Ciclismo

Per un ciclismo più sicuro

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Passata la commozione per la tragica morte di Bjorg Lambrecht resta il senso di amarezza per aver assistito alle solite toccanti commemorazioni da parte dei compagni di squadra e di gruppo, senza che l’evento smuovesse un dibattito tra gli addetti ai lavori su come poter migliorare la sicurezza in corsa per i ciclisti. Lungi da me voler speculare su un triste accadimento, ma non posso non notare come in passato ogni evento simile portasse con se una discussione propositiva su come affrontare il futuro, mentre in anni più recenti, nonostante il triste aumento di incidenti gravissimi in corsa, non si è mai andati oltre l’aspetto emotivo e commemorativo, senza mai riaccendere una seria discussione sulla sicurezza in gara (per quanto riguarda gli allenamenti a traffico aperto non basterebbe un articolo e si dovrebbe andare ad investire sulla cultura generale degli italiani). La morte di Fabio Casartelli, ad esempio, risultò decisiva per rendere obbligatorio l’uso del casco in corsa, cosa che all’epoca sembrava fantascienza, mentre oggi nessuno, nemmeno l’ultimo degli amatori della domenica, si sognerebbe di uscire con una bici da corsa senza questo fondamentale strumento di sicurezza.

E’ pur vero che uno sport che si corre su strada ha i suoi rischi, ma nel ciclismo oggi assistiamo troppo spesso a cadute ed incidenti che sembrano banali, ma che lasciano conseguenze gravissime tipo frattura multiple o lesioni agli organi interni. Questo è un riflesso dell’aumento delle velocità, dell’esasperazione dei materiali, delle tattiche, della disattenzione a cui i corridori stessi sono ormai “costretti” visto che devono continuamente guardare il ciclocomputer o ascoltare la radiolina. Ma è altrettanto vero che ogni sport, di fronte ai cambiamenti tecnici più importanti, ha aggiustato regolamenti e protezioni attive e passive (vengono in mente le protezioni nei motorsport, ma anche i cartellini rossi per le gomitate in testa nel calcio) per i propri protagonisti.

E proprio da una nuova presa di coscienza dei ciclisti dovremmo ripartire, dal far capire loro che guardare la strada è più importante che controllare il wattaggio o la cronotabella, che una protezione a guscio aumenterà sì il peso e il sudore, ma eviterà la morte, o un grave infortunio in caso di caduta ai 90 km/h. Insomma, gli addetti ai lavori dovrebbero convocare i protagonisti e discutere insieme di una serie di attenzioni e protezioni da introdurre almeno in gara.

Oltre a questo andrebbero migliorate ed aumentate le misure di protezione lungo i percorsi. Sappiamo benissimo che il ciclismo su strada non si corre su circuito e che mettere in totale sicurezza centinaia di chilometri è difficile e molto costoso, però è uno sforzo che va fatto, magari coinvolgendo nelle organizzazioni delle corse l’associazionismo locale. Iniziamo a mettere protezioni serie nei punti più pericolosi quali curve a gomito, spartitraffico, muretti a bordo strada, eliminiamo le transenne (responsabili di gravi infortuni in caso di impatto sui tubi di ferro, gli ultimi dei quali quelli di Valverde e Van Aert durante delle cronometro) e sostituiamole con pannelli respingenti, facciamo insomma in modo che quando si verifica una caduta o un incidente non si trovino ostacoli potenzialmente mortali sulle strade.

Infine, l’aspetto regolamentare: vanno assolutamente limitate le moto e le auto al seguito (entrambi i mezzi protagonisti negativi negli ultimi Tour de France o classiche del nord), bisogna fare maggior ricorso alla neutralizzazione dei tempi (anche di tratti parziali) in caso di pericolo, studiare un sistema come quello delle safety car in caso di asfalti bagnati o troppo dissestati, introdurre l’obbligo di uso di gomme scolpite in caso di maltempo.

Tutte queste cose possono sembrare un sacrilegio alla tradizione, ma non si capisce come mai le innovazioni tecniche che servono ad andare più forte non vengono messe in discussione, mentre quelle per aumentare la sicurezza vengano snobbate. Pensiamoci, ne va del futuro di questo sport, della sua credibilità e appetibilità, del suo ricambio generazionale (io stesso non consiglierei a mio figlio di salire su una bici da corsa, alle condizioni di oggi).

Simone Bruni

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