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Le avventure di Jimmy Butler: il lungo viaggio verso le Finals NBA

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Su cosa sia la leadership troverete in giro centinaia di definizioni e frasi a effetto, tutte col proprio fondo di verità. A Jimmy Butler vanno riconosciuti di certo alcuni dei tratti che nell’immaginario comune caratterizzano il leader: l’esempio, la forte personalità, la durezza mentale, e si potrebbe andare avanti con l’elenco. Ma chissà che il vero segreto del Butler di questa stagione non stia nell’aver capito che non ha bisogno di esercitarla, la leadership, ma soltanto prendere atto che chi gli sta intorno gliela riconosce. Questione di alchimia tra uomini, mistero insondabile e potentissimo, pietra filosofale di gruppi, spogliatoi, squadre.

Impossibile non valutare l’impatto di un’adolescenza fuori dal comune sull’uomo franchigia dei Miami Heat che hanno conquistato le Finals NBA. Jimmy Butler pare essere uscito direttamente da un romanzo di Mark Twain. Nell’ultimo quarto del XIX secolo, l’autore americano ha disegnato un paio di personaggi che ricalcavano la condizione di bambino orfano che aveva vissuto lui in prima persona. A differenza di Twain e dei suoi personaggi, da Tom Sawyer ad Huckleberry Finn, Butler non sarebbe propriamente un orfano, ma ne condivide vicissitudini e irrequietezza. Il padre ha abbandonato la madre prima ancora che lui nascesse, e lei ha cacciato di casa il figlio a soli tredici anni. La motivazione? Non ne apprezzava l’atteggiamento, il cipiglio. Tanto è bastato. A tredici anni Jimmy si è ritrovato a vagare per un sobborgo di Houston, cercando un tetto notte dopo notte. Ospite di vari amici, a volte di strutture di accoglienza per senzatetto. Quattro anni che devono essere sembrati eterni.

Due cose non ha mai abbandonato, la scuola e la palla a spicchi. Proprio giocando incontra l’amico che lo aiuterà a svoltare, un ragazzo che lo sfida e si accorge che quel tipo con la faccia da duro ha qualcosa di particolare. Lo invita a cena e la madre scopre la storia di Jimmy. La famiglia non naviga nell’oro ed è già composta da ben nove persone, ma gli danno un letto per una notte. E poi per un’altra e un’altra ancora. Finiscono per dargli una famiglia. Finalmente all’ultimo anno di High School la vita di Jimmy Butler assume una parvenza di ciò che siamo soliti chiamare normalità.

Anche sul campo Butler continua a doversi conquistare tutto più volte. Al liceo fa già intravedere le sue qualità, difende come se da quello dipendessero i destini del mondo. Non gli basta, però, a convincere subito qualche college di prestigio. La chiamata di Marquette arriverà un anno dopo. Il suo bagaglio tecnico si fa sempre più completo, ma quando si rende eleggibile per il draft 2011 la storia si ripete. I Bulls lo chiamano solo alla numero 30, ultimo del primo giro. E’ questo il suo ingresso in NBA.

Nei sei anni di Chicago si fa strada alla sua maniera, con dedizione e personalità. Migliora fino a diventare una All-Star, l’uomo immagine della franchigia che fu di sua maestà Michael Jordan. Vince il Most Improved Player nel 2015 e fa parte della spedizione USA che conquista l’oro ai Giochi di Rio. Ma qui iniziano ad emergere anche i suoi tratti più spigolosi. Il carattere di Jimmy Butler non è certo un balsamo, averci a che fare può diventare un’esperienza abrasiva. La chiusura della sua parentesi ai Bulls lascia intravedere che il tumulto interiore del giovane Jimmy non ha ancora trovato il suo riposo.

Va a Minnesota, dove trova una squadra con un paio di talenti molto reclamizzati e ambizioni. Al primo anno Jimmy si attesta sopra i 20 punti di media e contribuisce a riportare i Timberwolves ai playoff dopo 14 anni di assenza. Ma il fuoco che ha dentro lo divora. Un po’ come l’Huckelberry Finn di Twain, che diventato ricco rimpiange la vita ribelle dei tempi dell’adolescenza picaresca, Butler non è in grado di accontentarsi di vivacchiare. Adesso ha più soldi di quanti potesse immaginarne e la notorietà. Ha superato sfide durissime per essere lì, ma non vuole adagiarsi, la sua indole gli chiede di fare sempre di più. Vuole vincere ed è pronto a dare tutto per riuscirci. Probabilmente è questo il motivo per cui Towns e Wiggins gli appaiono troppo soft, quasi arrendevoli. Non vede in loro la fame dei vincenti. Prova a spronarli in allenamento, lo fa anche nelle dichiarazioni pubbliche, ma i suoi modi da duro non attecchiscono. Dopo una sola stagione lascia il Minnesota e si trasferisce a Philadelphia.

Quella coi Sixers è storia recente. Una squadra forte e una semifinale di Conference persa 4-3 contro i Toronto Raptors futuri campioni NBA, che passa alla storia per un rocambolesco canestro sulla sirena di Kawhi Leonard in gara 7. Qui forse ritrova in Ben Simmons ciò che già non aveva apprezzato molto in Towns e Wiggins. Joel Embiid invece pare seguirlo, ha capito che Jimmy Butler è uno che non fa sconti a nessuno e men che meno a se stesso. A fine stagione è free agent e i Sixers gli propongono di rinnovare. Lui però ha un appuntamento col destino.

La corsa di Miami è attualità. La squadra è indiscutibilmente di Jimmy, ben al di là dei canestri e di ciò che accade in campo. Si è consegnata spontaneamente a lui e ne sta godendo. Il rookie Tyler Herro, subito dopo una gara 4 contro Boston da supereroe, ai microfoni dichiara che Jimmy è stato un fratello maggiore per lui e di volerlo aiutare ad arrivare dove non è ancora arrivato, alle Finals. A rendere tutto questo possibile è stato l’incontro con coach Spoelstra, ciò di cui Butler aveva bisogno.

Il basket di questi Heat è un’arte spoglia da orpelli, artigianato di alta qualità: si fa ciò che serve, quando serve. Bene e ai due lati del campo. Jimmy ne è interprete perfetto, una star a cui non interessa l’assolo, ma che non teme il clutch time. I suoi occhi hanno danzato a lungo con la paura e adesso sono loro a condurre il gioco. I compagni hanno trovato in lui una guida, un esempio di cosa voglia dire lavorare tutti i giorni per provare a vincere. Il Buono, il Brutto e il Cattivo in un’unica figura.

Con un tipo così, del domani non c’è mai certezza. Se però sei disposto a spingerti fin dove osa lui, poi potresti goderti il panorama. Le Finals sono conquistate. Dall’altra parte ci saranno LeBron, Davis e l’universo Lakers, favoritissimi. Ma la banda di Jimmy Butler venderà cara la pelle.

Vincenzo Bruno
Laureato in Lingue e Letterature Moderne, nato a Palermo nel 1983, vive a Isola delle Femmine, piccola località costiera alle porte del capoluogo siciliano. Aspirante insegnante e appassionato di sport, letteratura e storie, nella sua pagina Instagram “Gente di Sport” alimenta l’amore per la scrittura facendovi convergere spesso le sue più grandi passioni. Due suoi racconti brevi, Notti Bianche e La Prima Volta, sono stati inseriti nella raccolta Pausa caffè: letteratura espressa, pubblicata da Prospero Editore nel 2016.

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