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L’interViSta: Alessandro Giannessi, da La Spezia a New York a colpi di dritto e rovescio

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Ospite della rubrica “L’interViSta” Alessandro Giannessi, tennista che nel 2017 ha raggiunto la posizione n.84 del ranking ATP e attualmente occupa la n.160. Nel corso della sua carriera può vantare il secondo turno agli US Open nel 2016, una presenza in Coppa Davis con l’Italia nel 2017 e lo stesso anno una semifinale al torneo ATP 250 di Umago. Il tennista ligure ha inoltre ottenuto 3 titoli Challenger, nel 2017 a Stettino, nel 2018 a Banja Luka e nel 2019 a Vicenza. Nel corso dell’intervista abbiamo avuto modo di parlare della situazione attuale del tennis legata al Coronavirus, dei momenti più belli ed emozionanti della sua carriera, fino a dare un sguardo ai suoi obbiettivi futuri. Ecco le sue dichiarazioni:

Come ha passato questo periodo senza tennis? Cosa le mancava maggiormente?

È stato un periodo positivo per il mio corpo, perché venivo da un infortunio alla schiena e ho avuto la possibilità di recuperare bene. Inoltre ho sfruttato questo momento per stare molto tempo con la mia famiglia, cosa che non capitava da una quindicina d’anni ormai. Quindi ho cercato di prendere bene questo periodo e sfruttarlo al meglio. Per fortuna però ora ho ripreso ad allenarmi e sembra stia ritornando tutto alla normalità.

Come vede il futuro del tennis? Quali sono i danni più grandi che subisce un tennista, in un periodo come questo senza tornei?

Non è una situazione assolutamente semplice, quella che stiamo affrontando ora. Noi tennisti purtroppo non siamo tutelati sotto tanti punti di vista. Non ci sono tutele dal punto di vista economico e neanche dal punto di vista sanitario, in caso di infortuni per esempio. Purtroppo dobbiamo quindi un po’ arrangiarci, cercando di andare avanti senza aiuti di nessuno.

Come nasce la sua passione per il tennis? Ha sempre sognato di diventare un tennista professionista?

La mia passione per il tennis nasce in famiglia, perché ho due fratelli maggiori che giocavano a tennis. Grazie a loro quindi, vedendoli giocare, mi sono appassionato a questo sport e fin da bambino ho iniziato a praticarlo. Con il passare degli anni ho incominciato a intuire di essere portato per il tennis e un po’ più bravo rispetto agli altri bambini con cui giocavo. Da qui iniziai a capire che, quella di diventare un giocatore professionista, potesse essere la mia strada e quindi iniziai a giocare a livello agonistico. Quindi si, fin da subito il mio sogno è stato quello di diventare un tennista a livello professionistico.

Allo Us Open 2016 raggiunse il secondo turno, giocando poi contro Wawrinka. Quale sono i suoi ricordi di quel match contro lo svizzero, futuro vincitore del torneo?

Quella fu davvero un’esperienza inaspettata, perché venivo da un periodo non brillantissimo prima del torneo a New York. Della partita con Wawrinka ho dei ricordi bellissimi, soprattutto perché riuscì a giocare quasi alla pari con quello che sarà il futuro vincitore del torneo. Mi ricordo che entrai in campo molto teso all’inizio, ma con il passare dei minuti mi sciolsi maggiormente. Soprattutto mi resi conto di poter giocare alla pari, con un futuro campione slam. Tant’è che ebbi anche un set point con il mio servizio, nel terzo set ebbi tre palle break sul quattro pari, quindi ci furono anche delle occasioni per vincere un set. In questo modo avrei potuto portare anche la partita al quarto set e chissà cosa sarebbe successo poi.

Tra i 4 tornei del grande slam, per ambiente, organizzazione e condizioni in cui si disputano, quale preferisce?

Come organizzazione il numero uno è l’Australian Open, perché ha dei servizi al giocatore che gli altri tornei non hanno. Dal punto di vista ambientale preferisco Wimbledon, ha un’atmosfera quasi surreale di altri tempi. Basti vedere per esempio già il tabellone del torneo e ti rendi conti di essere in un posto assolutamente particolare e unico.

Nel 2017 debutta in Coppa Davis per l’Italia contro il Belgio. Quanta è stata grande l’emozione di quell’esordio con la maglia della nazionale?

È stata un’emozione fortissima e fantastica, giocare per la nazionale è sempre una grande fonte di orgoglio. Mi ricordo benissimo ogni momento di quell’esordio, pur giocando a risultato acquisito l’adrenalina e l’emozione non mancavano. È anche difficile da spiegare l’emozione che si prova a giocare in rappresentanza della propria nazione. Quello che posso dire è che, a livello mio personale, c’è molta più tensione nel giocare in Coppa Davis, rispetto a quando si disputano i normali tornei del circuito. Si gioca per la propria nazione, per il paese a cui appartieni, ciò comporta una grande responsabilità ma allo stesso tempo è assolutamente speciale.

