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Il ritorno dell’altro Re

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Nella prima notte della nuova stagione NBA sono andati in scena due match curiosamente collegati tra loro: da un lato Lakers-Clippers, che oltre al derby Losangelino è probabilmente la sfida più attesa ai piani alti dei Playoff da quando Paul George e Kawhi Leonard si sono uniti con il comune obiettivo di impedire a LeBron James di aggiungere un altro tassello alla sua legacy, proposito poi miseramente fallito; dall’altro Brooklyn Nets-Golden State Warriors, ossia una delle più fulgide dinastie del basket contemporaneo contrapposta alla squadra che aspira idealmente a seguire quelle orme, condividendone persino la superstar. Recente passato, futuro prossimo e presente si sono quindi inseguiti coinvolgendo ben tre pretendenti al prossimo titolo.

Mettendo temporaneamente a lato le considerazioni sulla sfida interna della città degli angeli, per la quale ogni analisi sarebbe ora fin troppo azzardata, è opportuno focalizzarsi sul debutto dei veri Brooklyn Nets, finalmente al completo e capaci di dispiegare senza vincoli l’idea di pallacanestro del neo coach Steve Nash. Ma anche chi è totalmente disinteressato, se mai fosse possibile, alle prime prove tecniche di una realtà che tuttora divide gli appassionati tra entusiasti e scettici, nessuno è stato probabilmente insensibile al ritorno di un giocatore senza eguali, amato e odiato per la gestione della propria carriera ma sopra ogni cosa indiscutibile campione: Kevin Durant.

561: questo è il numero di giorni passati da Durant fuori dai riflettori della Regular Season e del basket che conta. Un periodo lunghissimo, interminabile e capace di lasciare ogni tipo di incognita tanto nei fan quanto nel giocatore stesso. Ma non è tutto: la prova che attende ora KD ha un peso specifico che definire notevole sarebbe un eufemismo, ossia dimostrare a tutti che può ancora vincere senza quel team. Per quanto sia assurdo presupporre che un giocatore di questa caratura abbia ancora qualcosa da dimostrare, lasciamoci andare alla narrativa popolare ammettendo che le premesse sono decisamente interessanti. È possibile la convivenza con un giocatore tanto forte quanto sregolato come Irving? DeAndre Jordan si ergerà a terza stella come previsto? La second unit sarà all’altezza di un progetto così ambizioso?

Gli interrogativi sono tanti e le risposte, come di consueto, sarà il parquet a darle specialmente da maggio in poi. L’oggetto di questo articolo è infatti analizzare la coordinata di tutte queste domande: com’è stato il ritorno di Kevin Durant?

In un affascinante scenario dove LeBron James e KD hanno esordito nel loro nuovo percorso nella medesima notte, il figlio di Washington è sembrato tremendamente fuori scala per la facilità con cui ha calcato il campo. Non è il caso di venir tratti in inganno dai “soli” 22 punti – che a fronte dei 25 minuti di utilizzo assumono comunque un valore non indifferente – da unire a 5 rimbalzi, 3 assist e 3 palle rubate. È quello che le cifre abbozzano soltanto che ci fornisce preziosi indizi per decifrare la performance del numero 7: KD è tornato infatti a dispiegare il proprio arsenale offensivo con l’incredibile leggerezza che lo contraddistingue, e la quasi unica capacità di far sembrare facili giocate dal coefficiente di difficoltà estremamente elevato.

Prendendo in esame il primo segmento di partita, si nota come i suoi tre canestri inaugurali arrivino da altrettante soluzioni eseguite in modo impeccabile: dopo aver aperto il proprio punteggio personale con una tripla in punta d’arco dal palleggio, nell’azione dopo Durant finta sterzando verso le linea di fondo dove viene raddoppiato da Wiseman e dal diretto marcatore Paschall, risolvendo il rebus con un jumper. Infine, Durant riceve palla in apertura di rimbalzo e conduce fino alla linea da tre, dove punta a destra e attende il blocco di Joe Harris su Kelly Oubre Jr che, nel secondo di esitazione, Durant riesce ad aggirare per poi liberare il midrage jumper che sfocia in un canestro con fallo di Wiseman: un triplice assalto che porta un entusiasta Chris Webber ad esclamare “I imagine that this is what it was like to watch George Gervin“.

Il paragone con Gervin non è casuale e anzi, è uno dei maggiormente reiterati quando si cerca come di consueto un paragone old school per l’ex Oklahoma City: Gervin è stato proverbialmente una delle più letali macchine offensive mai apparse sul parquet nonchè capocannoniere della NBA per ben quattro stagioni. La pausa di un anno e mezzo ha restituito alla lega un Durant cestisticamente immutato, quasi come se il tempo si fosse fermato nel periodo dell’infortunio cristallizzando il meglio delle proprie capacità.

Ma c’è di più: Durant ha già dato l’impressione di giocare un ruolo essenziale all’interno del binomio che deciderà inevitabilmente la stagione dei Nets, ossia la convivenza con Kyrie Irving. Se l’intesa tra i due è tutta da esplorare e si regge probabilmente su un sottile strato di ghiaccio, la leadership esercitata sul resto dei compagni è già parsa ben salda, trasmessa come al solito mediante pochi proclami. “Non abbiamo paura finchè il 35 è con noi“, dichiarò in un post gara dei playoff 2012 Kendrick Perkins, ed è un motto che tutt’oggi resta più che mai valido. La silente sicurezza di KD dovrà fare ora da contraltare alla studiata spacconeria di Irving.

© Getty Images

Quello a Brooklyn è a tutti gli effetti un nuovo inizio per Durant, chiamato a giocare nuovamente un ruolo assoluto in una società che da tempo cerca la formula giusta per rinascere. Durant da anni non è più l’eterno secondo che si sentiva ai tempi di Oklahoma: ha vinto due anelli risultando in entrambe le occasioni le MVP delle Finals, un MVP della Regular Season e quattro volte miglior marcatore della Lega. Eppure, come per tutti i grandi di questo sport, ancora una volta viene chiamato a un’altra sfida, forse ancora più affascinante delle precedenti. Dall’altra parte dell’America, il Re dell’Ovest lo sta aspettando.

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Immagine in evidenza © Brad Penner/USA TODAY Sports

Nicola Simonutti

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