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Bar Sport VS – NBA: il commento al Draft e alla Free Agency

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Il Draft e la Free Agency NBA 2020 sembravano dover regalare poche emozioni agli appassionati. Il primo non comprendeva giocatori di grande talento come Zion Williamson o Lebron James, mentre le attuali stelle – Antetokoumpo e Leonard, solo per fare un paio di nomi – hanno contratti in scadenza nel 2021. Tuttavia, la lega professionistica americana ha saputo far sobbalzare tifosi e addetti ai lavori anche stavolta.

Vita Sportiva, pertanto, ha scelto di analizzare e discutere alcuni dei momenti chiave di queste ultime settimane, mettendo a confronto le opinioni di alcuni membri della redazione basket. Vediamo quali sono…

© Atlanta Hawks Twitter

1- Iniziamo “giocando in casa”. Danilo Gallinari ha scelto di firmare un contratto garantito per 3 anni a cifre importanti, ma in una squadra che potrebbe avere, al massimo, l’ambizione di passare il primo turno ad Est. Sarebbe stato meglio rinunciare a qualche milione, ma puntare a firmare per una contender?

Paolo Mancini (@PaoloMancini30): può sembrare strano ma la risposta più logica é no! Nessuna squadra da titolo aveva un contratto quantomeno decente da offrire, al di fuori della MLE da 9.3M. Logico e sacrosanto, dunque, declinare offerte molto più basse del suo valore e tentare un’avventura ad Atlanta che, con i suoi asset giovani, può in futuro impostare trade simil Davis-Lakers, consegnandogli un big qualora si presentasse l’occasione. Ridurre l’ingaggio poteva essere un’opzione ma, in assenza di offerte rilevanti, sarebbe stato un autogol svendersi a 9M per un anno e rischiare di compromettere il futuro.

Michele Moretti (MMoretti24): sulla tanto discussa scelta del Gallo dovremmo, prima di tutto, porci la seguente domanda: in questa Free-Agency le contender – che nel suo ruolo erano in sostanza tutte più o meno coperte – lo hanno davvero cercato? Perché la risposta è probabilmente no. Ed ecco allora che il triennale da $61M firmato dall’ex-Thunder assume tutt’altra prospettiva. Atlanta ha un progetto molto interessante, che potrebbe portare risultati importanti in un futuro non lontano. A 32 anni, Danilo ha accettato di partire per la prima volta dalla panchina (e ciò non preclude la possibilità che chiuda le partite in quintetto, ovviamente), comprendendo quanto sia vitale far acquisire esperienza ai numerosi giovani del roster. Se quest’anno il raggiungimento dei Playoffs potrà essere un traguardo soddisfacente, nel 2021/22 gli Hawks potrebbero avere la carte in regola per essere una seria mina vagante all’interno della Eastern Conference. Per concludere, Gallinari non ha firmato in una squadra perdente, bensì semplicemente non ha l’interesse di vincere (il titolo) subito; nell’immediato futuro Atlanta, capitanata da un Trae Young che sicuramente ha portato tanto entusiasmo alla franchigia della Georgia, sarà una delle squadre più intriganti da seguire.

Giulia Picciau (theleosw): a parte rare eccezioni, quando si firma un contratto bisogna mettere in conto che non si potrà avere tutto: soldi, competitività della squadra, possibilità di giocare. Ognuno sceglie quale di queste cose pesi di più, quindi non sono sicura ci sia una scelta “giusta” in senso universale. Non è la prima volta che Gallinari sceglie un contratto sostanzioso, avendolo già fatto con i Clippers pre-Kawhi. Potrebbe quindi sembrare che la firma per gli Hawks rientri in quest’ottica, ma secondo me c’è qualche differenza. Pur senza troppi fuochi d’artificio, Atlanta ha costruito un progetto interessante, in grado di dar fastidio a nomi più accreditati ad Est. Trae Young ha dimostrato di avere un potenziale immenso e di poterlo confermare in futuro. Inoltre, gli sono stati affiancati diversi pezzi chiave per aiutarlo a crescere ancora: Rondo, Bodganovic, Capela, lo stesso Gallo. Credo che, tra le opzioni a disposizione, Danilo abbia scelto la più intrigante.

© NBA

2- I Boston Celtics non si sono mossi molto sul mercato, facendo solo qualche ritocco in alcuni ruoli dove erano maggiormente scoperti. Gli innesti fatti in questa FA saranno abbastanza per il definitivo approdo alle Finals?

