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L’interViSta: gli Internazionali d’Italia 2020 con Vincenzo Martucci

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Ospite della rubrica “L’InterViSta”, Vincenzo Martucci. Grande firma del giornalismo sportivo italiano, 34 anni alla Gazzetta dello Sport, ed esperto conoscitore di tennis. Nel corso della sua carriera ha seguito infatti 86 Slam e 23 finali di Coppa Davis. Nel corso dell’intervista abbiamo avuto modo di commentare l’edizione 2020 degli Internazionali BNL d’Italia, seguiti sul posto e in prima persona da Vincenzo Martucci. Tanti sono stati gli argomenti affrontati durante l’intervista, partendo dalle grandi prestazioni dei tennisti italiani, passando ad un commento generale del torneo maschile e femminile, fino a dare uno sguardo ai possibili campioni futuri del tennis.

Come ha vissuto l’atmosfera del Foro Italico completamente vuoto, senza pubblico sugli spalti e tra i viali dell’impianto? Ha avuto la possibilità di rapportarsi più da vicino con i giocatori protagonisti del torneo?

L’atmosfera era davvero terrificante, triste e unica, non ho mai avuto una sensazione del genere. Mancava  tanto l’applauso e la presenza del pubblico. Tant’è che quando Sabato sono arrivate un po’ di persone sugli spalti, eravamo contenti di sentire l’arbitro richiamare il pubblico all’ordine e al silenzio. Anche per i giocatori è stata molto dura non avere i tifosi al proprio supporto, direi più per quelli forti che per quelli meno blasonati. I tennisti meno conosciuti sono più abituati a giocare su campi secondari e con pochi spettatori, mentre quelli famosi sono abituati ai grandi palcoscenici con tanta gente. I grandi giocatori hanno bisogno del pubblico, per scaricare la tensione o per caricarsi. Per quanto riguarda il rapporto con i giocatori non è stato molto possibile, perché a noi giornalisti non è stato fatto il tampone. Per questo motivo non potevamo avvicinarci ai protagonisti del torneo, c’erano infatti due settori dell’impianto a cui potevano accedere solo i tennisti. Nonostante ciò però ho avuto modo di scambiare due parole con Novak Djokovic, il quale era venuto ad assistere ad un match di Matteo Berrettini. Conosco abbastanza bene il giocatore serbo e abbiamo scherzato e chiacchierato un po’ su vari argomenti. L’ultima volta che l’avevo incontrato era stata in occasione di un’intervista per la Gazzetta dello Sport, prima che lui diventasse padre. Avevamo parlato della responsabilità di diventare papà e del buon esempio che un genitore deve fornire. Così gli ho detto, scherzando, come ora lo ritrovo padre dopo però aver combinato un po’ di pasticci, vedi la vicenda dell’Adria Tour e della squalifica agli US Open. Lui così ha iniziato a ridere e a scherzarci su, è stato un momento molto divertente.

Gli italiani sono stati protagonisti di ottime prestazioni in questa edizione del torneo, partiamo da Matteo Berrettini. Come lo ha visto e secondo lei nel match di quarti contro Ruud poteva fare di più?

Ruud è stato superiore a Matteo tatticamente, chiudendolo nella diagonale di rovescio e spingendo con il suo dritto in top sul dritto di Berrettini. Queste due mosse tattiche hanno dato molto fastidio al giocatore italiano, che è andato un po’ in confusione. A Berrettini è mancata un po’ di personalità e ha rischiato poco, non ha provato a fare qualcosa di diverso. Di certo la pressione del dover giocare da numero 8 al mondo e in casa si è fatta sentire, inoltre si sono notati un po’ i suoi limiti fisici in uscita dal servizio e negli spostamenti laterali. Nonostante ciò non dimentichiamo che ha perso solo al tie-break del terzo set, quindi non tutto è da buttare della partita. Credo che Ruud sia il giocatore che debba fargli capire quali sono i suoi limiti attuali, che appunto sono un po’ tattici e un po’ fisici.

Quanto ha influito nel match contro Ruud la superficie? Berrettini può essere considerato un top 10 anche sulla terra rossa?

Secondo me vale primi dieci sulla terra rossa, anche perché lui è nato su questa superficie. Inoltre anche per il suo tennis la terra può essergli favorevole, ha più tempo per cercare la palla giusta e caricare il suo potente dritto. Dall’altro lato è pur vero che deve essere sempre molto offensivo nel corso del match e qualche volta ha dei cali in questo senso, che nel tennis e nello sport in generale si pagano a caro prezzo.

