Calcio

Il Manchester United e la continua ricerca di sé stesso

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Da diversi giorni i quotidiani inglesi scrivono di come il Manchester United sarebbe intenzionato ad acquistare Harry Maguire dal Leicester per 89 milioni di euro, il che renderebbe il difensore inglese il più pagato nella storia del ruolo. In attesa di conoscerne gli sviluppi, non sorprende più di tanto che gli attori protagonisti della vicenda appartengano al campionato più ricco del mondo, la Premier League, e che la squadra coinvolta sia proprio lo United. Prima di tutto perché storicamente in possesso di budget infiniti e, alla luce degli ultimi anni senza grandi vittorie, avvezza a investimenti ritenuti eccessivi rispetto alla qualità dei giocatori che arrivano a calcare l’erba di Old Trafford.

Fellaini, Shaw (seppur condizionato da un grave infortunio), Schneiderlin, Depay, MartialBailly e Fred sono solo alcune delle firme milionarie, pagate oltre al loro reale valore e mai decisive per i destini della squadra, collezionate negli ultimi anni. Acquisti dettati dall’esigenza di raddrizzare annate inferiori agli standard tradizionali e quindi spesso privi di logica e coerenza. Giocatori di buon livello, ma incapaci di reggere enormi responsabilità dettate dal prezzo di cartellino e dal difficile contesto tecnico generale.

Anche per questo giocatori talentuosi come Mata, PogbaLukaku e Alexis Sanchez (a prescindere dal costo) hanno faticato enormemente nel tentativo di risollevare il Manchester e riportarlo in vetta alla Premier o nelle fasi avanzate della Champions League, un tempo la competizione per eccellenza dei Red Devils. Provando a ritrovare sé stesso, lo United non è mai riuscito a sviluppare una strategia adeguata, diversa dall’ammassare giocatori di anno in anno e assumere nuovi allenatori, uscendo così dai radar del calcio di vertice.

Il declino della squadra più titolata d’Inghilterra coincide col ritiro di Sir Alex Ferguson nel 2013 (dopo aver vinto la Premier, of course), identificabile come un momento spartiacque nella storia recente del club. Il carisma e la personalità dell’uomo più influente mai passato a Old Trafford non è sostituibile e in sua assenza a crollare non è solo la squadra ma l’intera cultura che la sosteneva. Ferguson dimostra così di essere stato molto più di un allenatore, aldilà delle frasi fatte e degli slogan; pur rimanendo nell’orbita United l’influenza che era in grado di esercitare si perde perché fatica a raggiungere direttamente tutte le anime del club.

Il vuoto lasciato dallo scozzese non esita a manifestarsi già dall’arrivo del successore e connazionale David Moyes. Il suo Manchester vince il Community Shield ad agosto ma finirà quel campionato al settimo posto e con Ryan Giggs in panchina, subentrato a Moyes ad aprile. Un mese dopo la proprietà americana annuncerà il nuovo allenatore: Louis Van Gaal.

Conscia di quanto delicata sia la gestione del nuovo corso, la famiglia Glazer si affida a un uomo ritenuto all’altezza del compito in virtù di una forte personalità, spesso divisiva, e delle esperienze vissute in passato. Nelle due stagioni al comando l’olandese rivoluziona la squadra sia tatticamente, provando a imprimere il marchio distinguibile del suo calcio, sia negli uomini. Nell’estate 2014 lo United acquisterà Shaw, Herrera, Rojo, Di Maria, Blind e Falcao e seppur tra alti e bassi (e la percezione che il football predicato da Van Gaal fatichi ad attecchire) chiuderà la stagione al quarto posto senza nessun trofeo.

Per il ritorno in Champions League nel 2015 il mercato sarà altrettanto vivace; arrivano Martial, Depay, Darmian, Schweinsteiger e Schneiderlin ma parte Di Maria, ceduto dopo un solo anno e mai realmente integratosi. Quando sarebbe lecito attendersi un upgrade in conseguenza della continuità stabilità in panchina, il Manchester si inceppa. Mostra limiti di gioco, lontano per estetica ed efficacia da quello predicato storicamente dal suo coach, e nel carattere. Vincerà la FA Cup, ma il quinto posto in Premier e l’eliminazione ai gironi di Champions (più quella agli ottavi dopo la retrocessione in Europa League) costeranno il posto a Van Gaal.

