Calcio

Il tifo è una malattia? Perchè il tifo non morirà mai in Italia e nel mondo.

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Quante volte a noi amanti del calcio o del mondo dello sport in generale ci sono state rivolte le seguenti domande: “ Ma perché sei tifoso di una squadra? Perché ti disperi se la tua squadra perde? Perché passi ore davanti alla tv o spendi soldi per vedere una semplice partita? “. Domande lecite rivolte soprattutto da coloro che non sono attratti dal mondo dello sport, ma non solo. Più volte infatti anche a coloro che amano lo sport capita di riflettere sul perché questo mondo li porti a comportamenti assurdi per qualcuno, come il piangere dopo una sconfitta o alla completa esaltazione dopo una vittoria. Ovvero che cosa spinge così tanta gente ad essere tifosa? Perché il tifo è quasi una malattia per le persone? Ecco tante domande a cui dare una risposta univoca è praticamente impossibile, però è possibile realizzare alcune riflessioni per capire meglio il fenomeno del tifo calcistico o sportivo.

Partiamo con i numeri, che non diranno verità assolute ma qualche indicazione importante la danno. Nello specifico prendiamo in considerazione il caso del tifo calcistico nel nostro paese, che è quello più lampante ed esemplificativo. Secondo la ricerca di Stage Up e Ipsos in Italia 30.3 milioni di persone si dichiarano interessate al calcio e alla Serie A, con una differenza però tra passato e presente. Nel 2002 infatti il 92% di questi 30,3 milioni di persone si dichiarava tifoso, mentre ora siamo circa al 77%. Dunque la percentuale di interessati al calcio senza però essere tifosi si è alzata al 23%, con un conseguente abbassamento della quantità di coloro che si definiscono tifosi. Seppur il 77% è una percentuale ancora molto alta, che testimonia come nel nostro paese il tifo sia un fenomeno forte e presente. Osservando sempre i numeri di questa ricerca è possibile notare un’altra importante differenza tra passato e presente, stavolta riguardante però solo l’insieme dei tifosi. Ovvero il fatto che il tifo si sta sempre più concentrando nelle 5 squadre big del nostro campionato, quindi è sempre meno variegato rispetto al passato. Oggi l’88% infatti tifa di una delle 5 squadre mainstream della Serie A( Juventus, Inter, Milan, Roma, Napoli), a differenza del 2002 in cui era il 79% a tifare di una delle 5 big del nostro campionato. Tutto ciò però è spiegabile soprattutto come conseguenza della globalizzazione, ovvero c’è una tendenza a guardare e a seguire maggiormente le squadre internazionali, che partecipano alle competizione europee. Inoltre questa polarizzazione del tifo verso le grandi squadre, è dovuto anche al dominio nell’ultimo decennio della Juventus. Infatti i giovanissimi che si affacciano al calcio tendono a tifare maggiormente per la squadra che vince e ottiene grandi risultati, in campo nazionale e internazionale. Il tifo dunque, come dimostrano questi numeri, è un fenomeno della società italiana a tutti gli effetti e coinvolge moltissime persone.

Torniamo dunque alla domande iniziale, cosa spinge così tante persone a dichiararsi tifosi? Qui ci viene a supporto la sociologia, che definisce il tifo come un fenomeno sociale e l’essere tifoso un qualcosa di fondamentale per la definizione del sé dei soggetti. Ovvero ogni persona quando deve formare la propria identità, la propria individualità da mostrare all’esterno, ha bisogno di due elementi: la necessità di differenziarsi da altri e quella di appartenere ad un gruppo. Ecco il tifo soddisfa proprio questo secondo bisogno dell’uomo, ovvero la necessità di appartenere ad un gruppo e di riconoscersi in tale gruppo. Un gruppo che possiede una ritualità di comportamenti e una serie di simboli, come le bandiere o gli striscioni, nel quale le persone si riconoscono e a cui fanno riferimento. Colui che è tifoso si riconosce nella squadra, nei valori della squadra per cui tifa e si sente rappresentato, si sente sé stesso. Non a caso quando parliamo della nostra squadra del cuore parliamo in prima persona plurale, non in terza persona. Se siamo per esempio tifosi dell’Inter, non diremmo mai l’Inter ha vinto 2-0 ma noi abbiamo vinto 2-0. L’essere tifoso dunque è una vera e propria scelta identitaria, che in un certo senso assomiglia quasi a una fede religiosa. L’idea di tifo coincide un po’ con quella che è l’idea di fede religiosa, come dimostra anche la definizione di Religione: complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro. Naturalmente poi l’idea di sacralità tra sport e religione è differente, ma qualche punto in comune tra tifo e religione esiste. È per questo quindi che il tifo e i tifosi non svaniranno mai, nel calcio e nello sport, perché è un vero e proprio fenomeno sociale e molto forte nell’uomo. Non è assolutamente solo un qualcosa riconducibile ad un semplice interesse, ad una semplice passione che potrebbe svanire con il tempo. È un qualcosa di molto più potente e che abbraccia dentro di sé tantissimi ambiti, come la politica, la musica e tanto altro.

La domanda che poi molti si fanno è: “ È possibile essere interessati ad un sport senza essere tifosi? È possibile essere in un certo senso agnostici? “. La risposta è sì, essendo consapevoli di non essere tifosi ma appassionati o spettatori. Lo spettatore è colui che gode di uno spettacolo/ di un evento sportivo nella sua totalità, senza schierarsi a favore di una o dell’altra compagine. Diciamo che nello spettatore non c’è quel senso di appartenenza, di identità e un po’ quella irrazionalità del tifo. Si perché il tifo è un po’ un qualcosa anche di irrazionale e non controllabile con la mente. Goethe per esempio diceva: “ Posso impegnarmi ad essere sincero, ma non a essere imparziale “. In questa frase c’è un po’ l’essenza del tifoso e del coinvolgimento che sente con la sua squadra del cuore. Perché come diceva Pasolini: “ Il tifo è una malattia giovanile che dura tutta la vita “.

Simone Caravano
Simone Caravano 22 anni, laureato in Scienze delle Comunicazioni presso l'università degli studi di Pavia. Attualmente studente della laurea magistrale in giornalismo dell'università di Genova. Credo che lo sport sia un mondo tutto da scoprire e da raccontare, perché offre storie uniche ed emozionanti. Allora quale modo migliore esiste per fare ciò, se non attraverso la scrittura.

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