Un altro giocatore che ha disputato un ottimo torneo è stato Stefano Travaglia, arrivando fino agli ottavi di finale. Come giudica il suo torneo e secondo lei fino a quale posizione in classifica potrebbe spingersi  l’ascolano?

Travaglia deve recriminare qualcosina nel match con Berrettini, perché nei due tie-break poteva fare di più. Gli è mancata un po’ di esperienza ad alto livello, però credo sia quello che ha realizzato i progressi più importanti tra gli italiani più “maturi”. Penso che lui sulla terra possa valere anche i primi trenta del mondo, è un giocatore che potrà dire la sua e crescere ancora di più in futuro. Ha un allenatore molto serio e preparato come Simone Vagnozzi, ex. coach di Cecchinato, che lo aiuterà molto nel suo processo di crescita.

Ora una riflessione sulle giovani promesse del nostro tennis, Sinner e Musetti. Durante una conferenza stampa a Roma Sinner ha dichiarato come Musetti, a livello di colpi, sia più forte di lui. È d’accordo con questa affermazione e chi preferisce tra i due?

Istintivamente e secondo i miei gusti tennistici, mi attrae di più il gioco di Musetti. Allo stesso tempo apprezzo molto la testa di Sinner, la sua attitudine, la sua attenzione per i dettagli e l’impegno che ci mette. Sinner ha ragione ed è stato molto onesto a dire come Musetti abbia più qualità di colpi rispetto a lui, Musetti infatti ha un gioco molto vario ed è capace di fare praticamente tutto a livello tecnico. Naturalmente ha ancora una crescita fisica molto importante da realizzare, per far si che la sua tenuta durante i tornei migliori. A Roma è arrivato molto stanco al match di ottavi di finale e ha perso forse con l’avversario più abbordabile, rispetto ai due che ha battuto durante i turni precedenti. Nei match precedenti ha giocato ad un livello a cui probabilmente non è ancora abituato, fisicamente e mentalmente, andando più volte fuori giri con i colpi. Direi comunque che Musetti potrà davvero far bene in futuro, ha un po’ la sfrontatezza di Adriano Panatta e una facilità di gioco, se vogliamo scomodare un grande campione, di Federer. Sicuramente dovrà crescere ancora molto, ma tutti a livello mondiale riconoscono in lui le qualità del grande giocatore. Per quanto riguarda Sinner invece credo debba crescere molto dal punto di vista tecnico e tattico, oltre che fisico. Di certo non sarà mai un giocatore super muscolato, la sua muscolatura è molto simile a quello di Djokovic. A livello tecnico è molto bravo da fondo campo, ma deve migliorare ancora per esempio nei colpi giocati qualche metro più avanti. Non fa allo stesso modo un colpo da fondo campo e uno qualche metro più avanti, questo alcune volte gli fa commettere diversi errori evitabili. Soprattutto sulla terra, rispetto al cemento, il rimbalzo è più irregolare, le direzioni cambiano e questo un po’ ancora lui lo soffre. Non a caso, nel match di ottavi, Dimitrov ha capito ciò e gli ha fatto giocare sempre più palle basse, lavorate, più lente in mezzo al campo e di difficile lettura per Sinner.

Nonostante tutti questi buoni risultati, dopo le eliminazioni gli italiani hanno subito lo stesso alcune critiche importanti sui social e non solo. Soprattutto si pretendono, anche dai più giovani, risultati immediati. Non c’è un po’ troppa fretta e poca pazienza in Italia nel voler subito veder trionfare questi ragazzi?

In Italia è da moltissimi anni che non abbiamo giocatori di altissimo livello, addirittura dagli anni Settanta non abbiamo 2/3 giocatori contemporaneamente di grande livello. Oggi li abbiamo e per questo non vediamo l’ora di poter raggiungere grandi risultati con i nostri tennisti. Su questo tema ho scritto un libro con Paolo Bertolucci, con il titolo di “Rinascimento”, che testimonia proprio questo grande momento del nostro tennis. Abbiamo un grande gruppo, formato da giovanissimi, giovani, giocatori più maturi e alcuni “vecchietti”, i quali tutti stanno facendo davvero bene e stanno portando in alto la nostra bandiera. La fretta di voler vedere grandi risultati immediati c’è, un po’ è dovuta anche all’ “ignoranza”. Bisognerebbe capire un po’ di più di questo sport, il tennis è davvero difficile e complesso. In primis è un sport individuale, quindi sei solo tu padrone del tuo destino, e poi bisogna avere molte qualità per affermarsi ad alti livelli. Bisogna essere intelligenti, forti, resistenti, veloci, servire bene, giocare bene i punti importanti, per ragazzi di 18 e 19 anni non è mica facile avere subito tutto ciò. Provassimo noi a casa nostra con i nostri ragazzi adolescenti ad ottenere subito risultati o sperare che loro capiscano subito ciò che è più importante fare.

