A ruota libera

George Floyd: l’urlo della giustizia

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25 maggio 2020, Minneapolis, Minnesota.

“I can’t breathe”

Minneapolis, Los Angeles, Oakland, Phoenix, St. Louis, Las Vegas, Atlanta, Tucson, Brooklyn, Dallas, Philadelphia, Memphis, Miami e Washington. In tutte le città d’America le persone si sono radicate in strada per George Floyd e l’omicidio che lo ha visto tragicamente vittima e protagonista. In America, e nel mondo, le oppressioni sociali date dalle differenze etniche, religiose e di colore della pelle sono tornate a farsi sentire sempre più forte, anche per via del populismo politico che ha colpito il mondo dal 2007 ad oggi. In tutto il mondo ci sono minoranze che subiscono ingiustizie, torti e atti di violenza: in Italia sono i migranti, in Cina è il giovane movimento democratico della popolazione di Hong Kong e negli Stati Uniti sono tutte quelle minoranze che, soprattutto dopo l’avvento della presidenza Trump, si sono sentite messe all’angolo.

Whitney Curtis – New York TImes

Gli Stati Uniti d’America stanno vivendo, anche a causa della pandemia COVID-19 nel mondo, una delle peggiori situazioni economiche dei tempi recenti. Molte persone hanno perso il lavoro, altre ancora hanno aggravato il peso dei loro debiti per sopravvivere a quella che è a tutti gli effetti una grandissima carestia economica. In un paese in cui la sanità non è gratuita, nel quale un tampone ha un costo esagerato per una famiglia media americana, il peso delle scelte comincia a farsi sentire.

Abbiamo il sistema sanitario più imprevedibile e costoso del mondo, e iniettare il caos di un’epidemia al suo interno significa esporlo a ogni debolezza e a ogni sorta di fallibilità”.

Caitlin Donovan – le cui parole sopracitate sono sue – spiega come il nuovo codice di fatturazione spinga a spese mediche di qualità e quindi ad uno sviluppo che andrà a standardizzare il prezzo dei test. Come già detto in precedenza la situazione negli USA è drammatica e le persone, come meglio possono, fanno il massimo per cercare di sopravvivere a l’impatto economico da una parte e al virus dall’altra.

Dopo questa prima premessa riguardo la situazione COVID-19 in America, è doveroso però farne un’altra: lo slogan “I can’t breathe” fu usato già una prima volta nel 2014, quando Eric Garner morì a seguito di una mata leao (presa dal collo da dietro le spalle) eseguita dal poliziotto Daniel Pantaleo nel momento dell’arresto. In NBA Derrick Rose indossò – insieme ai Chicago Bulls – la t-shirt “I can’t breathe”, e a loro volta lo fecero LeBron James, Kyrie Irving, Kobe Bryant e tantissimi altri giocatori. Fu un urlo agli abusi di potere delle forze dell’ordine nei confronti della legge prima e delle persone di colore poi.

La morte di Garner scatenò a sua volta una serie di avvenimenti, tra cui spicca quello di Colin Kaepernick che a partire dall’estate del 2016 smise di alzarsi durante l’inno nazionale, come forma di protesta nei confronti della società statunitense per l’oppressione delle minoranze. Il suo gesto venne ripreso a più riprese da altri atleti, inizialmente nella NFL (dove Kaepernick giocava nel ruolo di quarterback nei San Francisco 49ers) e in seguito anche a sportivi provenienti da altre leghe americane. Nel marzo del 2017 il giocatore dei 49ers dovette rescindere il contratto con questi ultimi e, di risposta, citò la NFL in giudizio per quello che, secondo lui, fu un accordo tra i proprietari delle squadre per non permettergli di giocare.

Steve Kerr (tra i vari esponenti dello sport americano) si fece avanti e dichiarò che Colin Kaepernick non riusciva a trovare una squadra in cui giocare perché queste ultime gli preferivano giocatori dello stesso livello o, addirittura, di livello inferiore.

L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2017 non è stata la causa del razzismo in America. No. Il razzismo negli Stati Uniti è radicato nella società, e di conseguenza negli individui. In una nazione che conta oltre 328 milioni di abitanti è facile imbattersi in individui che odiano chi è diverso da loro. Per mille motivi: il retaggio familiare, la convinzione di un noi e un loro, la situazione economica, il lavoro. L’arrivo di Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America non è stata la causa, ma una delle conseguenze del razzismo odierno in America. Trump è diventato il portavoce di un paese bigotto, chiuso, che propina le proprie verità e che, se attaccato, distrugge chi lo offende. Si è passati dalla figura di Barack Obama, il primo Presidente di colore, la personalità giusta per cambiare la situazione delle minoranze negli Stati Uniti d’America, a quella di un uomo – ancor prima che figura politica – che accusa chi lo contraddice di propinare fake news.

Il gesto di Kaepernick però non si limitò solo allo sport, ma diventò virale quando la Nike, nel 2018, decise di dedicare uno spot al giocatore americano e alle minoranze negli USA.

Believe in something, even if it means sacrifing everything”, credi in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto. Era questa la frase chiave del video commerciale lanciato dalla Nike, una lotta che si era fatta sentire al di là dei campi da gioco ed era diventata (e lo è ancora oggi) un urlo alla lotta per i diritti delle persone di colore e delle minoranze etniche nel territorio degli Stati Uniti d’America (e non solo).