Mirko Guarducci(@emmeg2700): secondo il mio parere, i Celtics si trovano, più o meno, nella stessa situazione dell’anno passato. La differenza la farà la freddezza nei momenti cruciali della postseason. Brad Stevens potrà beneficiare dell’arrivo di Tristan Thompson e di giovani tiratori da fuori dall’arco, come Aaron Nesmith, scelta n.14 dell’ultimo Draft. Ciò che, a mio avviso, deve preoccupare i C’s sono le condizioni di Kemba Walker e del suo ginocchio. Probabile per lui il tanto biasimato (giustamente) load management, che potrebbe farlo arrivare nelle migliori condizioni ai play-off. Infine, ritengo che la differenza verrà fatta dal duo Jaylen Brown-Jayson Tatum, il cui talento e la cui crescita sono indiscutibili.

Alessio Cattaneo (a_cattaneo): per rispondere direttamente alla domanda, Jeff Teague e Tristan Thompson non renderanno i Boston Celtics una squadra da titolo. Anche se aver sostituito Kanter con l’ex Cleveland Cavaliers lo considero un ottimo upgrade. Piuttosto, Brad Wanamaker, lui sì, che si era ritagliato uno spazio e un ruolo non da poco in rotazione, potrebbe mancare a coach Stevens. Al di là di chi è arrivato e di chi è andato via, Boston dovrà trovare le risposte ai suoi interrogativi lavorando sul suo nucleo consolidato (Tatum-Brown-Smart-Theis). Di cui non si può dire faccia parte totalmente Kemba Walker, condizionato lo scorso anno da tanti piccoli fastidi fisici ma chiamato adesso (in presenza di gerarchie tecniche più definite dopo l’addio di Gordon Hayward) a liberare le sue doti da scorer puro.

Federico Bollani (@Fedeb0lla1): gli innesti di Teague e Tristan Thompson rendono abbastanza chiara la filosofia in casa Boston Celtics: andare a firmare giocatori d’esperienza, che possono giocare 5-10 minuti ad alto livello per far rifiatare le stelle della squadra, e non farle arrivare esauste a fine partita ma soprattutto ai Playoff, dove si deciderà la stagione. Ricordiamoci poi che i Celtics sono arrivati ad un passo dalle Finals negli ultimi Playoff, quindi la base di partenza per la squadra di Brad Stevens è ottima. Boston si è liberata del contratto di Hayward, che a causa di problemi fisici infiniti non è stato il giocatore ammirato agli Utah Jazz, e ha mantenuto intatta l’ossatura centrale della squadra. Avendo risolto il problema Hayward, i Celtics si ritrovano con un’altra grande gatta da pelare: a chi affidare il ruolo di leader tecnico. Tatum, Brown, Walker e Smart hanno dimostrato più volte che sono capaci di caricarsi la squadra sulle spalle e portarla alla vittoria, ma per puntare seriamente al titolo bisogna mettere in chiaro delle gerarchie. Se Boston dovesse risolvere questo problema, partirebbe nel gruppo delle favorite ad Est, insieme a Milwaukee e Miami.

© Sue Ogrocki/Associated Press

3- Dalla scorsa estate OKC ha imbastito una serie di trade che le hanno permesso di avere un numero considerevole di scelte nei prossimi draft. Questa strategia ricorda da vicino quella messa in campo dal 2013 dai Boston Celtics. Si tratta di una strategia sostenibile e che può portare buoni risultati a lungo termine o si rischia di finire in un eterno limbo?

Federico: il rebuilding non è mai una scienza esatta, soprattutto in una Lega in continua evoluzione come la NBA. Ci sono esempi positivi di squadre che, attraverso questa strategia, sono riuscite ad assemblare ottime squadre nel tempo, come i Celtics, ma altre, come i Kings e i Suns, che non sono riuscite ad uscire dal limbo nonostante da anni abbiano le migliori scelte. Nel Draft, non è importante la quantità, ma la qualità: un singolo giocatore, come Doncic, Young, ma anche gli stessi Tatum e Brown per restare all’esempio dei Celtics, possono da soli cambiare le ambizioni di un’intera franchigia. Inoltre, un altro aspetto da tenere in considerazione, è che le scelte di OKC dipendono dalle altre franchigie. Se queste franchigie (Clippers e Houston su tutte) dovessero continuare a fare bene, OKC avrebbe sì tantissime scelte nei prossimi anni, ma sarebbero scelte con minore valore rispetto alle scelte da Lottery. Infine, va considerato anche il valore dei prossimi Draft: un conto è avere 4 scelte in un Draft che comprende Kobe, Nash, Ray Allen e Iverson (come quello del 1996), un conto è invece pescare in un Draft privo di talenti cristallini come quello del 2020. Insomma, OKC deve sperare che le pick accumulate si trasformino in pick da Lottery, e poi dovrà essere brava a scegliere i giocatori giusti per iniziare un ciclo vincente.

