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Dare to be great: il viaggio verso l’NBA di Derrick White

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Il 7 ottobre scorso, in una partita di prestagione contro Houston, Dejounte Murray si procura la rottura del legamento crociato del ginocchio destro. Un colpo pesantissimo per lui e i San Antonio Spurs. Convinti di costruire la squadra del presente e del futuro sul prodotto di Washington University, Gregg Popovich e il suo staff si trovano ad affrontare la nuova era (il primo anno senza Duncan, Parker e Ginobili) rivedendo presto i propri piani.

Durante l’estate gli Spurs scambiano Kawhi Leonard e Danny Green per DeMar DeRozan e Jakob Pöltl, e confermano per il resto il solido nucleo di veterani. Ma quello che con Murray si presentava come un roster all’altezza dei playoff, di colpo si ridimensiona. Il suo infortunio priva San Antonio di un super difensore e di un talento in rampa di lancio, ma non solo. L’ambiente infatti rischia di perdere la componente di entusiasmo e gioventù che Murray portava in dote: quale migliore antidoto per superare l’addio di Tony Parker (passato a Charlotte) e la saga-Leonard se non quello di puntare sul nuovo che avanza e respirare l’aria di un sano rinnovamento?

Al contrario, allenare (troppi) giocatori dal potenziale già espresso in tanti anni di carriera rischia di produrre una sorta di livellamento nell’attitudine e nelle motivazioni generali. Il clima di quasi noiosa quotidianità, unito alle difficoltà tecniche nell’inserire DeRozan e giocare un attacco atipico, senza tiro da 3, quando sul parquet c’è anche Aldridge, si riflette sulle prestazioni della squadra che fino a dicembre non ingrana. Ma San Antonio è San Antonio perché a prescindere da tutto, una soluzione la trova sempre. Dopo essere scivolati a sud a livello di record (11 vinte e 14 perse) gli Spurs iniziano a vincere con maggiore regolarità. Perchè sì, Popovich è il solito volpone e disegna un sistema fatto per accogliere le peculiarità dei suoi due migliori giocatori, ma c’è dell’altro. Il brutto ko di Dejounte Murray ha l’unico vantaggio di liberare minuti nel roster per chi, in teoria, ne avrebbe pochi; tra i beneficiari c’è Derrick White.

Nome che dice poco, forse, specie dopo un anno da rookie così così. Ma non ci sono dubbi che il miglioramento di squadra dipenda anche dalla crescita del nativo di Parker, Colorado. Con lui in quintetto San Antonio trova fluidità e ritmo in attacco (al momento è quarta per efficienza offensiva nella Lega) ed è lo stesso White a proporsi come terza opzione per la capacità di giocare in situazioni di pick-and-roll e crearsi il tiro dal palleggio.

Ben presto la sua presenza inizia a pesare sui destini della squadra, tant’è che quando a febbraio si ferma per infortunio gli Spurs perdono quattro partite su cinque. White torna e ne vincono dieci su quattordici (tra cui nove consecutive). Impatto non male per un secondo anno, c’è da dire. La guardia è al momento il giocatore chiave dei texani, in attacco e in difesa dove è già tra i migliori in NBA.

Ma il suo viaggio verso l’elite della pallacanestro americana è stato tutt’altro che scontato. Lo sa White e tutti coloro che ne hanno seguito lo sviluppo, dall’high school fino al Draft 2017.

Rispedito al mittente

“Non importa con quanti coach abbiamo parlato e quanti video abbiamo inviato, la risposta era sempre la stessa: troppo piccolo per poter giocare in Divison I o Division II NCAA”. Queste parole sono del signor White, Richard per l’esattezza, papà di Derrick. Se il ragazzo ci ha messo tanto del suo per buttar giù i pregiudizi sul suo conto, il padre si è sbattuto nondimeno all’alba della sua, del tutto teorica all’epoca, carriera universitaria.

White figlio frequenta la Legend High School di Parker, Colorado dove porta la squadra ai playoff statali nelle stagioni da junior e da senior a 20 di media a partita. Sebbene gli sforzi del papà Richard, però, dopo il diploma non arrivano offerte decenti dalle università del paese. Ma che dire decenti, non arrivano offerte e basta.

I college di New Mexico Highlands, Missouri Western, Concordia University sono solo alcuni dei destinatari dei DVD confezionati per l’occasione da White senior e che puntualmente volano nel cestino, solo rete. “E’ troppo piccolo”, era invece la sentenza di chi almeno si degnava di buttarci un occhio. D’altronde, che il ragazzo non fosse un portento fisicamente non era un mistero: questa foto del primo anno di high school parla da sola.

Photo via Marcus Mason

Come biasimarli, insomma. Sta di fatto che nessuna università si fa viva. Anzi, ce ne sarebbe una che nelle vesti dell’allenatore della squadra di basket, tale Jeff Culver, mostra interesse. Si tratta della Johnson & Wales University con sede a Providence. Due particolari: non offre borse di studio e si è fatta un nome per possedere i migliori programmi di arte culinaria d’America.

Se è vero che in tempi di vacche magre non si butta via niente, White ha ancora del tempo prima di decidere e attende in attesa che qualcosa accada. E accadrà, in effetti. Di lì a poco il già citato Culver diventa allenatore di University of Colorado Colorado Springs (UCCS) che partecipa alla Division II NCAA. La chiamata al telefono dei White è automatica.

Mettersi sulla mappa

Come per il padre in gioventù, Derrick conosce uno sviluppo fisico tardivo ma perfetto nella tempistica, tale da prepararlo al meglio agli anni di college. Ne farà tre a UCCS dove diventa in un amen le stella della squadra; il viaggio che i Lions si guadagnano al torneo NCAA di Division II del 2015 è figlio delle sue prestazioni. Chiuderà da miglior realizzatore nella storia dell’università segnandone poco meno di 26 a partita, prima di essere nominato All-American. E prima, soprattutto, del salto nella Division I.

