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#BarSportVS: “The Last Dance”

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Eccoci tornati con un nuovo numero della rubrica #BarSportVS. Questa volta ci concentriamo sulla produzione cinematografica “The Last Dance” del quale si è parlato moltissimo nelle ultime settimane e se ne parlerà per molto altro tempo ancora. Buona lettura!

Quali sono le motivazioni del suo enorme successo? Da quest’ultimo il basket, inteso come movimento sportivo, potrebbe trarre dei vantaggi concreti? Inoltre, il grande riscontro potrebbe essere dato anche dal fatto che è stata trasmessa durante una pandemia dove tutti eravamo a casa?

GIULIA (@thleosw): Di sicuro l’essere uscita in un periodo “particolare” ha aiutato il successo della serie ed ha amplificato l’enorme impatto culturale che avrebbe avuto senza la pandemia. Nonostante questo, credo che le motivazioni principali del suo successo siano da ricercare nel fatto di essere partiti da qualcosa che conoscono praticamente tutti (negli anni ’90 il volto globale e vincente della NBA erano i Chicago Bulls, nella fattispecie Jordan, Pippen e Rodman) ed aver raccontato quell’ultima stagione con molti retroscena. Credo che molti sportivi non appassionati di NBA siano stati attratti dalla possibilità di sapere qualcosa in più su quella squadra mostruosa, sui co-protagonisti e sugli avversari. Per quanto riguarda l’influenza della serie sulla visione del basket come movimento sportivo, non credo che The Last Dance” presa singolarmente avrà un effetto determinante, perché si concentra sulla narrazione di una singola lega sportiva dal punto di vista di un numero abbastanza ristretto di persone al suo interno. Ovviamente, sull’ultimo punto, sarei felice in caso i fatti dovessero smentirmi.

FEDERICO (@FedeB0lla1): La motivazione principale del suo enorme successo è sicuramente la presenza di Micheal Jordan, lo sportivo più famoso di tutti i tempi, al pari di Muhammad Ali, e il racconto dei suoi iconici Chicago Bulls, per molti la miglior squadra di tutti i tempi.
A queste due enormi motivazioni si è aggiunto il fattore pandemia, che ha alzato l’interesse generale fino a rendere “The Last Dance” una delle serie televisive più viste di sempre, facendola uscire dalla sfera del mero documentario sportivo.
Infine, penso che l’unico vantaggio che il basket, soprattutto NBA, possa trarre dal successo di TLD sia in termini di visibilità, anche se per la lega di Adam Silver questo è l’ultimo dei problemi.

RICCARDO (@rick_orso): “The Last Dance” è la celebrazione dei fallimenti e soprattutto dei successi, di uno dei più grandi sportivi di sempre e dell’epoca, a livello di iconicità al pari dei Maradona, Alì e Federer, se non un gradino più in alto. La struttura in docu-serie su La piattaforma delle serie in streaming Netflix, ne ha amplificato il clamore, aumentando l’attesa tra i due episodi e i successivi. La storia dei Bulls di quegli anni è a grandi linee conosciuta ai più, baskettari e non, ma la ricchezza di aneddoti raccontata dai protagonisti di allora ne ha aumentato l’interesse. Non so se sia stato così ovunque, ma la quarantena ne ha alimentato la discussione, finendo ogni lunedì tra i Trend Topic dei vari social e diventando la serie Netflix più riprodotta mettendosi alle spalle “La Casa di Carta”. D’altra parte come il brand Air Jordan si è in parte slegato da Nike, Micheal e i suoi non aiuteranno, più di quanto fatto allora, il movimento.

Dennis Rodman è arrivato a Chicago nel 1996, all’età di 35 anni. In quell’epoca, quale altro allenatore sarebbe stato in grado di gestire “The Worm” come ha saputo fare Phil Jackson, concedendogli i suoi vizi in modo tale da farlo rendere al 100% in campo quando contava di più?

MAURO (@heavyrock70): Quasi certamente nessun altro allenatore. Come disse Chuck Daly, coach di Rodman a Detroit, “non si può domare un cavallo selvaggio”. Jackson seppe riconoscere e accettare la personalità di Rodman, guadagnandosi in cambio il rispetto del giocatore. Lasciare Rodman libero in alcune circostanze, come la famosa vacanza di 48 ore a Las Vegas, obbligava lo stesso Rodman a dover dare il massimo al ritorno in campo, altrimenti si sarebbe delegittimato agli occhi del coach e dei compagni.
Tuttavia, il solo Phil Jackson non sarebbe stato sufficiente. Più volte nel documentario si fa cenno alla presenza fondamentale di Jordan e Pippen quali leader della squadra. Lo stesso Krause afferma come non avrebbe mai preso Rodman se non ci fossero stati Jackson, Jordan e Pippen.

