Una scelta per cambiare cultura

In attesa che la Juventus vada ufficialmente all-in sul nome del prossimo allenatore, la rosa di candidati alla panchina fornisce già indicazioni piuttosto chiare sulle intenzioni della dirigenza. L’ultima campagna europea, naufragata contro l’esuberanza e la proposta di calcio dell’Ajax, ha lasciato un segno: la convinzione, cioè, che a determinate latitudini i grandi campioni arrivano fino a un certo punto. Servono. Eccome se servono, ma non bastano.

Il ‘bel gioco’ rimane un concetto sfuggente e inafferrabile nella teoria ma ben riconoscibile in chi è in grado di esibirlo. Specie se non funge da semplice vanto estetico ma è un veicolo concreto per arrivare al successo. Seppur non sia garanzia di vittoria, com’è ovvio (e come non possono esserlo allenatori e giocatori, d’altronde), sa agire da moltiplicatore delle qualità tecniche e mentali di una squadra. Soprattutto, libera chi va in campo dal peso di fare leva costantemente su sé stessi, un rimedio efficace solamente sul breve periodo. Quando invece ci si affida alla sicurezza che trasmettono i meccanismi e le conoscenze comuni, allenabili e da assorbire col tempo, ecco che il ‘gioco’ si manifesta.

Pur avendo giocato due finali in cinque anni e aver frequentato da protagonista i palcoscenici della Champions League, esportando però un brand calcistico non sempre al passo coi tempi, la Juventus sta pensando di percorrere una nuova strada. Se, come sembra, a Torino vengono considerati i nomi di Sarri, Guardiola e più sullo sfondo Pochettino l’intenzione di voltare pagina e abbracciare un modo di pensare diverso è evidente.

Il tutto passa da un cambio di cultura, prima che di allenatore. Significa infatti ritenere la forma parte integrante della sostanza; l’una dipendente dall’altra e non dimensioni separate o in contrasto. Un passaggio tutt’altro che semplice ma, a quanto pare, diventato obbligato nell’ottica di giocarsi le proprie chance di vittoria con le stesse armi dei top club d’Europa.

L’epoca di Massimiliano Allegri ha consegnato alla storia una squadra capace di esprimere un’applicazione mentale quasi scientifica alle partite. Di vincere prima di tutto con la testa, giocare sulle debolezze degli avversari e attaccare in maniera diretta nella sua semplicità. Un combinato che ha prodotto le due finali del 2015 e 2017 ma anche edizioni di Champions segnate da partite fin troppo passive: l’andata degli ottavi 2018 contro il Tottenham (2-2 in casa), quella dei quarti a Torino contro il Real Madrid (il 3-0 della famosa rovesciata di Ronaldo) o il primo dei due atti contro l’Atletico di quest’anno.

Il doppio confronto con l’Ajax poi, impietoso sul piano del gioco puro, ha evidenziato i limiti di un sistema che si è retto negli anni sui propri pregi e difetti. Senza mai scendere sotto una certa soglia di competitività ma neppure toccando l’apice del tanto inseguito trionfo in Champions League. Da qui la decisione di cambiare.

Arrivata nell’elite del calcio europeo alla Juventus manca il sigillo della vittoria il quale, giusto o sbagliato che sia, varrebbe come effettiva certificazione del suo status. Nella ricerca va forse aggiunta anche una maggiore riconoscibilità del proprio marchio, non tanto dal punto di vista commerciale (nel pieno di una crescita esponenziale) quanto da quello tecnico, in termini di gioco e mentalità. Solo una scelta di forte rottura col passato e incline alle tendenze del calcio contemporaneo potrebbe soddisfare le esigenze di proprietà e tifoseria.

 

Appassionato di calcio e basket. Una laurea in Comunicazione Interculturale e un passato nella redazione di Sky Sport 24. Convinto che “se non hai niente da fare e sai scrivere, scrivere è la cosa più bella del mondo”.


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