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Bar Sport VS – Tour de France 107

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“Bar Sport VS” prova a riprodurre l’atmosfera di un gruppo di amici seduti ad un tavolino di un bar che si confrontano sui temi più caldi del momento. Ad ogni domanda rispondono più membri della nostra redazione, facendo così emergere i diversi punti di vista. Viene affiancato a questa rubrica l’omonimo programma “Bar Sport VS Live” che va in onda sul nostro canale YouTube.


Riflettiamo a freddo su quello che è stato il Tour de France 2020. Cinque domande per riallacciare il nastro sul primo Grande Giro della stagione.

La corazzata Jumbo-Visma al servizio di Primoz Roglic è stata battuta da Tadej Pogacar, quasi sempre solo sulle grandi salite. Si tratta di un caso eccezionale oppure anche da soli si può vincere un grande giro?

LUCA (Luca_Monta_): Da romantico vorrei tanto dire che da soli si può ancora vincere un grande giro, ma temo fortemente che quello a cui abbiamo appena assistito si sia trattato di uno degli ultimi casi rari. Senza nulla togliere al più che meritato trionfo di Pogacar, dietro al successo del baby fenomeno bisogna considerare anche un grosso errore di valutazione della Jumbo Visma, che probabilmente si è concentrata esclusivamente sul cercare di indebolire le altre squadre rivali e non ha considerato come una minaccia il solo corridore dell’UAE Emirates. Aggiungerei anche quanto sia stato evidente dal Tour appena concluso che in salita un solo uomo difficilmente faccia ancora la differenza, mentre i “tatticismi” di squadra stiano prendendo il sopravvento, e solo la cronometro, sottolinerei individuale, della penultima frazione sia stata in grado di ribaltare i valori. E ricordiamo che senza quella cronometro, la vittoria della Grande Boucle sarebbe stata presumibilmente decisa da un ventaglio. Quindi la mia idea – sperando vivamente di dovermi ricredere già dalle prossime corse a tappe – è che più passa il tempo e più la squadra incide in un grande giro, nel bene o nel male.

DAVIDE (@BottaDavide): Nel Tour delle corazzate ha vinto l’uomo senza squadra. Fa uno strano effetto per chi è stato abituato a vedere lo squadrone britannico controllare la corsa in ogni momento.
Pogacar ha sfruttato il lavoro della Jumbo per disfarsi insieme a Roglic dei rivali più pericolosi e poi con un istinto killer ha atteso l’unico momento in cui Roglic era solo e vulnerabile per sferrare l’attacco decisivo. Senza la tappa dei ventagli si sarebbe trovato in maglia gialla già a metà Tour, costringendo la Jumbo a metterlo in difficoltà con una serie di forcing e attacchi impossibili da parare.
Tendo a credere che si tratti quindi di un caso isolato dettato dal percorso particolare e per quanto questo scenario sia meraviglioso, ritengo che sia giusto che resti una perla rara nella storia dei Grandi Giri. Nel ciclismo ci emozionano sì le imprese dei campioni ma quelle dei gregari aggiungono la magia di questo sport.

Fuori le salite storiche, tappe di montagna fin da subito e l’inedita crono a La Planche des Belles Filles. Cosa ne pensi del percorso?

GIUSEPPE (@realpeppons): Per me bocciato su tutta la linea! Mancavano troppi dettagli in grado di rendere la Grande Boucle la corsa più nervosa al mondo. Innanzitutto la mancanza di almeno due cronometro individuali da circa 80 km complessivi, tappe in cui gli scalatori avrebbero perso parecchio e di conseguenza avrebbero attaccato lungo le rampe delle montagne sopra i 2000 mt, che quest’anno però sono mancate. Salite di altitudine superiore ai 2000 mt, che, diciamocela tutta, fanno davvero la differenza (basti pensare all’Iseana 2019…!). In ogni Tour che si rispetti devono esserci almeno 4 tra Tourmalet, Galibier, Izoard, Iseran, Agnello affinché lo scalatore puro possa recuperare sul passista scalatore che sopra i 2000 ha qualche difficoltà. Insomma, speriamo in un 2021 più ad alta quota.