Paolo: non é una strategia perfetta a prescindere ma per uno small market come OKC che non attrarrà mai stelle é l’unica percorribile. Presti l’ha applicata in modo eccellente, creando una prospettiva al draft molto allettante viste le scelte di Clippers e Houston, che ben presto potrebbero rivelarsi preziosissime, visti i malumori di Harden e il disordine nello spogliatoio losangelino. Non dimentichiamo l’opzione di farne un pacchetto per arrivare ad un giocatore importante. Parola chiave: pazienza.

Giulia: chiunque segue la NBA da almeno una decina di anni ricorda l’estate del 2013, quando Danny Ainge smontò letteralmente quello che restava di una corazzata in cambio di un numero impressionante di scelte al draft. Quella che allora sembrava una mossa azzardata e senza cuore ha permesso a Boston di tornare rapidamente al vertice ad Est grazie all’inaspettata implosione dei Nets. Dall’estate del 2019 sembra che OKC si stia muovendo sulla stessa falsariga e anche oltre, accumulando un numero esorbitante di pick nei draft a venire. Si tratta di una strategia interessante e, a mio avviso, preferibile al tanking svergognato messo in atto da altre franchigie (vedi Phila e Lakers pre-LeBron), ma che presenta comunque molti rischi. Innanzitutto perché il draft non è una scienza esatta, e molti prospetti che sembrano “the next big thing” al college potrebbero deludere le aspettative. Un altro motivo che rende questa scelta rischiosa è stato evidenziato proprio nei Celtics 2017/2018. Anche ammettendo che il talento di un giocatore passi “al piano di sopra”, c’è comunque bisogno della guida di un paio di veterani. Quell’anno il core di giovani scelti proprio al draft arrivò ad un passo dal bottino grosso, mancando l’appuntamento con le finali proprio a causa dell’inesperienza e della paura di vincere mostrata nelle gare 6 e 7 delle ECF. Gli esempi di successo, tuttavia, non mancano. Basti pensare ai Warriors degli ultimi anni: prima di diventare “ingiocabile” grazie alla firma di Durant, GSW aveva pazientemente costruito un roster d’eccezione proprio scegliendo al draft i giocatori giusti. Infine, Presti ha già dimostrato di saper scegliere al draft (Durant, Westbrook, Harden), quindi potrebbe potenzialmente trasformare in oro tutte quelle pick.

© Getty Images/Ringer illustration

4- Chris Paul è uno dei cinque giocatori ad aver sempre fatto i Playoffs negli ultimi 10 anni, mentre i Suns sono una delle due squadre a non aver mai disputato la Post-Season. Quale delle due strisce s’interromperà in questa stagione 2020/21? Il talento, l’esperienza e la leadership di CP3 permetteranno alla franchigia dell’Arizona di tornare ai Playoffs?

Mirko: come ben sappiamo, la Western Conference è tosta e comprende un gran numero di squadre attrezzate per fare la post season, ma l’esperienza di CP3 e la definitiva maturazione dei Suns potrebbero far finire quest’attesa. È partito Kelly Oubre Jr, ma è arrivato Jae Crowder, un rimpiazzo più che eccellente e pronto da subito, soprattutto dopo l’ultima esperienza con gli Heat. Un altro pezzo è la conferma della second unit, che ha ben figurato nella bolla di Orlando, oltre all’arrivo del promettente Jalen Smith. Le potenzialità ci sono, why not?

Paolo: il futuro dei Suns, più che dalle mani di Paul e Booker (già consolidati), passa da quelle di Ayton, prima scelta giunta all’anno della verità: sarà in grado di essere un lungo dominante? In caso di risposta negativa, i playoff potrebbero essere un miraggio in un Ovest super competitivo, considerando anche la partenza di Oubre direzione Warriors.