Tre anni dopo il ritiro di Alex Ferguson lo United si ritrova a toccare uno dei punti più bassi degli ultimi vent’anni e alla ricerca di un’identità completamente persa. Il candidato scelto per ricostruirla a capo dell’ennesima rivoluzione diventa José Mourinho. Il portoghese è reduce dall’esonero dal Chelsea e necessita anche lui una rispolverata d’immagine: quale occasione migliore per squadra e allenatore?

Il biennio e mezzo che si consumerà vivrà di un andamento non molto distante dal precedente con Van Gaal, seppur arricchito da tre trofei (Community Shield, Coppa di Lega ed Europa League) in una sola stagione, la prima, che vede però lo United arrivare sesto in campionato. Come per i predecessori, sul mercato non si fanno prigionieri: arrivano Bailly, Ibrahimovic, Mkhitaryan, Pogba, Lukaku, Matic, Sanchez, Fred e Dalot. Nessuno riesce veramente a lasciare il segno e diventare il volto della squadra alla luce dell’addio della bandiera Rooney. Il paesaggio tattico disegnato da Mourinho non si allontana troppo dalle sue precedenti esperienze e impedisce anche a giocatori di grande livello di esprimersi al meglio.

Nel 2017-2018 il Manchester arriva secondo (miglior piazzamento dal dopo Ferguson) in una Premier demolita dai rivali cittadini del City che la vincono con 100 punti, a più 19 sui Red Devils. Come per una sorta di maledizione o più realisticamente per la mancanza di un disegno strategico a lungo termine, in campo e fuori, nel terzo anno di Mourinho la squadra manifesta le croniche difficoltà nel tornare in pianta stabile nell’elité del calcio europeo. A dicembre il portoghese viene esonerato e sostituito da Ole Gunnar Solskjær.

Il norvegese porta una ventata di aria fresca in un ambiente intossicato dalle polemiche scatenate da Mourinho con i giocatori (Pogba su tutti); la squadra torna a giocare un buon calcio e a vincere, anche partite pesanti come il ritorno degli ottavi di Champions League a Parigi contro il PSG. E’ così che a marzo la proprietà decide di rinnovare il contratto di Solskjær per i prossimi tre anni, prima ancora di conoscere l’andamento finale della stagione: fuori ai quarti di finale in Champions contro il Barcellona e sesto posto in campionato.

Le sorti del Manchester United sono adesso nelle mani di una delle sue figure più simboliche per ciò che ha rappresentato da giocatore. Con la benedizione di Sir Alex, Solskjaer proverà a ristabilire cultura e valori di un club iconico in Inghilterra e nel mondo, andati persi con il ritiro di chi li ha fatti crescere e trasmessi. Non si è mai trattato solo di Ferguson, però. Dietro al declino dello United ci sono anche gli addii a catena di Paul Scholes nel 2013, Rio Ferdinand e Ryan Giggs nel 2014 più quelli di Wayne Rooney e Michael Carrick nel 2017 e 2018.

In pochi anni lo United si è ritrovato privo di ogni riferimento che potesse consegnare alle nuove generazioni gli strumenti per capire cosa significhi essere un Red Devil. Questo, più di ogni altra cosa, ha lacerato il club internamente. Con i milioni spesi sul mercato la proprietà e l’amministratore delegato Ed Woodward hanno provato a lenire le ferite, col solo risultato di prolungare il dolore. Per rinascere veramente serve tempo e una strategia, le scorciatoie non pagano.

Con la sua storia e l’attrazione globale sui tifosi, il Manchester United non scenderà mai sotto una certa soglia di competitività e prestigio. Ma da troppo tempo la mistica di Old Trafford non è più la stessa e quella maglia fa un po’ meno paura.

 

Appassionato di calcio e basket. Una laurea in Comunicazione Interculturale e un passato nella redazione di Sky Sport 24. Convinto che “se non hai niente da fare e sai scrivere, scrivere è la cosa più bella del mondo”.

Alessio Cattaneo
  Appassionato di calcio e basket. Una laurea in Comunicazione Interculturale e un passato nella redazione di Sky Sport 24. Convinto che "se non hai niente da fare e sai scrivere, scrivere è la cosa più bella del mondo".

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