Calcio

Il Chino. Il sinistro più bello di sempre

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15 luglio 1900.

Inizia qui la nostra storia. 

La sua storia. 

Quel pomeriggio il Peñarol – che ancora si chiamava CURCC, Central Uruguay Railway Cricket – batte 2 a 0 il Nacional con una doppietta di Aniceto Camacho. 

Ma lui ancora non c’è. 

E’ arrivato settantasei anni dopo quella partita, dopo i fratelli Céspedes, dopo Alberto Spencer, dopo Abdón Porte, dopo i quattro mondiali della celeste. Ma per certi versi è stato il primo, il primo con un sinistro così, un sinistro che bisogna solo aspettare e poi coccolare. Ammirare e poi rimpiangere, desiderare e odiare. Odiare non è un verbo casuale, perché ha accompagnato la vita di questo fuoriclasse fin da quando ha iniziato a calciare un pallone contro i muri scalcinati di Curva de Maroñas, quartiere di Montevideo dove difficilmente vedrete sventolare una bandiera biancazzurra. Tutti nel suo barrio avevano una convinzione: “il figlio di Don Raul un giorno giocherà per noi, e ci porterà la Copa”. Alvaro, però, non aveva intenzione di fare quello che tutti si aspettavano. Voleva stupire i suoi vicini di casa, voleva lasciare a bocca aperta quei muri che avevano tante volte giocato con lui, quelle macchine che aveva dribblato fingendo che fossero difensori, quelle bandiere che erano sventolate sulla sua testa per fare un po’ d’ombra. E allora ha firmato per gli altri, per gli eterni rivali, per quelli che nemmeno si potevano nominare nel barrio. Il mondo si deve essere fermato quel giorno, come si sarebbe fermato tante altre volte quando il suo sinistro stava per accarezzare il pallone. Un rumore sordo, come un colpo di pistola, un’esplosione e poi tutto sarebbe tornato al suo posto, solo con un pizzico in più di magia. Dopo che aveva calciato lui tutto sembrava migliore: il mate era più buono, il sorriso delle ragazze era più radioso e anche il sole aveva un’altra luce. 

Il ragazzo di casa aveva scelto un’altra casa.

Si fermò poco – stagione 1996/1997 – nella sua nuova casa, il Gran Parque Central ma fece in tempo a regalare un paio di lampi di genio che ci avrebbero anticipato cosa ci aspettava negli anni a seguire. Segna gol a raffica (saranno 30 in 33 partite alla fine della stagione) di destro, di testa, di sinistro, su punizione, su rigore, in tap-in o partendo da casa sua come il gol che segna contro i Montevideo Wandereres quando parte dal limite della sua area di rigore salta tutto quello che trova sulla strada, compresi arbitro, guardalinee e portiere avversario per poi sparare una sassata sotto la traversa. Tuffo per terra, abbracci dei compagni e corsa sotto la curva per festeggiare con gli acerrimi nemici, che avevano iniziato ad amarlo come fosse sempre stato uno di loro. Mi immagino cosa avranno pensato i suoi amici di Curva de Maroñas, lo avranno maledetto per non aver scelto di indossare la loro maglia, avranno maledetto quel sinistro fatato come si maledice qualcosa di bellissimo che non si può avere, ma nel profondo lo avranno amato perché uno così è impossibile da odiare, sarebbe come odiare un quadro di Picasso, o un tango di Gardel; non si può odiare la bellezza quando si manifesta in una forma così pura e ti colpisce con tanta intensità da lasciarti stordito e inebriato. 

Massimo Moratti deve averlo consumato quel VHS a furia di premere play e di guardare quelle magie per poi mettere in pausa, e far ripartire la registrazione dieci, cento, mille volte. Allora lo ha preso, come un mecenate che decide di avere a corte un grande artista. 