Miguel Angel Lopez trionfa nella tappa 17, l’unica con arrivo oltre i 2000m sul Col de la Loze. ©A.S.O/Pauline Ballet

LUCA: Il percorso di questa edizione non mi ha convinto, personalmente. Nonostante abbia apprezzato notevolmente le ascese della terza settimana, soprattutto l’inedito Col de la Loze e la cronoscalata de La Planche des Belles Filles, non ho digerito che l’organizzazione abbia tralasciato tutti gli arrivi in salita storici, ma soprattutto che non si sia mai scollinato oltre i 2000 metri di altitudine ad eccezione della già citata 17^ tappa. Aggiungerei anche il paradosso di quel paio tappe mosse della prima settimana lunghe quasi 200 km che non hanno regalato nulla di più allo spettacolo. Preferirei qualcosa di più bilanciato.

Molti corridori hanno deluso le aspettative, altri hanno sorpreso in positivo. Quanto ha influito il lockdown sullo stato di forma dei partecipanti al Tour 2020?

MARCO (@Laemmedimarco): Il lockdown ha influito eccome sulla condizione dei corridori. Fin dalla ripresa della stagione c’è stata un’immagine banale, ma ricorrente e significativa a ricordarcelo. Numerosi sono stati infatti i corridori che abbiamo visto fare ripetutamente stretching sulla sella, stiracchiare la schiena. Tanti di questi hanno dichiarato pubblicamente i problemi fisici, causa spesso delle ore trascorse sui rulli e di una ripartenza accelerata. Per me molte delle sorprese o delle delusioni derivano proprio dalla “qualità” del lockdown che queste ultime hanno vissuto. C’è chi si è preparato al meglio, vedi Jumbo-Visma, e chi invece evidentemente ha trascurato qualche lato della preparazione ad una stagione che durante il lockdown non si sapeva realmente quando fosse ripresa. È entrato in gioco sicuramente anche il fattore emotivo, in dei mesi delicati per tutti noi e quindi anche per degli atleti abituati ad una routine inarrestabile. Qualcuno nel gruppo ha inevitabilmente pagato tutto questo, a favore di altri.

DAVIDE: Quando sono ricominciate le competizioni sportive dopo il lockdown si è parlato molto del fatto che a fianco ai nomi dei vincitori in questo 2020 andrebbe messo un asterisco. Se n’è parlato per i playoff NBA, per l’inedita Champions League, per le stagioni sprint dei motori e inevitabilmente anche nel ciclismo con una stagione compressa in pochi mesi. L’assenza di competizioni ha condizionato la preparazione ai grandi eventi ormai da anni impostata secondo il calendario. Per questo non c’è da stupirsi se il vincitore uscente Egan Bernal è incappato in tre settimane no, oppure se Wout Van Aert si è dimostrato competitivo sia allo sprint che sulle grandi montagne. È una stagione anomala e così va presa anche se più di qualcuno dopo la cronometro finale, avrà cancellato il piccolo asterisco scritto a matita a inizio Tour.

GIUSEPPE: Il lockdown è stato vissuto dai corridori in maniera del tutto diversa l’uno dall’altro. I colombiani hanno sì pedalato, ma farlo in casa e non a quasi 3000mt ha influito molto sulla preparazione e di conseguenza sulla condizione durante le corse. Gli europei hanno avuto molta più “normalità” poiché per entrare in forma basta un unico ritiro in altura, peraltro fatto a poche settimane dall’inizio del Tour. L’esempio più lampante è il confronto impietoso fra Pogačar e Bernal. Il primo, vincitore del Tour e con due mesi di pedalate in casa ha mostrato una condizione eccellente, il secondo, vincitore uscente, senza preparazione su strada ha avuto mille mila problemi di condizione. Non vediamo tutti l’ora di rivederli combattere durante una stagione normale.

È stato un Tour de France all’insegna delle nuove leve, il vincitore è tra queste. Chi ti ha colpito di più e pensi che possa fare bene anche nelle prossime grandi occasioni?

