda. Tutti sembrano camminare sulle uova, e non c’è sempre chiarezza. Perciò ho fatto tutto ciò che potevo: il mio lavoro. Mi sono qualificato meglio del mio compagno di squadra e ho raggiunto la 12° posizione la domenica.

Un’ora dopo, sono stato chiamato per un incontro.

Qualche minuto dopo, non ero più un pilota di Formula 1.

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Sono tornato nella mia stanza, ho abbracciato Sarah. Ci sono scese un po’ di lacrime (lei è incline alle lacrime), un po’ di tristezza, ma anche già guardando al futuro e ai prossimi passi da compiere. Il mio amico Mark Webber è entrato nella stanza qualche minuto dopo. Sa una o due cose su questo sport, avrei ascoltato attentamente qualsiasi consiglio avesse voluto darmi. Il mio allenatore Rich e il mio caro amico Joe erano anche loro lí con me. È stato bello avere alcuni tra i membri del team a me più cari lí con me, e la più tardi quella sera ho chiamato gli altri che sono stati una parte importante della mia storia.

Nell’incontro non c’è stato molto da dire. Mi era chiaro che da Monaco c’era un piano in movimento per mandarmi avanti.

Era così. Quello a cui pensavo non importava.

Quindi, dopo aver lasciato Sarah e i miei compagni, sono andato al garage e ho detto ad alcuni dei ragazzi che non sarei tornato. È stato difficile. Questi ragazzi e ragazze avevano investito così tanto tempo della loro vita nello sport e nel team, e non ricevono sempre il ringraziamento che meritano, così spesso ci si concentra sul pilota anziché sull’intero team. Io ero un fiero membro di Toro Rosso e Honda, e dire addio quel giorno è stata una delle cose più difficili che io abbia mai dovuto fare.

Ho fatto ancora qualche giro nel paddock, ho ringraziato di cuore quei fan che mi hanno aspettato. È stato tutto piuttosto surreale.

Ho lasciato il circuito con la stessa sensazione di quando sono entrato: fiero.

Fiero dei miei amici e della mia famiglia. Fiero del mio team. Fiero di me stesso.

Mi mancherà, mentirei se dicessi il contrario. Ma sono emozionato per qualsiasi cosa che seguirà. Mentre sto scrivendo questo, sto lavorando per rimettere tutti i pezzi a posto per il 2019 e oltre. Sono fortunato di avere alcune opzioni di fronte a me, ma devo essere sicuro che possano starci. Voglio qualcosa che continui a mettermi alla prova, spingermi e rendere me ed i miei cari felici. La porta della F1 decisamente non è chiusa e l’esperienza che ho maturato in un anno nella classe regina significa che arriverò più preparato e forte a qualsiasi opportunità che incontrerò.

E con questo, chiudo questo capitolo per ora.

Spero di vedervi presto.

Grazie.

— Brendon.”

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Studentessa di 17 anni aspirante giornalista sportiva con una grande passione per Formula 1 e MotoGP, nonché per la scrittura e la comunicazione, sognando di poterne fare un giorno il mio lavoro.

Carolina Camata
Studentessa di 17 anni aspirante giornalista sportiva con una grande passione per Formula 1 e MotoGP, nonché per la scrittura e la comunicazione, sognando di poterne fare un giorno il mio lavoro.

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