Cosa ne pensa della nuova formula della Coppa Davis, le piace?

Sicuramente dal punto di vista economico aiuta molto di più i giocatori, ma la nuova formula non mi attrae più di tanto. Mi piace molto di più il formato che c’era prima, perché conteneva al suo interno dei valori e degli aspetti davvero unici. Era molto bello giocare sul campo della propria nazione oppure andare in trasferta, con atmosfere speciali e che solo la Coppa Davis poteva regalare. Inoltre nella prima edizione, secondo me, ci sono stati tanti problemi organizzativi e hanno fatto degli errori. È inconcepibile, in una competizione così importante, giocare partite a tarda notte e senza pubblico. Come detto prima, quindi, io preferisco assolutamente la Coppa Davis nel vecchio formato.

Sempre nel 2017, ottiene la semifinale al torneo ATP 250 di Umago. C’è un po’ di rammarico per non essere arrivato in finale, in un torneo prestigioso come quello croato?

Dopo la partita c’è stato grande rammarico, perché giocai un ottimo match e ebbi le chance per vincere la semifinale contro Lorenzi. Passato però un po’ di tempo e a mente fredda, l’aver raggiunto una semifinale di un torneo ATP è stato comunque un grande risultato e una soddisfazione importante.

Ad inizio 2020, durante le qualificazioni all’Australian Open, ci fu un episodio un po’ controverso con il coreano Lee. Lei era avanti nel match, il suo avversario accusò dei crampi e gli fu concesso un medical time out, quando il regolamento non lo permetteva però. Il tennista coreano, prima in grande difficoltà fisica, fu curato e così rientrò in campo in condizioni migliori, ribaltando il match e poi vincendolo. Tutto ciò scatenò la sua rabbia e uscì dal campo molto contrariato. Dopo quell’episodio l’ATP si scusò con lei oppure non le disse più nulla? Anche Fabio Fognini si schierò dalla sua parte, quanto fu confortante ciò?

L’ATP semplicemente si scusò con me e ammisero di aver commesso un errore nei miei confronti. Semplicemente questo, nulla di più. Poi si è vero Fabio mi sostenne in quell’occasione e mi fece molto piacere. Io e Fabio siamo molto amici, quindi a prescindere da questo episodio, con lui ho un grandissimo rapporto. Ma in quell’occasione ci furono moltissimi gesti di solidarietà da vari giocatori nei miei confronti, non solo da parte di Fabio.

Uno sguardo ora al tennis italiano, chi preferisce tra i “nuovi arrivati” come Berrettini, Sinner, Sonego ecc?

Indicare quello che mi piace di più è molto difficile da dire, perché sono tutti ragazzi che giocano molto bene e già ad altissimi livelli. Hai nominato, per esempio, Berrettini che è già tra i primi otto del mondo e un campione ormai affermato. Lo stesso Sinner è un ragazzo giovanissimo con del potenziale immenso, che potrà di sicuro arrivare ad livelli altissimi. Sonego è un giocatore che mi piace molto, soprattutto per la sua grinta e per la sua determinazione. Poi ci sono tantissimi altri giovani, come Musetti per fare un nome. Ho la fortuna di conoscerlo e allenarmi con lui, ha tutte le carte in regola per arrivare ad altissimi livelli. Quindi ci sono vari ragazzi davvero interessanti e che potranno fare molto bene in futuro.

Quali sono i suoi obbiettivi futuri e qual è il sogno che desidera realizzare?

L’obbiettivo è quello di continuare la mia carriera per più anni possibili, perché amo giocare a tennis. Quindi, infortuni permettendo, spero di proseguire il più a lungo possibile con la mia attività da giocatore professionista. Il sogno poi rimane di sicuro quello di battere il mio best ranking(n.84 al mondo) in futuro. Questo è davvero quello che desidero realizzare di più, nei prossimi anni di carriera.

Tutta la redazione di Vita Sportiva ringrazia Alessandro Giannessi per la disponibilità, augurandogli il meglio per il proseguo della carriera.

Simone Caravano
Simone Caravano 22 anni, laureato in Scienze delle Comunicazioni presso l'università degli studi di Pavia. Attualmente studente della laurea magistrale in giornalismo dell'università di Genova. Credo che lo sport sia un mondo tutto da scoprire e da raccontare, perché offre storie uniche ed emozionanti. Allora quale modo migliore esiste per fare ciò, se non attraverso la scrittura.

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