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Alle origini di San Antonio: gli Spurs per come non li conosciamo – Parte II

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Nella prima parte di questo viaggio nel passato alla scoperta delle radici degli Spurs, ci eravamo lasciati al momento dell’approdo dei texani in NBA in seguito alla fusione con la lega rivale dell’epoca, l’ABA, del giugno 1976. Insieme a San Antonio, seguirono lo stesso percorso Indiana Pacers, Denver Nuggets e New York Jets andando così a ridisegnare il panorama, anche geografico, della Lega.

San Antonio viene infatti assegnata alla Eastern Conference e vi farà parte per i quattro anni seguenti. Periodo in cui la squadra trova l’agognata stabilità tecnica nella figura di coach Doug Moe, successore di Bob Bass, il quale assume la carica di General Manager. Con Moe il ritmo dell’attacco sale vertiginosamente (111.8 di Pace, il più alto della lega) e a giovarne è il talento strabordante di George Gervin, che già al primo anno in NBA viene convocato per l’All-Star Game. L’impatto degli Spurs nel nuovo campionato è sorprendente (44-38 il record ad aprile) e la squadra, che annovera nel roster George Karl e Mike D’Antoni, si qualifica ai playoff. Boston la eliminerà al primo turno.

Ma superato ormai brillantemente lo scetticismo di chi riteneva giocatori e squadre ex ABA inadatte al nuovo contesto, gli Spurs si presentano mesi dopo con giustificate ambizioni di vertice. A legittimarle ci pensa sempre ‘The Iceman’, George Gervin, che si prende lo scettro di miglior realizzatore NBA grazie a 27.2 punti di media e nei playoff del 1978 sfodera prestazioni ancora più clamorose. Non basteranno però in semifinale contro i più attrezzati Washington Bullets, vincitori della serie 4-2 e lanciati verso il titolo.

Doug Moe durante un time-out. Photo: Express-News

La migliore versione dei San Antonio Spurs di Doug Moe è quella della stagione 1978-79. La squadra ritrova James Silas, reduce da due anni difficili causa infortuni, come spalla di Gervin, e insieme a Larry Kenon (attaccante di razza, per quattro stagioni sopra i 20 punti di media in NBA) va all’assalto dell’anello. Ai playoff gli Spurs superano i Philadelphia 76ers in semifinale 4-3 e ritrovano Washington. Con la Gara-4 in cui si portano sul 3-1 nella serie l’epilogo sembra scontato ma nelle ultime tre tiratissime gare i Bullets di Wes Unseld ed Elvin Hayes compiono il miracolo e vincono Gara-7 tra le mura amiche.

L’eco di quella sconfitta non sarà indolore e si propagherà sino alla stagione seguente dove Moe fatica a rimettere assieme i pezzi e viene licenziato. Ancora oggi, per lui, quell’episodio è difficile da superare: “I miei ricordi a San Antonio sono buoni, ho avuto sempre ottime squadre. Ma ciò che non dimenticherò è la sconfitta dolorosa contro Washington nel 1979”.
Bob
Bass traghetterà gli Spurs ai playoff, ma non oltre il primo turno. Si volta pagina.

 

Gli anni ’80 tra alti e bassi

Di fronte alle prime difficoltà il versatile Bass, figura trasversale e decisiva della franchigia, sveste i panni di coach ad interim e agendo dietro la scrivania ingaggia un nuovo allenatore: Sten Albeck. Noto anche per aver allenato Michael Jordan a Chicago nella stagione 1985-86, il nuovo coach ridona smalto alla squadra, che per tre anni consecutivi torna ai playoff. Quelli della Western Conference, per inciso, alla luce del trasloco degli Spurs sulla costa Ovest.

Ancora una volta, pur talentuosa e attrezzata che sia, San Antonio riesce solamente a sfiorare l’accesso alle Finali NBA. Albeck compie un gran lavoro (153-93 il record nel triennio all’ombra dell’Alamo) ma per due volte ai playoff incontra sulla sua strada i Los Angeles Lakers di Magic & Kareem, che gli indicano la via d’uscita.

E’ il 1983. Le fortune degli Spurs, relativamente agli anni ’80, finiscono qui. Albeck lascia e poco più tardi lo seguirà anche Gervin, inserito in uno scambio e mandato a Chicago. Con la partenza di ‘The Iceman‘ si chiude un capitolo rilevante seppur non vincente della storia della squadra e com’è naturale che fosse, San Antonio fatica a ritrovare un giocatore di quel calibro (quattro volte re della classifica dei migliori realizzatori) per diversi anni.

Nella sua ultima serie di playoff con gli Spurs, già lontani dai loro anni migliori, Gervin regalò comunque spettacolo. 41 punti a Denver in Gara-2. 

Dalla stagione 1985-86 a quella 1988-89 sulla panchina dei nero-argento si alternano tre diversi allenatori, capaci di totalizzare il non invidiabile record di 115 vittorie e 213 sconfitte. In virtù degli scarsi risultati anche gli spettatori, storicamente tra i più fedeli della NBA, iniziano a calare e la lega si interroga sulla necessità di spostare la squadra in un’altra città. Per questi motivi, il debutto in maglia Spurs di un giovane membro della Marina Militare Americana non può capitare in un momento migliore.