Si creò così una spaccatura totale, con il governo Trump che dal primo giorno delle elezioni si presentò con la promessa del pugno di ferro nei confronti degli ispanici (tanto che, dal 1988 e per la prima volta fino ad oggi, non ci sarà nessun rappresentante della minoranza ispanica al tavolo della White House Cabinet Room). “Gli americani, prima di tutto”, la facciata di un protezionismo radicale che colpirà dal 2017 ad oggi le minoranze nel territorio statunitense. A questa politica e al suo leader, Donald Trump, risponderanno tantissime figure di spicco dello sport, del cinema e della televisione. LeBron James, Oprah Winfrey e Mark Ruffalo, ad esempio, hanno preso posizione contro la nuova presidenza ultra-repubblicana degli USA.

Dopo l’omicidio a sangue freddo del venticinquenne Ahmaud Arbery nel febbraio scorso da parte di Gregory McMichael e del figlio Travis McMichael, la comunità afroamericana (e non solo) ha fatto sentire la propria voce sui social media. Troppe volte questi atti di violenza erano e sono rimasti impuniti e anche grazie all’uso dei social media si è riusciti a far sentire il proprio grido di giustizia. Ciò che rese il tutto ancora più drammatico fu la fuoriuscita di un video in cui si vedeva l’inseguimento nei confronti di Arbery e la conseguente tragicità di un ragazzo di venticinque anni che lotta per sfuggire ad un destino inevitabile. Sì, inevitabile. Perché i McMichael – con a carico due fucili – sapevano già quale sarebbe stata la conclusione per Ahmaud, un ragazzo che ha avuto la sola colpa di voler fare jogging.

Bobby Haven / The Brunswick News via AP

La morte di George Floyd il 25 maggio a Minneapolis è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso in tutte quelle persone che definiscono il razzismo, la diseguaglianza sociale e l’odio per il prossimo un piaga sociale da estirpare. Quel ginocchio sul collo di Floyd da parte dell’ufficiale di polizia Derek Chauvin è stato premeditato, un omicidio a sangue freddo da parte di un uomo che non si sentiva al servizio della legge ma al di sopra di essa, tanto da poter togliere la vita ad un’altra persona che per lui non era nessuno.

Non staremo qui a dilungarci sul come e sul perché si sia arrivati a questo gesto, penso e credo che tutti abbiamo visto come Floyd sia stato brutalmente assassinato. Ma immediatamente dopo l’omicidio di George Floyd e le susseguenti immagini uscite nelle varie vie telematiche qualcosa si è acceso nelle menti delle minoranze americane. In strada le persone si sono fatte sentire (chi attraverso manifestazioni violente e chi, nello stesso modo, ha dato voce al silenzio scendendo a protestare nelle strade pacificamente). Migliaia di uomini e donne hanno gridato la loro rabbia, la loro tristezza e il loro disprezzo nei confronti di una società che ancora oggi è affranta dal razzismo e dalle differenze etniche.

La messa a fuoco della stazione di polizia di Minneapolis è solo una delle tante immagini che tra vent’anni ricorderemo ancora, così come l’assalto alla Casa Bianca e la fuga di Trump da quest’ultima. La morte di Floyd non si è fatta sentire solo negli Stati Uniti d’America, ma anche nel mondo. Si è così creata la totale spaccatura tra chi è sceso a combattere per i diritti degli uomini e chi, invece, ha pensato di voler attuare un modello cinese per il controllo dei social network (parliamo ovviamente di Donald Trump).

erem Yucel/Agence France-Presse — Getty Images

Oggi, dopo il sesto giorno di scontri tra cittadini e forze dell’ordine, ci sono stati più di mille arresti dall’inizio delle proteste, ma le persone non smettono di combattere e di farsi sentire. In strada, insieme a loro, sono scese tantissime figure di spicco. Jaylen Brown, Malcolm Brogdon, Enes Kanter e Karl-Anthony Towns sono gli sportivi scesi in strada a protestare pacificamente al fianco delle persone per i diritti di altre persone, per i propri diritti da cittadini statunitensi. Per Kareem Abdul-Jabbar il razzismo è come una polvere sottile nell’aria, Stephen Jackson, invece, ha detto: “Quando mai un omicidio è necessario? Ma se si tratta di un nero, è approvato”. Assieme ad essi si è unita l’intera lega NBA e tutto il mondo, così come tantissime celebrità che hanno condannato senza mezzi termini le azioni di Trump.

Perché seppur Donald Trump non sia stato la causa del razzismo, è stato lui a riaccendere gli animi di una popolazione chiusa e retrograda: che ancora oggi allontana, massacra e uccide il diverso perché gli viene permesso, perché è stato concesso da una comunità che non è mai stata sconfitta, ma si era solo nascosta in attesa di poter tornare a colpire. L’attuale presidente degli Stati Uniti d’America è stato una conseguenza dell’America bigotta, di un immaginario populista che le persone nel mondo voglio cacciare ed estirpare.

Perché dell’odio e della violenza non ne possiamo più.

Justice for Garner. Justice for Ahmaud. Justice for Floyd.
Justice for those who have unjustly lost their lives.

Andrea Nola
Classe ‘95 e laurea in sociologia e criminologia. Generalmente parlo di basket, MMA e calcio. Amante degli eterni secondi e dei cani sciolti.

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