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I Love Being The Enemy – Storia della rivalità fra Reggie Miller e i New York Knicks

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Fra le rivalità che hanno segnato e reso mitica la storia NBA quella fra Indiana Pacers e New York Knicks occupa un posto speciale. Un po’ perché ha accompagnato tifosi e appassionati per gran parte degli anni ’90 fino ad affacciarsi al nuovo millennio. E un po’ perché ha visto, parallelamente allo svolgersi della trama principale (la sfida tra le squadre), il protendersi di una sottotrama che ha saputo toccare punte di interesse anche superiori, cavalcate con sapiente puntualità dai media dell’epoca (siamo o non siamo a New York?). Protagonista indiscusso della vicenda: Reginald Wayne, per tutti “Reggie”, Miller, ala numero 31 degli Indiana Pacers.

Solo un vero newyorkese può spiegare cosa abbia rappresentato il nativo di Riverside, California per una squadra, una tifoseria e un’intera città spesso tenute in scacco dal suo volere sfrontato e irriverente. Nelle decine e decine di partite occorse nell’arco di sei serie di playoff la firma di Miller su alcune delle più grandi delusioni nella storia di New York rimane ancora oggi ben leggibile; nitida e indelebile pur nelle pieghe profonde della battaglia fra due delle migliori squadre della Eastern Conference dell’epoca.

Una guerra sul parquet lunga quasi un decennio che sin dagli albori ha visto la stella di Indiana vestire i panni del villain perfetto agli occhi dei Knicks; occhi testimoni della furia agonistica di un agonista doc. Uno capace di legare il proprio nome a due squadre pur avendo giocato tutta la carriera con una sola di quelle. Se dici Reggie Miller, pensi ai Pacers e alle triple. Ma pensi per forza di cose anche Patrick Ewing, John Starks e Spike Lee: ai New York Knicks. Il motivo? E’ presto detto.

 

1993 – Il primo incontro

Il primo turno dei playoff 1993 fa da cornice all’inizio delle scaramuccie. I Knicks si presentano con la testa di serie numero uno, un record da 60-22 e Pat Riley in panchina. I Pacers, arrivati alla post season col 50% di vittorie, assomigliano alla perfetta vittima sacrificale e cederanno infatti in quattro partite (il primo turno si giocava al meglio delle 5) ma non senza provarci e riuscendo a vincere Gara-3. La stessa in cui Reggie Miller ne mette 36 con 14/22 al tiro e il suo celeberrimo trash talking miete la prima vittima in John Starks. Al play di New York, provato mentalmente dalle instancabili provocazioni di Miller, saltano i nervi e lo colpisce con una testata. In realtà il colpo non è così violento ma il gesto va di certo condannato. Starks viene espulso e poi multato. “Mi aveva tirato una gomitata nel petto poco prima”, dirà poi a fine partita. “Tutti conoscono Reggie Miller. Il suo unico scopo era di farmi buttare fuori. Forse perché è un pessimo difensore”. L’episodio non condiziona l’esito della serie ma rappresenta l’inizio delle ostilità. Da lì sarà un crescendo rossiniano.

 

1994 – Scende in campo Spike

Sebbene si incastri dentro a una serie di finale di conference che vedrà prevalere New York in sette gare, il famigerato episodio fra Reggie Miller e Spike Lee nella gara-5 al Madison Square Garden dei playoff 1994 diventa comunque leggendario e negli anni si è mosso nella mente degli appassionati con una forza tale da trascendere il risultato sportivo emesso dal campo.

Le immagini di Miller che segna 25 punti nel quarto periodo (39 totali) con cinque triple, rimonta lo svantaggio di Indiana e ingaggia una sfida verbale e psicologica (stravincendola) col primo tifoso di New York dopo ogni singolo canestro, appartengono alla storia NBA tanto quanto a quella personale del numero 31 dei Pacers. E rispondono perfettamente alla sua brama di competitività e ambizione, al suo coraggio sfacciato. “Volevo mettere Indiana sulla mappa del basket. Quale migliore occasione di farlo contro il mercato numero uno della NBA, New York e i Knicks?”. Più chiaro di così non si può.

Nel corso di un’intervista Miller ha definito quel 4° quarto “un esperienza extracorporea”. E ha aggiunto: “Avevo provato sensazioni del genere solo altre tre o quattro volte. Ero nel mio piccolo mondo. Non davo nemmeno retta a cosa diceva Larry Brown nei timeout”. 

Come detto, i Knicks avrebbero poi vinto le ultime due partite della serie andando a giocare per il titolo ma negli istanti immediatamente successivi alla Gara-5 del Garden in pochi, dalle parti della Grande Mela, potevano pensare a un epilogo diverso dall’eliminazione. Anche perché impegnati a puntare il dito verso chi, con un tempismo rivedibile, era stato la causa scatenate della furia di Reggie Miller.

 

1995: 8 punti in 8.9 secondi

Diventato ufficialmente l’incubo di New York (Killer Miller per la precisione, nelle parole in prima pagina del New York Daily News) ma in qualche modo esorcizzato dall’ambiente in virtù della serie vinta l’anno prima, nel 1995 Reggie Miller è chiamato ad alzare l’asticella. Per non rendere inconsistente la rivalità in atto serve un’affermazione a livello di squadra. Occorre eliminare i rivali della metropoli (in opposizione ai cugini campagnoli, tanto che a livello mediatico si parla di Knicks vs Hicks).

Per farlo, la stella dei Pacers intende indirizzare sin da subito le sorti della terza serie di playoff in tre anni fra le due squadre. Col fattore campo nuovamente a sfavore e Gara-1 in programma al Garden, Miller consegna allora alla storia un nuovo capitolo della sua personale faida sportiva.