LUCA: Partiamo da un dato. Due tappe su tre sono state vinte da atleti under 26 (dalla classe 1994 in giù). Era già nell’aria dall’anno scorso, ma adesso ne abbiamo la convinzione: stiamo assistendo a tutti gli effetti ad una sorta di ricambio generazionale globale. Mi aspettavo che Pogacar potesse giocarsela con i migliori per la maglia gialla, ma mai avrei pensato che sarebbe salito sul gradino più alto del podio. Avevo già adocchiato Hirschi, che secondo me nei prossimi anni diventerà uno degli uomini più temibili nelle classiche. Abbiamo scoperto un van Aert tuttofare e che sa fare tutto molto bene. Tuttavia, sono rimasto più sorpreso, per quanto inaspettato, da Søren Kragh Andersen: già maglia bianca due anni fa al Tour, non va forte solo nelle prove contro il tempo, ma si è rivelato un grande cacciatore di tappe. Penso che il 26enne danese in futuro possa togliersi delle soddisfazioni in alcune tra le più note corse di un giorno.

©PresseSports/Bernard Papon

MARCO: Una carrellata di giovani si è imposta sulle strade della Grande Boucle di quest’anno. Tadej Pogacar è il secondo vincitore più giovane di sempre, il più giovane dal 1904, quando Henri Cornet vinse a 19 anni dopo la squalifica dei primi quattro giunti a Parigi. Solo l’anno scorso avevamo assistito alla vittoria del quarto corridore più giovane di sempre, Egan Bernal, che quest’anno è mancato nella lotta delle giovani leve. Chi ha impressionato di più sicuramente è stato Marc Hirschi, non a caso premiato anche come il più combattivo del Tour. Sicuramente un nome noto ai più appassionati per le sue grandi prestazioni tra gli Under 23, a partire dalla stupenda vittoria nella prova in linea del Mondiale 2018 ad Innsbruck (c’era anche Pogacar che arrivò settimo). Una fame di vittoria incredibile quella di Hirschi, che l’ha spinto più volte a provarci. Ambizioni sostenute da una condizione ottimale e da una lettura della corsa fenomenale. Lo rivedremo spesso davanti.

Scegli una tappa, un corridore e un momento da ricordare di questo Tour de France.

MARCO: La ventesima tappa resterà di diritto nella storia, ma quella andata in scena due giorni prima, la diciottesima, da Méribel a La Roche-sur-Foron occuperà un posto nel cuore di tutti noi. L’abbraccio sul traguardo tra Michal Kwiatkowski e Richard Carapaz, compagni nel Team Ineos, è una cartolina perfetta da questo Tour 2020. Un corridore che ricorderò è Primoz Roglic, improvvisamente da “Robocop” e dominatore a corridore scomposto, arruffato, incredulo e sconfitto. Verrebbe da definirla come una “tragica parabola umana”, ancor più per chi come me l’ha vissuts con quel “senso di partecipazione alla fatica degli sconfitti”, tipico dei tifosi francesi. Il momento da ricordare potrebbe essere sintetizzato nei due episodi che ho citato precedentemente, ma aggiungo una scena stramba fuori dalla corsa: la premiazione finale sugli Champs-Elysees dove nella foto di rito delle quattro maglie erano presenti due manichini, uno con la maglia a pois e l’altro con la maglia bianca. Entrambi rappresentavano Tadej Pogacar, vincitore di quelle due maglie, ma che indossava allo stesso tempo la maglia gialla al fianco di Sam Bennett, maglia verde. Lo sloveno, il primo di sempre, ha “cannibalizzato” questo Tour.

©A.S.O/Pauline Ballet

DAVIDE: La tappa che più mi ha emozionato è stata la numero 7, la tappa dei ventagli. Prima la Bora ha scremato il gruppo lasciando indietro i velocisti poi la Ineos ha dato il colpo di grazia mettendo nel sacco diversi uomini di classifica tra cui il futuro vincitore Tadej Pogacar. Se devo scegliere un corridore dico Tom Dumoulin, che si è messo a disposizione di Roglic per tre settimane senza battere ciglio e senza creare problemi. Ha lavorato molto sulle salite finali e nonostante questo è riuscito a chiudere in top 10, un grande applauso a lui. Il momento personalmente più emozionante è stato l’arrivo a quattro nella tappa numero 11, con Ewan a spuntarla su Sagan (poi retrocesso), Bennett e Van Aert. Un mix di eleganza, forza e varietà cromatica che solo le volate al Tour de France riescono a regalare.

Hanno collaborato Davide Bottarelli, Marco D’Onorio, Giuseppe Greco e Luca Montanari.

Immagine in evidenza: ©A.S.O./Pauline Ballet

La Redazione
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