Tornando sul torneo di Roma e sui nostri tennisti. Come ha trovato Fabio Fognini, rientrante da un lungo stop, e secondo lei Berrettini potrà raggiungere anche questa stagione le ATP Finals di Londra?

Secondo me Berrettini potrà tranquillamente disputare le ATP Finals di Londra, perché è un giocatore intelligente e con 2 colpi di primissimo livello. Se risolve quei piccoli limiti tattici e tecnici, descritti prima, secondo me potrà rimanere ancora per molto tra i primi otto al mondo. Per quanto riguarda Fognini dobbiamo essere soddisfatti, a Roma ha giocato molto meglio rispetto al primo match dopo l’operazione. Mi riferisco alla partita di Kitzbuhel, in cui ha preso 6-1 6-2 dal numero 300 del mondo. In neanche una settimana ha fatto importanti progressi e questo è molto significativo, perché vuol dire che sta recuperando sia fisicamente che mentalmente.

Quanto è stato sorpreso dalla sconfitta di Nadal e dal grande tennis espresso da Schwartzman? Cosa le piace di più del tennista argentino?

Del tennista argentino mi piace molto la fidanzata, ma a parte gli scherzi mi attrae molto la sua attitudine. È un giocatore che lotta su tutte le palle, ha una resistenza e una velocità incredibile. Ha grandi abilità difensive e nel saper passare dalla fase difensiva a quella offensiva nel corso dello scambio. Inoltre nonostante non abbia un servizio potente, ma solo di rimessa, riesce sempre a giocare ad alti livelli. Della partita con Nadal sono rimasto sorpreso, ma neanche troppo. Le condizioni di gioco serali, con grande umidità, hanno fatto diventare i campi molto duri, con poca terra rossa. In queste condizioni i colpi Top-Spin di Nadal, che con il caldo e campi più morbidi schizzano per aria, con campi più duri non lo fanno più. Inoltre Nadal non era in grande condizione, ha giocato molto poco prima di Roma e l’ho visto molto appesantito fisicamente. Infatti quando si è tolto la maglia in campo, durante un match, l’ho visto 4/5 kg sovrappeso. Tutto ciò ha permesso ad un lottatore come Schwartzman di giocarsela e fare lo sgambetto allo spagnolo.

Secondo lei al Roland Garros Nadal rimane il favorito oppure ritiene Djokovic il maggiore indiziato per vincere lo Slam parigino?

Per i prossimi 5 anni il favorito al Roland Garros rimane sempre Nadal, uno che ha vinto il torneo 12 volte è difficile non metterlo favorito. Credo che mai nessuno riuscirà ad eguagliare un record del genere, anzi sono sicuro che nessuno riuscirà mai più a vincere dodici volte un torneo dello Slam. Tra l’altro il Roland Garros è ancora più difficile, il più duro degli Slam e tra i più complessi tra i tornei del circuito ATP. Nadal rimane quindi ancora il favorito, anche perché sui cinque set è tutto un altro sport. Lui con l’esperienza, le capacità fisiche e i colpi che ha, si trova a nozze a giocare tre set su cinque. Sicuramente anche per lui, vista la sua condizione, sarà più dura rispetto agli altri anni vincere il torneo. Molto dipenderà anche dal tabellone e da come tennisti come Zverev, Medvedev, Thiem, Shapovalov, Tsisipas si presenteranno allo Slam francese. Sono tutti giocatori giovani, con dieci anni in meno di Nadal, e questo fattore potrebbe pesare abbastanza. Per quanto riguarda Djokovic, sulla terra fa più fatica e storicamente è la superficie che ama meno. Quindi, nonostante la motivazione dei 17 Slam, lo vedo leggermente indietro rispetto a Nadal per la conquista del Roland Garros.

Proprio su Djokovic, lei è d’accordo sulla squalifica che gli è stata inflitta allo US Open?