GIUSEPPE (@realpeppons): Credo che oltre Phil Jackson, altri allenatori dell’epoca che avrebbero potuto gestire magistralmente l’affare Rodman, sarebbero stati Pat Riley, uomo tutto d’un pezzo ma con un’intelligenza cestistica superiore, il compianto Flip Saunders, altro omone dal cuore d’oro e infine George Karl, uomo che ha gestito tante teste calde ma sempre alla perfezione. In fin dei conti, Rodman, se messo nelle giuste condizioni e cioè in campo 110% e fuori eccessi estremi, ha un impatto devastante sul parquet. Questi allenatori, oltre al grandissimo Phil avrebbero tranquillamente potuto gestirlo.

Dennis Rodman con Hulk Hogan. ©EPA

MARCO (@MarcoDeGirolamo): Far rendere al meglio e soprattutto riuscire ad essere funzionale al proprio modello e stile di gioco è il segreto per portare il rendimento di un giocatore come era Dennis Rodman sempre ai massimi livelli. Chuck Daly ci riuscì, però era un Rodman ancora non così famoso per la sua vita fuori dal campo, e meravigliosamente ci riuscì, come ben sappiamo, Jackson a Chicago. In mezzo a queste due esperienze ci fu la parentesi San Antonio dove però, anche se i risultati a livello sportivo furono buoni, non ci fu mai la scintilla tra Rodman e il mondo Spurs che poco sopportava alcuni atteggiamenti. Forse oltre che alle dipendenze di un coach con un elevato carisma, Rodman sarebbe dovuto andare anche in una piazza con un livello di pressione di un certo tipo. Quindi direi che in quel tempo i Knicks allenati da Pat Riley sarebbero stati forse l’unica altra meta dove Rodman avrebbe trovato un allenatore capace di entrare nell’animo di un personaggio così particolare.

“TLD” ha fatto emergere la volontà di tutti i giocatori del roster, ossia provare a vincere il settimo titolo.
Sarebbe stato possibile o sarebbe stato un fallimento?

FEDERICO: Forse risulterò una voce fuori dal coro, ma oggettivamente il ciclo vincente dei Chicago Bulls finì nella stagione del sesto titolo.
Certo, la stagione 1998/1999 fu una stagione davvero strana, caratterizzata dal lockout che diminuì il numero di partite da giocare, ma i Chicago Bulls si sarebbero presentati con una squadra i cui migliori giocatori, Jordan e Pippen, avrebbero avuto rispettivamente 36 e 34 anni, con il secondo martoriato dagli infortuni e che di certo non avrebbe dato l’aiuto necessario a Jordan per poter vincere il settimo titolo.
Inoltre i campioni a fine stagione furono i San Antonio Spurs di Duncan e Robinson, che con la loro altezza, abbinata ad una sopraffina tecnica, sarebbero stati un rebus irrisolvibile per la difesa dei Bulls.

MAURO: Non credo avrebbero vinto ancora. Erano già esausti alla fine del 1998, Jordan e Rodman non più giovanissimi, Pippen con costanti problemi fisici. Soprattutto, Jackson non sarebbe stato il coach.
Il lockout della stagione 1998-99 avrebbe potuto essere un elemento a favore dal punto di vista fisico, tuttavia credo fosse giunto il momento della fine della dinastia Bulls e dell’inizio di quella Spurs.

PIERLUIGI (@pierfino21): È vero, se solo Jerry Reinsdorf e Jerry Krause avessero voluto sicuramente la dinastia Bulls avrebbe potuto vivere un altro atto conclusivo. Ma, ne sarebbe valsa la pena? Mi spiego meglio. Tralasciando tutti gli attriti tra giocatori e front office e le diverse dinamiche interpersonali esaminate in tutta la serie, la fine di “The Last Dance”, oltre a descrivere l’ennesima impresa di MJ, Scottie Pippen e compagnia nei Playoffs 1998, ha evidenziato come, ormai, i Chicago Bulls di Phil Jackson fossero distrutti a livello fisico e mentale. Eppure, nonostante tutto, avrebbero potuto ancora raggiungere le NBA Finals nella stagione 1998-1999. Nella stagione del primo titolo dei San Antonio Spurs targati Popovich-Duncan, la Eastern Conference non si dimostrò così competitiva come negli anni precedenti. Basti pensare che i New York Knicks, partendo con l’ottavo seed, arrivarono fino in fondo con un roster qualitativamente inferiore rispetto a quello che nel 92-93, sotto la guida di Pat Riley, mise paura ai Bulls del primo three-peat nelle ECF. Se aggiungiamo anche una stagione ridotta a causa del lockdown NBA (50 partite di RS in totale), possiamo certamente assumere che quei Chicago Bulls potessero ancora recitare un ruolo da protagonista nella post-season 1999. Sarebbe bastato per vincere l’ennesimo anello? Non credo. Tim Duncan e David Robinson sarebbero stati un matchup scomodo per una squadra fisicamente in fase discendente e, nonostante tutto, quelli Spurs dimostrarono di essere solidissimi, potendo contare su un The Fundamental straordinario (23.2 pts, 11.5 rebs, 2.6 blks in 43 minuti di media (!) ) ed una rotazione esperta e talentuosa al punto giusto (pensate che Steve Kerr era il nono uomo nella rotazione di Pop quell’anno).