 

La rinascita e l’approdo nell’era Popovich

Scelto con la prima chiamata al Draft del 1987, e atteso fino al 1989, alla luce della sua volontà di rispettare l’impegno preso con l’Accademia Navale, David Robinson diventa l’uomo della provvidenza. Calato in una realtà rinnovata e finalmente valida (insieme a lui debutta Sean Elliot, che diventerà un giocatore chiave, e arriva via trade Terry Cummings), il centro riporta San Antonio al vertice. Ma non solo; l’inversione di rotta degli Spurs, guidati in panchina già da un anno da Larry Brown, entra nella storia. La squadra passa da un record di 21-61 a quello di 56-26, torna ai playoff e riprende a ragionare con una visione a lungo termine dopo gli anni di vacche magre precedenti.

 

L’impressionante anno da rookie di “The Admiral”, com’era soprannominato Robinson, nelle immagini e nelle parole dei protagonisti dell’epoca.

Il roster si modella attorno alla figura statuaria di Robinson che domina in lungo e in largo (in attacco e in difesa) pur dovendo fare i conti con centri del calibro di Patrick Ewing e Hakeem Olajuwon, all’apice della loro parabola negli anni ’90. In lui San Antonio ritrova il faro che mancava dagli anni ruggenti di George Gervin ma le similitudini tra le due epoche, segnate dal passaggio di due fenomeni assoluti, interessano anche i risultati di squadra. Come gli Spurs di ‘The Iceman’, anche la versione anni ’90 di Robinson semina più che bene in regular season ma nei playoff raccoglie solo eliminazioni premature. Con coach Larry Brown non si va oltre le semifinali di conference e anche il gruppo guidato dal successore John Lucas incontra il medesimo destino.

Intanto, a San Antonio si è insediata una nuova proprietà. Il businessman locale Peter Holt nel 1993 ha infatti rilevato la franchigia da Red McCombs, uomo di riferimento della vecchia gestione e, mentre la squadra inaugura il nuovo palazzo dello sport, l’Alamodome, viene posato il primo mattone per la costruzione dell’impero più longevo della NBA moderna.

L’Alamodome, casa dei San Antonio Spurs dal 1993 al 2002. Photo: Express-News

Holt interviene subito per sostituire Lucas con Bob Hill in panchina; nella sua prima stagione, 1994-95, gli Spurs vincono 62 partite (scollinando quota 60 vittorie per la prima volta) e David Robinson fa suo l’MVP della regular season. La vecchia guardia formata dall’Ammiraglio, Sean Elliott e Terry Cummings unita ai volti nuovi di Avery Johnson, Vinny del Negro e Dennis Rodman (che rimane un anno solo) ha tutte le carte in regola per puntare al titolo. Per l’ennesima volta però la corsa termina poco prima del traguardo: nei playoff del 1995 la serie di finale di conference contro gli Houston Rockets, in cui va in scena un epico duello RobinsonOlajuwon, pone fine al percorso degli Spurs; un anno più tardi invece usciranno al secondo turno per mano degli Utah Jazz,  gettando all’aria come da copione una stagione regolare da 59 vittorie.

San Antonio colleziona occasioni mancate e morsi a vuoto continui; è competitiva e appartiene ormai all’elite della Lega pur esibendo l’etichetta di eterna incompiuta. Il momento della svolta però è vicino. E si manifesta nella maniera più controintuitiva possibile. Le concrete possibilità di vincere un titolo nascono durante la stagione 1996-97, quella in cui Bob Hill viene cacciato e sostituito dal General Manager dell’epoca, Gregg Popovich. Falcidiati dagli infortuni, di Robinson ed Elliott su tutti, gli Spurs vincono solo 20 partite. Niente playoff stavolta, si va direttamente alla Draft Lottery. Con un discreto colpo di fortuna (il secondo, ripensando alla scelta di David Robinson del 1987) San Antonio pesca la prima scelta assoluta. Il 25 giugno del 1997, nella notte del Draft, David Stern pronuncia il nome di Tim Duncan.

Come si dice in questi casi, il resto è storia. Il primo (incredibile) anno del caraibico in squadra è ancora di rodaggio e gli Spurs, dopo le 59 vittorie stagionali, escono in semifinale ai playoff nuovamente contro Utah. Ma nella stagione 1998-99, che inizia a dicembre a causa del lockout, arriva il primo titolo.

A posteriori, quella vittoria va letta come il momento in cui la franchigia, che ha completato il puzzle strategico promuovendo R.C. Buford come G.M., chiude i conti col passato. E guarda al proprio futuro con una programmazione e conoscenza della materia che nel tempo sarà ammirata e presa a modello. La chiave per più di vent’anni al vertice della NBA. 

Oggi i San Antonio Spurs sono forse arrivati alla fine di una corsa irripetibile. Osservarne decisioni e comportamenti di fronte all’esigenza di ricostruire il proprio domani è doveroso tanto quanto ripercorrere gli anni di un passato troppo spesso dimenticato.

Alessio Cattaneo
Appassionato di calcio e basket. Una laurea in Comunicazione Interculturale e un passato nella redazione di Sky Sport 24. Convinto che "se non hai niente da fare e sai scrivere, scrivere è la cosa più bella del mondo".

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