Non ci ha messo molto a firmare il suo primo capolavoro: il 31 agosto 1997, San Siro strapieno per vedere il Fenomeno. Ma nel primo tempo la scena la ruba un bomber che non è nato a Rio De Janeiro e nemmeno a Buenos Aires, ma che viene da Muggia. Su un lancio perfetto di Pirlo Tatanka Hübner controlla di coscia, si gira e spara un destro sotto la traversa che Pagliuca non prova nemmeno a prendere. L’Inter di Ronaldo è sotto. Ci vuole una scossa, e la scossa ha i capelli a caschetto, gli occhi a mandorla e il 20 sulla schiena. Al 72’ Gigi Simoni fa uscire uno spento Maurizio Ganz e fa entrare il bambino di Curva de Maroñas. Cinque minuti dopo il neo entrato riceve un passaggio da Caucet, si aggiusta il pallone e da trenta metri lascia partire un sinistro che trafigge un inebetito Giovanni Cervone. 1-1. Il mondo si deve essere fermato un’altra volta, un’altra manciata di secondi con il fiato sospeso, con gli occhi fissi sul pallone, il cuore che ha preso una pausa e poi boom con le braccia alzate per festeggiare il primo gol in nerazzurro. Ma i presenti non avevano pagato il biglietto per vedere un pareggio e il Chino lo sapeva bene. Cinque minuti dopo c’è una punizione da trenta-trentacinque, nessuno si azzarda neanche a guardare il pallone, sanno che calcerà lui. Alvaro aggiusta il pallone, prende cinque passi di rincorsa e disegna una traiettoria che toglie la ragnatela dall’incrocio dei pali opposto a quello del primo gol. Cervoni prova a buttarsi quasi più per un senso del dovere che per provare una vera parata, tanto sa già che su quel pallone c’è scritto 2-1. E quando si è mai visto uno così? Capace di vincere le partite da solo o di far maledire ai tifosi il giorno in cui è stato comprato; incostante, svogliato, a volte faceva rabbia vederlo giocare, come un chitarrista di tango che potrebbe comporre bellissime melodie ma si limita sempre ai soliti tre accordi o come un pittore che dipinge sempre lo stesso canestro di frutta.

 

Allora a gennaio 1999 viene mandato in prestito al Venezia. Il campanile di San Marco è lo sfondo perfetto per le pennellate di questo Tintoretto in scarpe da calcio. Nella laguna segna 11 gol in 19 partite. Forse la sua partita migliore è stata contro la Fiorentina, quel pomeriggio Alvaro decide di fare un regalo a tutti quelli che sono andati a vederlo giocare. Decide di tornare il bambino che dribblava le macchine e calciava contro i muri, decide che la partita l’avrebbe vinta da solo. Sistema la palla al limite dell’area al 18’, tutto buio per qualche secondo, 1-0. Ma il bambino non ha ancora finito, la medesima situazione si ripete nei minuti di recupero del primo tempo, questa volta con il pallone un po’ decentrato verso il fuori di destra. Che problema c’è? Calcia un pallone con un effetto che spettina la chioma di Batistuta per poi infilarsi tra il palo e i guanti di Toldo, che questa volta aveva almeno fatto finta di buttarsi. Pensate sia finito qui questo pomeriggio di gloria? Minuto 91, parte un lancio dalla difesa, Alvaro insegue il pallone rincorso da Falcone – che prova a fermarlo con tutto quello che ha – e arrivato sulla linea di fondo il numero 11 la protegge col corpo, fa sedere Toldo con la suola e poi con il destro appoggia in porta. Tripletta. Chino! Chino! Solo Chino e sempre Chino! Che semestre che è stato quello! Un semestre che se se fosse successo all’Inter gli sarebbe valso il pallone d’oro. Un semestre dove a Venezia avevano buttato tutto nel trita carte, c’era solo Recoba, solo il suo sinistro, solo le sue visioni, solo i suoi tunnel e le sue punizioni. Solo il fútbol, quello vero e puro fatto di intuizioni e non di fottuti e grigi schemi, fatto di incoscienza e non di giocate studiate a tavolino. Se faccio lavorare l’immaginazione posso quasi sentirlo Novellino che gli dice: “Non preoccuparti del risultato, facci solo divertire”. 