E’ nuovamente lo stato nativo del Colorado ad accogliere White in una delle conference più toste del college basket USA: la Pac-12. La maglia è quella dei Buffaloes, vestita in passato anche da Mr. Big Shot Chauncey Billups.

“Sentivo di aver fatto tutto ciò che potevo nella Divison II”, il suo commento alla “Decision”“Non ho vinto il titolo però. Per cui ho voluto sfidare me stesso come giocatore e alzare il livello”.

Un anno fermo (per le regole NCAA che parcheggiano i giocatori che cambiano ateneo) e si comincia. Lo allena Tad Boyle. Kansas da giocatore per coach Larry Brown più varie tappe da assistente e head coach nelle università d’America, prima di succedere a Jeff Bdzelik (guru della difesa e attuale membro dello staff di D’Antoni a Houston) sulla panchina di Colorado nel 2010. A Boyle, che fra le Montagne Rocciose ha allenato Alec Burks, Spencer Dinwiddie e Andre Roberson, basta poco per capire di che pasta sia fatto White: “E’ uno dei migliori giocatori all-around che ho avuto. Da noi è passata gente che è in NBA ora e credo che Derrick sia forte abbastanza per andarci”.

A sostegno della tesi, il futuro San Antonio Spurs porterà argomenti validi durante tutta la stagione; ma è il 2017, l’anno dei Lonzo Ball, Jayson Tatum, Markelle Fultz e gli scout non hanno occhi che per loro. Nemmeno lo sbarco nella top 10 di SportsCenter per questa cosina qui (che spazzerebbe i dubbi anche sulla mancanza di atletismo), è sufficiente ad affiancarlo ai grandi nomi del Draft di giugno. Ci pensa lui però, entrando a fine stagione nella miglior squadra della Pac-12 (insieme proprio a Ball, Fultz, Kuzma e Markkanen) e nel quintetto difensivo.

“Nessuno l’avrebbe previsto”, dice di lui Mark Rohn, assistente di Boyle a Colorado: “Era un ragazzino magro che non si pensava potesse giocare al college. Crescere in altezza lo ha aiutato ma devi avere del talento e lavorare su te stesso per farcela”.

To The League

Il Commissioner Adam Silver si è presentato sul palco del Barclays Center di Brooklyn per ventotto volte, senza fare ancora il nome di Derrick White tra le scelte al Draft 2017. Al suo ingresso per la ventinovesima chiamata, nel salotto di una casa di Parker, Colorado la festa è già iniziata.

E’ coach Tad Boyle a comunicare con qualche istante d’anticipo ai presenti la destinazione NBA del suo ex giocatore. Al telefono c’è R.C. Buford, GM di San Antonio che lo ha appena scelto e gradirebbe, insieme a  Gregg Popovich, dargli il benvenuto nella Spurs family“Sono una squadra di campioni. E per me parlare con Pop, uno dei più grandi allenatori di sempre, è qualcosa che non ho nemmeno mai sognato”, le prime parole di White la sera stessa del Draft, circondato tra gli amici di sempre.

Non può mancare papà Richard, ovviamente, che ha sofferto tanto quanto il figlio all’inizio del suo viaggio verso The League. E’ titolare di uno slogan, “Dare to be great”, che Derrick porta cucito sul vestito che indossa per l’occasione e l’accompagna sin da piccolo, come un mantra: “Significa prenditi l’occasione per essere il meglio che puoi. Non preoccuparti di fallire, abbi coraggio di essere grande”.

White, con il padre Richard, celebra l’ingresso in NBA.      (John Leyba, The Denver Post)

L’anno da rookie in Texas è di rodaggio. Assaggia la G League, utile per farsi le ossa, e un infortunio al polso destro lo mette ai box per un po’. Ma impara in fretta e se sei un nuovo giocatore di Popovich parti col piede giusto. Quando Dejounte Murray si infortuna prima della stagione in corso, gli Spurs non hanno alternative: puntare sul ragazzo del Colorado.

Come al college, White risponde alla grande a ogni chiamata, di partita in partita sempre più esigente alla luce della fiducia immediata conquistata nel coaching staff. Va in doppia cifra ventisei volte e supera quota 20 in quattro occasioni: la prima contro Boston (e sono 22 sul box score), poi 23 e 26 contro OKC Brooklyn. Ancora 23 a Dallas (tutte vittorie, fra l’altro) dove domina in difesa su Luka Doncic che quella sera tirerà 5/18.

Quella che per molti sarebbe stata una stagione di transizione, addirittura la prima senza playoff (gli elementi c’erano tutti d’altronde: ritiro di Ginobili, addio di Parker e infortunio di Murray), gli Spurs l’hanno trasformata nel primo capitolo della ricostruzione. In perfetto stile PopovichBuford, chiaro, qualificandosi per la postseason, lo standard minimo della franchigia da più di un ventennio.

Parte del merito va anche a Derrick White, che ha “salvato” l’annata della squadra ringiovanendola nello spirito e nelle prospettive, e accelerando di almeno un anno l’ingresso nella nuova era di San Antonio.

 

 

 

 

 

Appassionato di calcio e basket. Una laurea in Comunicazione Interculturale e un passato nella redazione di Sky Sport 24. Convinto che “se non hai niente da fare e sai scrivere, scrivere è la cosa più bella del mondo”.

Alessio Cattaneo
  Appassionato di calcio e basket. Una laurea in Comunicazione Interculturale e un passato nella redazione di Sky Sport 24. Convinto che "se non hai niente da fare e sai scrivere, scrivere è la cosa più bella del mondo".

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