RugbyVS Consiglia

I rugbisti non sono indistruttibili

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Il rugby, come tutti gli sport, è fondamentale per far star bene chiunque lo pratichi o comunque lo viva in prima persona, dal punto di vista mentale e sociale, oltre che fisico.

Ma c’è una dura verità che solo negli ultimi anni sta venendo a galla: anche i rugbisti più famosi e forti possono soffrire di disturbi mentali, come ansia, disturbi ossessivo-compulsivi o la peggiore depressione. Difatti non sono nuovi al mondo del rugby professionistico, sia maschile che femminile, i problemi di salute mentale.

Vi sarebbero diversi esempi di cui parlare, compreso il recente compianto Cristophe Dominici, leggenda del rugby francese dei primi anni duemila, le cui cause della tragica scomparsa potrebbero riguardare proprio il disturbo depressivo che già lo aveva colpito in passato.

Ma prendiamo ora in considerazione i casi del fenomenale mediano di apertura inglese Jonny Wilkinson, del pilone inglese Joe Marler e del gigante figiano Nemani Nadolo.

I problemi di salute mentale nel rugby moderno possono nascere proprio in campo, spesso legati alla pressione di giocare ai livelli più alti, dove un errore può costare carissimo, anche a livello mediatico. Altre volte derivano dal fatto che per performare al meglio, chi gioca s’impone di essere perfetto, non accettando di poter sbagliare. Ma così facendo godersi lo sport diventa difficile. È esattamente quello che è successo al campione del mondo Jonny Wilkinson, che dopo aver appeso gli scarpini al chiodo ha rivelato di aver sofferto di gravi attacchi d’ansia per questo motivo durante tutta la sua carriera. Inoltre lo stesso n.10 inglese ha affermato qualche anno fa che vincere trofei non permette di alleviare il dolore della depressione.

Jonny Wilkinson alla Coppa del Mondo 2003 ©WorldRugby

Ma anche gravi infortuni e problematiche esterne al campo, come relazioni e problemi familiari, possono condizionare incredibilmente la vita degli atleti.

Non è facile capire se qualche atleta sta passando un periodo difficile, poiché ciò si può manifestare in vari modi: da performance sempre più calanti fino alla decisione di smettere di giocare a rugby, come nel caso di Nemani Nadolo e Joe Marler, che in passato hanno lasciato le rispettive nazionali perchè soffrivano di depressione. Questo avviene perchè anche i rugbisti hanno i loro problemi, come tutti gli esseri umani, nonostante vengano spesso dipinti come uomini e donne indistruttibili. Spesso infatti succede che gli stessi giocatori non vogliano parlare pubblicamente di ciò che li affligge per non intaccare la propria immagine di uomini forti ed insensibili al dolore; come lo stesso Marler ha ammesso nella campagna per la salute mentale che sta portando avanti da qualche mese.

Il pilone Joe Marler durante una partita con l’Inghilterra ©englandrugby

Come risolvere un problema così diffuso? Il rugby si basa sul sostegno, che nella vita si traduce nel non chiudersi in sé stessi, evitando volontariamente di farsi aiutare quando si è davanti a tali difficoltà. Proprio a riguardo tanti giocatori e giocatrici, tra cui gli All Blacks, si sono esposti in tempi recenti, invitando chiunque soffra a parlarne con qualcuno.

È necessario quindi farsi avanti e superare queste inutili barriere, perché, proprio come ci insegna questo sport, anche il più grosso avversario può essere placcato. Solamente così è possibile tornare a divertirsi come bambini correndo dietro ad un pallone ovale.

Samuele De Rossi

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