Nonostante tutto quello che traspare da “TLD”, Jerry Krause è uno degli artefici principali della dinastia Bulls. Secondo voi, può essere considerato uno dei migliori (se non il migliore) GM di sempre in NBA?

PIERLUIGI: L’unica cosa che non ho apprezzato a pieno del documentario riguarda sicuramente Jerry Krause e la narrativa creatasi sulla sua figura. Nonostante sia evidente la difficoltà del GM dei Bulls nel gestire la pressione mediatica e le tensioni di spogliatoio, i problemi che Krause ha avuto con Phil Jackson e parte del roster dal 1991 in poi non possono cancellare tutto quello che invece è stato in precedenza. Perché uno dei principali artefici dei Bulls è proprio il braccio destro di Jerry Reinsdorf, no doubt.

Partiamo dalla genesi: Jerry Krause diventa GM dei Bulls nel 1995, a un anno dal Draft che consegna alla Windy City His Airness. Subito, si avvede della situazione ‘tossica’ presente nello spogliatoio e cerca di creare l’ambiente perfetto per la crescita del fenomeno scuola UNC. Di seguito, alcune delle operazioni con cui Krause ha costruito i roster del primo e secondo 3-peat:
– scambia Olden Polynis per scelte (una di queste Scottie Pippen) più pick swap su scelte future e la promessa dai Seattle Supersonics di non scegliere B. J. Armstrong al Draft 1989 (scambiando Brad Sellers);
– seleziona Scottie Pippen e Horace Grant in un NBA Draft 1987 che presentava pochi ali/lunghi di livello, escluso David Robinson alla #1. Saranno in totale 7 le All-Star selezionate in quel Draft: 3 ali/lunghi, 4 esterni. Indovina chi?
– scambia Charles Oakley e una scelta al primo giro del Draft 1988 (Rod Strickland) a New York Knicks per Bill Cartwright e una prima scelta 1988 (Will Purdue)
– Firma in FA dal 1985 al 1993 John Paxson, rifirma Craig Hodges (acquisito in cambio di Ed Neale ed una seconda nel 1989), Bill Wennington, Steve Kerr e Ron Harper
– seleziona Toni Kukoc con la scelta #29 al NBA Draft 1990
– scambia Will Purdue per Dennis Rodman

Un decennio immacolato tra scelte, scambi e decisioni in offseason che ci consegnano la prova inconfutabile di come Jerry Krause, unendo ottime doti di scouting, intelligenza manageriale e abilità strategiche fuori dal comune, rappresenti ad oggi il punto di riferimento di ogni GM in NBA. Sbaglierà diverse volte dopo l’addio di Phil Jackson e della ‘Invincibile Armada’ Bulls, ma quella striscia dal 1985 al 1998 rimane impressa nella mente di molti come la perfezione in termini di Basketball Operations nella storia della Lega. Uno dei migliori (se non il migliore) di sempre.

RICCARDO: Jerry Krause è forse il personaggio più discusso della serie, nel bene e nel male. Da un lato il rapporto burrascoso con Pippen e Jackson e di rimando con MJ. Dall’altra la difesa dei fan della serie e della franchigia. Un General Manager non viene pagato per essere simpatico allo staff, i giocatori e i tifosi, ma deve essere colui che prende scelte difficili. Nato scout del baseball, arrivato ai Bulls per costruire una squadra intorno a Micheal, cacciò Doug Collins per prendere coach Zen, scelse Pippen e Horace Grant, semi sconosciuti all’epoca, per poi consegnare nel ’96 una testa calda, ma dal talento indiscusso come Dennis Rodman. Alcune macchie sul suo ruolo e scelte ci sono, come la “Oakley trade”, ma è forse l’ispiratore di suoi colleghi futuri, come Danny Ainge, Mitch Kupchak e Pat Riley, che han costruito una franchigia vincente attorno ai Big Three dei Celtics, Lakers e Heat. Se non il miglior GM Nba, Jerry Krause verrà ricordato (HOF 2017) tra i più grandi.