Come spesso dicono gli inglesi “rules are rules”, le regole sono regole. Djokovic ha fatto una sciocchezza ed è giusto che abbia pagato. Io ero in campo a Sidney, inizio anni Duemila, quando Stefano Pescosolido, uno dei più bravi ragazzi mai conosciuti nel mondo del tennis, fu espulso perché butto la racchetta per terra che rimbalzò e colpì in prima fila una ragazzina che stava assistendo al match. La regola prevede l’espulsione, c’è poco da fare. Inoltre Djokovic non è la prima volta che faceva gesti del genere, quindi ci sta il provvedimento e speriamo abbia imparato la lezione.

Dando un’occhiata al torneo femminile di Roma, chi l’ha colpita e chi l’ha delusa maggiormente?

La Halep è la più forte oggi sulla terra rossa e si merita la vittoria del torneo, quindi sono stato molto felice per lei. Secondo me è la favorita per il Roland Garros, l’ho vista migliorata tecnicamente e fisicamente. Per la delusione direi Pliskova, perché anche se stai male, per rispetto dell’avversaria e del pubblico, non devi ritirati in finale. Vedremo se sarà in grado di giocare a Parigi e in che condizioni sarà. In generale però la delusione più grossa a Roma è stato forse proprio il tennis femminile. Il tennis al femminile sta esprimendo in questo momento davvero poco e, a parte la Osaka, non mi pare ci sia molto altro.

Secondo lei nei prossimi anni nel tennis femminile ci potrà essere una nuova Serena Williams, una giocatrice da battere oppure ci sarà questo grande equilibrio ancora per molti anni?

Credo ci sarà ancora equilibrio per moltissimi anni, perché nessuna delle ragazze presenti oggi ai vertici è completamente dedicata al tennis. Mi riferisco ad Andreescu, Osaka, Halep, Anisimova, tutte tenniste che non sono concentrate al 100% sul tennis. Per diventare icone come la Williams, Navratilova, Evert devi pensare solo ed esclusivamente all’ attività agonistica e sportiva.

Tornando alla situazione nel nostro paese, invece, come si spiega il difficile momento del tennis azzurro al femminile?

Nel momento di grande splendore del tennis azzurro al femminile, con Schiavone, Pennetta, Vinci ed Errani, ci si è un po’ adagiati pensando poco al futuro. Bisognava realizzare maggior iniziative di promozione del tennis e le stesse magnifiche quattro avrebbero dovuto fare da volano con le nuove generazioni. Anche adesso che hanno smesso non sono molto coinvolte in progetti di crescita per il nostro tennis, dovrebbero secondo me avere un ruolo più attivo mettendo a disposizione la loro grande esperienza. Infine in Italia c’è un grande richiamo di altri sport per le ragazze, prima preferiscono giocare a pallavolo, poi il nuoto e il tennis è molto in là tra le scelte. Di conseguenze arrivano giocatrici poco prestanti fisicamente e oggi se non hai un grande fisico non arrivi ad altissimi livelli. Non basta la grinta e la voglia che, con tutto il rispetto, per esempio ha la bravissima Paolini, ora n.1 d’Italia.

Dovesse dirmi due giovani talenti, al maschile e al femminile, che in futuro potrebbero diventare grandi, chi indicherebbe?

Secondo me Shapovalov diventerà il McEnroe del futuro, però lui è già molto conosciuto. Tra i giovanissimi citerei di sicuro Musetti e poi lo spagnolo Alcaraz. A me piace molto anche per come gioca Luca Nardi, però non si è ancora espresso ad altissimi livelli. Inoltre potrebbe anche rivelarsi un giocatore con grande talento, ma che avrà difficoltà ad affermarsi. A livello femminile è proprio difficile indicare qualcuna, a me piaceva molto Anisimova, ma per via di alcuni problemi familiari e fisici si è un po’ fermata. La Andreescu era molto promettente, ma per via dell’operazione che ha svolto ormai è ferma da un anno.

Tutta la redazione ringrazia Vincenzo Martucci per la disponibilità e la gentilezza.

Simone Caravano
Simone Caravano 22 anni, laureato in Scienze delle Comunicazioni presso l'università degli studi di Pavia. Attualmente studente della laurea magistrale in giornalismo dell'università di Genova. Credo che lo sport sia un mondo tutto da scoprire e da raccontare, perché offre storie uniche ed emozionanti. Allora quale modo migliore esiste per fare ciò, se non attraverso la scrittura.

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