 

Il presidente Moratti rivuole il suo giocattolo, e cosi a giugno torna indietro. Si fermerà altri otto anni a Milano e sarà protagonista di gol sensazionali. Con la Roma a San Siro fa una giocata da illusionista, fa sparire il pallone in mezzo a dieci gambe giallorosse per poi farlo ricomparire incollato al suo sinistro e scaraventarlo in porta. Col Lecce segna un gol che tre anni dopo è stato copiato da Bergkamp in un Arsenal-Newcastle.

Segnerà ancora punizioni pazzesche e gol da mani nei capelli ma è sempre lui, discontinuo, svogliato, incostante, con la testa altrove. Incapace di concepire qualcosa di simile ad un allenamento senza pallone.

Il giocattolo si è rotto, e non può più rimanere all’Inter. Da lì inizia un lungo girovagare che lo porterà al Torino, al Panionios e poi verso casa. Verso la casa che aveva scelto quattordici anni prima, di nuovo al Gran Parque Central, di nuovo a baciare quel simbolo tanto odiato da quelli come lui. Con il Bolso farà ancora in tempo a vincere il campionato nel 2012 e nel 2015. Ma prima di andarsene ha fatto impazzire ancora una volta i suoi peggiori nemici segnando il suo ultimo gol da professionista su punizione al 91’ nel Clasico contro il Peñarol. I tifosi gialloneri non sapevano che fare, amarlo per quanto era forte o odiarlo perché avrebbe potuto essere uno di loro ma semplicemente non ha voluto. 

E’ poi un giorno ha smesso. La sua carriera era finita, aveva cambiato squadra, compagni, continente e allenatori ma c’era sempre stata una costante, l’amore della gente, che per vent’anni era stata al suo fianco. Perché il Chino era quello che la persone volevano e amavano, avrebbero dovuto mettere un cartello fuori dallo stadio “STASERA GIOCA RECOBA” e gli spettatori sarebbero subito raddoppiati, solo per vedere quel ragazzo con i tratti orientali inventarsi un nuovo modo per farli tornare a casa con la pelle d’oca e la vita piena di magia. La sua bacheca trofei era praticamente vuota, meglio, ci sarebbe stata meno roba da lucidare e da guardare con nostalgia. Il Chino era quel giocatore che ti cambiava la vita. Magari stava settanta minuti in disparte ma poi in settanta secondi faceva qualcosa che da solo valeva il prezzo del biglietto, qualcosa di mai visto, anzi di mai nemmeno pensato. Croce e delizia, genio e sregolatezza, talento e indolenza. Capace di intendere solo un linguaggio: quello del fútbol, semplice e fanciullesco, inteso come un gioco, come un modo di occupare i pomeriggi con gli amici tra un sorso di mate e l’altro. Come una maniera per rendere la vita un po’ meno monotona. Una benedizione per tutti quelli che avevano visto quel piede mancino e una cura contro il grigiore del mondo.

Recoba avrebbe potuto essere il più grande di tutti i tempi, semplicemente non ne aveva voglia. Un mancino così passa davvero una volta ogni cent’anni, e noi che abbiamo avuto la fortuna di poterlo vedere dobbiamo ricordarlo e tramandarlo a chi verrà dopo di noi. Uno così sembrava quasi attratto più dal fallimento, dal rimpianto, da quello che poteva essere ma poi non sarebbe stato; perché è molto più bello vivere con il dubbio che dover fare i conti con la dura realtà. Uno che ci ha insegnato che si può essere ricordati anche senza vincere nulla, o quasi, solo per il semplice fatto di aver regalato poesia in campo. Uno che andrebbe ringraziato usando solo poche e semplici parole “Gracias por todo Chino”.

 

Niccolò Frangipani

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