MARCO: Nella serie Krause viene spesso dileggiato, quasi “bullizzato” soprattutto da Jordan. Però diventa difficile non essere d’accordo con lui quando rivendicava anche per la dirigenza i meriti di così tanti successi. Certo aveva Jordan, ma il riuscire a costruirgli intorno, per così tanti anni, squadre vincenti è senza dubbio in gran parte anche opera sua e dei suoi collaboratori. Certo, si può pensare che sia stato un errore dichiarare ad inizio stagione 1997 che sarebbe stata l’ultima di coach Jackson, però un errore di comunicazione non può cancellare di certo l’ottimo lavoro svolto sino a qual momento.

I Magic di Penny e Shaq, i Pacers di Reggie Miller, i Jazz della premiata ditta Stockton-Malone, i Knicks di Ewing, i Suns di Sir Charles: tutte squadre storiche che hanno dovuto arrendersi davanti alla dinastia Bulls: la storia di quale franchigia è stata più condizionata dal ritorno di MJ al basket nel 1995? E perché?

GIUSEPPE: Iniziamo dal principio: il ritorno di Jordan ha tolto certezze alle restanti squadre della Lega. I Magic avevano Grant, Penny e Shaq eppure non sono riusciti a mettere fine alla dinastia Bulls. Semplicemente loro non erano pronti. Discorso opposto per l’Indiana di Reggie, Mullin, Smits, Jackson e Davis, e la Utah di Stockton, Malone, Hornacek a mio avviso le due migliori squadre del 1997-1998. Non avevano fatto i conti però con tutta la fame di vittorie del 23 rossonero che come abbiamo visto, nei momenti decisivi non ha eguali nella storia. Per quanto riguarda i Suns di Barkley, anche qui, senza storia la risonanza tra i due one man show delle franchigie, ma la squadra che più di tutte ha subito il ritorno di Jordan è senza dubbio i Knicks di Pat Ewing, i Pistons degli anni ‘90 per intenderci: brutti, sporchi e cattivi. Solo che Jordan, dopo aver fatto la gavetta e aver preso sberle sul finire degli anni ‘80 ha deciso che anche la componente fisica nel basket è fondamentale, ed ecco allora che chiunque è stato sconfitto.

GIULIA: La risposta più banale, che avrei dato prima di vedere il documentario, ricade sugli Utah Jazz: ancora oggi sono convinta che Stockton e Malone siano stati una coppia meravigliosa da vedere in campo, e che abbiano raccolto meno di quanto meritassero. Dopo aver visto il documentario, mi sorge il dubbio che in realtà i più penalizzati dal ritorno di MJ siano stati i Pacers di Reggie Miller: dopo aver visto la serie, in particolare la parte sulle finali di Conference del 1998, sono convinta che anche a loro la strada per le finali (e chi lo sa, forse per l’anello) sia stata sbarrata solo dalla sfortuna di trovarsi a fronteggiare quei Bulls.
Ma la storia è andata così, e quella finale Pacers-Jazz rimarrà soltanto nei miei sogni.

FEDERICO: MJ e i Chicago Bulls hanno infranto i sogni di molte franchigie nel corso degli anni ’90.
Gli Orlando Magic arrivarono in finale nel 1995, eliminando proprio i Bulls nell’anno del ritorno di Jordan, per poi soccombere negli anni successivi
I Knicks e i Pacers riuscirono, dopo le tante delusioni nell’era Jordan, a conquistare la tanto agoniata finale, rispettivamente nel 1999 e nel 2000, ma persero entrambe ad un passo dalla gloria.
Ma se tutte queste franchigie riuscirono ad avere altre occasioni, una non ebbe più l’occasione di tornare in finale e provare a vincere il titolo: gli Utah Jazz.
Una squadra spettacolare, guidata da Stockton e Malone, ma che aveva gregari di lusso in Hornacek, Russel e Carr, che arrivò in finale nel 1997 e nel 1998, e mise in seria difficoltà i Bulls, che dovettero aggrapparsi a due prestazioni leggendarie di Jordan, il “Flu Game” nel 1997 e i “4 punti in 40 secondi” nel 1998, per impedire ai Jazz di conquistare il titolo.

Hanno collaborato Federico Bolla, Riccardo Corsolini, Marco De Girolamo, Giuseppe Greco, Pierluigi Ninni, Giulia Picciau, Mauro Saccol.

Immagine in evidenza: ©Andy Hayt/NBAE via Getty Images

La Redazione
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