Michele: premettendo che il selvaggio West non regala niente a nessuno, soprattutto in una stagione dove, purtroppo, giocherà un ruolo importante anche il numero di casi di positività al COVID-19 di ciascuna squadra, i Phoenix Suns si presentano al via di questa annata 2020/21 con ottime chances di Playoffs. CP3 ha dimostrato a Oklahoma City come sia ancora in grado di trascinare una squadra a risultati al di sopra delle aspettative, dunque è un valore aggiunto notevole. La sua leadership sarà fondamentale, in particolare per le due punte della franchigia, ovvero Devin Booker (candidato ad essere uno dei Top 5 realizzatori della Lega quest’anno) e DeAndre Ayton, dal quale ci si attende sia una crescita tecnica che sul piano professionale. Va sottolineato, poi, che il mercato di PHX non è stato solo la trade per CP3. A rimpiazzare Kelly Oubre Jr. sono arrivati dei veterani di ottima affidabilità come Jae Crowder ed E’Twaun Moore, a cui si aggiunge l’innesto di Langston Galloway e le conferme di Jevon Carter e Dario Šarić. Sotto la saggia guida di Coach Monty Williams, i Suns hanno tutte le credenziali per strappare un biglietto per la Post-Season. Alla sua sesta stagione nella Lega, D-Book si merita ampiamente di calcare per la prima volta in carriera un palcoscenico Playoffs.

© Ronald Martinez (AFP)

5- In conclusione, vista la situazione eccezionale, è quantomai opportuna una domanda relativa alla pandemia. Quanta e quale influenza avrà il Covid-19 sulla stagione, dopo che è uscito il protocollo relativo all’eventuale positività di un giocatore (stop minimo di 12 giorni anche se asintomatico, quindi 5-6 partite out) e pure alcune stelle – Luka Doncic in primis – hanno affermato che chi avrà meno positivi sarà avvantaggiato?

Mirko: il Covid-19 ha avuto e avrà un ruolo fondamentale nelle varie discipline sportive. Le assenze causate dal virus potranno essere un vantaggio come un’enorme perdita per ogni squadra. Come abbiamo già visto negli altri sport, sarà importante la vita condotta dagli atleti al dì fuori dei centri sportivi, che dovranno isolarsi quasi totalmente al fine di evitare brutte sorprese. La professionalità e il buonsenso faranno la differenza. Tuttavia in NBA, come già dimostrato nella bolla di Orlando e dai risultati dei tamponi effettuati qualche giorno fa (48 positivi su 546 test), questi principi non godono di rispetto assoluto.

Giulia: la stagione 2019/2020 è stata salvata grazie al completo isolamento dei giocatori nella bolla di Orlando. Questo è stato possibile perché mancavano poche partite più i playoffs alla conclusione, e non sarà sostenibile in caso di campionato “completo”. Di conseguenza, per consentire lo svolgimento regolare della stagione, è stato emanato un protocollo che dettaglia le procedure da seguire per trasferte, controlli e gestione di eventuali casi positivi all’interno del roster. Di sicuro le squadre in cui dovessero riscontrarsi dei positivi sarebbero svantaggiate rispetto alle altre. I giocatori positivi, infatti, dovranno stare lontani dal campo per almeno 12 giorni (10 di isolamento pieno più 48 ore per riprendere ad allenarsi in solitaria), che al ritmo con cui si gioca in NBA vuol dire perdere 4-5 partite. A tutto questo si aggiunge la questione del peso delle assenze, visto che non tutti i giocatori hanno la stessa importanza all’interno di un roster. Lo svolgimento delle gare all’atto pratico sarà ancora più complicato, visto che presumibilmente non ci saranno solo casi isolati all’interno di uno spogliatoio, e qualche squadra potrebbe trovarsi in condizioni di emergenza. Si tratta sicuramente di condizioni difficili, ma non sono sicura che si sarebbe potuto gestire la faccenda in maniera diversa, a meno di sospendere del tutto il campionato, che però considero infattibile per molti motivi. Starà anche alle franchigie stesse e ai giocatori fare in modo di limitare le occasioni di contagio, assumendo e promuovendo un comportamento responsabile.

Alessio: giocare nel mezzo di una pandemia è un’esperienza di cui qualsiasi sport al mondo sta facendo conoscenza. Sotto questo aspetto l’NBA si muove in un terreno sconosciuto perché l’isolamento nella bolla di Orlando, per quanto riuscito, non può essere replicato nel lungo periodo; a breve le squadre, i giocatori e gli staff torneranno a viaggiare e a spostarsi aggiungendo un’incognita rispetto all’andamento dell’imminente stagione. La Lega sta facendo di tutto per sensibilizzare le franchigie ad applicare le precauzioni del caso al fine di limitare i casi di positività, che tuttavia sono già stati riscontrati. Indubbiamente il COVID sarà un fattore e avrà un impatto sui risultati di squadra tanto quanto gli infortuni sul campo: dalla capacità di riuscire a conviverci dipenderà la buona riuscita della stagione.

Hanno collaborato Paolo Mancini, Mirko Guarducci, Michele Moretti, Giulia Picciau, Alessio Cattaneo, Federico Bollani.

Immagine in evidenza: © Getty Images / Ringer Illustration

La Redazione
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