Col punteggio di 105-99 per New York a 18.7 secondi dalla sirena, segna 8 punti in 8.9 secondi (due triple nello spazio di un amen e un paio di liberi che portano avanti Indiana) regalando ai Pacers un improbabile, fino a un attimo prima, primo atto della serie.

Chi sta guardando e veste blu-arancio (in campo e fuori) non può che avvertire la sensazione del più classico dei deja vù. La mente va in maniera naturale a quasi 12 mesi prima ma se nella sostanza il sapore amaro della delusione è parente della famosa Gara-5, nella forma è qualcosa di nuovo.

Nel 1994 la rimonta e, dentro alla stessa, la ferocia agonistica di Miller si manifestano in un tempo che scorre lento. Come se nell’uccidere i Knicks (servendosi della metafora in voga all’epoca) avesse lasciato spazio agli avversari per elaborare il fatto e quasi razionalizzarlo. E gli sguardi, le parole e i gesti rivolti a Spike Lee suonassero come una sorta di avvertimento, ogni volta sempre più intimidatorio. Nella partita che apre la serie del 1995 Miller invece va dritto al cuore di New York. Non avvisa. Ma colpisce in maniera inaspettata senza lasciare tempo e spazio alla comprensione. In  termini pugilistici, il suo è un uno-due diretto da KO tecnico rispetto al lavoro ai fianchi dell’anno prima, ma ugualmente spietato. 

Soprattutto, porterà a compimento l’opera riuscita solo a metà nel ’94, perché guiderà i Pacers alla vittoria della serie per 4-3, vanificando la rimonta newyorkese da 3-1. Lo farà alla Killer Miller, ovviamente: con 29 punti al Madison Square Garden conditi dalle immancabili occhiatacce verso Spike Lee.

Quella stagione verrà poi messa nero su bianco dallo stesso Miller in un libro-diario scritto a quattro mani con Gene Wojciechowski, I Love Being The Enemy, in cui il numero 31 di Indiana confesserà apertamente l’avversione nei confronti dei Knicks.

 

1998-2000: ancora noi

Scandita come il doppio three-peat dei Chicago Bulls (ma in anni diversi), dopo la pausa del 1996 e 1997, la rivalità fra Reggie Miller e i New York Knicks si rinnova nel 1998 prolungandosi fino al 2000. Per la prima volta Indiana gode del fattore campo e dei favori del pronostico. Vincerà senza troppi patemi 4-1 e gli unici provocati dai Knicks in Gara-4 al Garden, verranno spazzati via dall’uomo di Riverside con la tripla del 102 pari a 5.1″ dal termine, che porterà all’overtime. Tripla dall’ormai celebre mezzo angolo sinistro, of course, quello dove siede Spike Lee, che assiste inerme all’ennesima beffa.

Il quinto capitolo della saga, la serie del 1999, è l’unico in cui Miller faticherà ad ergersi al ruolo di protagonista. L’inaspettata cavalcata dei New York Knicks (passata alla storia come la Cinderella Run), privi di Ewing da Gara-2 per la rottura del tendine d’Achille, ma capaci di vincere la serie 4-2 e andare in finale con l’ottava testa di serie, si muove trascinata da una forza e una determinazione a cui nemmeno la stella dei Pacers può opporsi. Chiuderà con numeri modesti (16.2 punti di media col 36% dal campo e il 33% da tre punti) ma all’orizzonte si prefigura la chance della rivincita.

L’occasione è l’ennesima serie di finale di conference, nel 2000. Dopo cinque partite in cui si mantiene su buoni standard ma senza particolari picchi, Miller torna a essere il nemico inesorabile e crudele che tutta New York si era illusa di aver sconfitto un anno prima. Il vantaggio 3-2 per Indiana, Gara-6 in programma al Madison Square Garden e la Finale NBA a una sola vittoria di distanza sono condizioni più che sufficienti per programmare alla squadra della Grande Mela l’ultimo sgarbo della carriera. Che si configura in una partita da 34 punti con 5/7 da tre, di cui 17 nel quarto quarto e 3/3 dall’arco. In un colpo solo Reggie Miller guida i Pacers alla loro prima finale della storia e cambia per sempre il volto di quei Knicks, che in estate perderanno l’uomo franchigia Patrick Ewing e non saranno più gli stessi.

 

 

Dentro a un equilibrio che si è esteso lungo sei serie di playoff, tre vinte da New York e tre da Indiana, fatto di 12 partite vinte sul parquet di casa da entrambe le squadre e un totale di 6.240 punti segnati (che vede i Pacers in vantaggio di soli 54 punti), stabilire di chi sia la firma in calce su questa rivalità è estremamente difficile. La perfetta simmetria stabilita dai verdetti del campo, si rompe però nella ricerca del protagonista più luminoso. Perché almeno qui spaccare la mela a metà è impossibile.

Reggie Miller non si è solo reso titolare di alcuni dei momenti più iconici della storia NBA nel pieno dell’antagonismo fra le due franchigie, ma è stato colui che ha prima dato vita e poi messo fine alle ostilità. Lo ha fatto col suo stile duro e abrasivo, spesso al limite, mai incline a fare prigionieri. Mostrando su un fisico smilzo e ossuto il piacere di giocare per anni contro New York. Al centro del mondo, contro il centro del mondo.

Alessio Cattaneo
Appassionato di calcio e basket. Una laurea in Comunicazione Interculturale e un passato nella redazione di Sky Sport 24. Convinto che "se non hai niente da fare e sai scrivere, scrivere è la cosa più bella del mondo".

1 Comment

  1. Un articolo molto interessante, grazie!

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