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Qual è il miglior futuro possibile per i Phoenix Suns?

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Mentre le 4 squadre rimaste nella bolla di Orlando si danno battaglia nelle finali di Conference, i restanti team sono tornati alle loro città facendo il conto sulla stagione conclusa e preparandosi per la prossima. Tra questi i più interessanti sono probabilmente i Phoenix Suns, reduci dall’incredibile impresa – purtroppo vana – di essere usciti imbattuti dalla bolla di Orlando con ben 8 vittorie su 8 partite. La squadra ha dimostrato un’impronosticabile solidità, facendo gruppo intorno alle due superstar e lottando su ogni pallone per giocarsi i Playoff.

L’equilibrio dei Suns ruota intorno a diversi elementi. Il primo è sicuramente Devin Booker, star e innegabile perno della franchigia. Per inquadrare la stagione del giocatore – coronata dalla prima chiamata all’All Star Game – è opportuno partire dall’indicatore più immediato, ossia le statistiche offensive. Booker ha tenuto 26.6 punti di media, uniti a 6.5 assist e 4.2 rimbalzi. I dati sono grossomodo simili a quelli della scorsa stagione ( 26.6 + 6.8 + 4.1), ma c’è un significativo elemento da tenere in considerazione: sia nei tiri da due che in quelli dalla lunga distanza il profilo di Devin ha registrato un calo nei tentativi e un incremento nella percentuale. In sostanza, Booker sta tirando meno e meglio rispetto alla passata stagione. Ad ora la differenza non è così abissale da predire una qualsiasi inversione di tendenza nel gioco della guardia, ma è significativo che arrivi proprio nell’anno della definitiva esplosione.

Questa estate Draymond Green è stato multato per aver commesso “taunting” (traducibile grossomodo come il fare pressione su un giocatore), dicendo che Booker deve andare necessariamente via dai Suns per il bene della propria carriera. Il dubbio in realtà è legittimo, per quanto appaia azzardato.
Booker ha un contratto garantito di 158 milioni di dollari – il più pagato nella storia della franchigia – spalmato tra la stagione appena conclusa e il 2024, con uno stipendio annuale medio di 31 milioni. Un contratto pesante e oneroso che rende chiara la visione attuale dei Suns: affiancare alla guardia (e Ayton) un supporting cast di livello per tornare stabilmente tra i top team della Western Conference.

L’importanza attuale del giocatore nel roster è lampante: non solo top scorer ma anche leader e trascinatore. Affiancato da un play d’esperienza come Ricky Rubio (essenziale nel togliere almeno il “peso” dell’impostazione offensiva) Booker è libero di dispiegare il proprio talento offensivo con il suo variegato arsenale. Ma come ha giocato quest’anno Booker?

Il maggior apporto offensivo viene da pick and roll, la prima giocata cercata dalla guardia di Phoenix, scelta però drasticamente ridotta rispetto alla scorsa stagione (dal 46% al 36%). Segue la giocata in isolamento – croce e delizia – che grossomodo resta stabile (17% delle scelte l’anno passato, 15% l’attuale), mentre il parametro meno usato è la giocata su taglio, dove si registra un leggero miglioramento (dal 4% al 6% attuale).

Il primo bivio della franchigia dunque potrebbe essere proprio questo: tenere Devin Booker o scambiarlo per multiple opzioni futuribili? Il mercato del giocatore è indiscutibile e molte squadre sarebbero disposte a qualsiasi follia pur di mettere le mani sulla guardia di Kentucky. Ora è decisamente presto per date adito ai rumors più diffusi, ma sembra che i team più accreditati siano principalmente quattro: Atlanta, Philadelphia, New York e Minnesota, ognuna in grado di offrire contropartite più o meno appetibili. La trade più gettonata vedrebbe Booker ai Timberwolves per creare un terzetto estremamente interessante assieme a Karl Anthony Towns e D’Angelo Russell. La franchigia di Minnesota farebbe quel salto che manca per tornare veramente competitivi e a Phoenix potrebbero finire prospetti interessanti come Okogie, Culver ma sopratutto la chiamata al draft 2020 –  una top 5 protetta – essenziale qualora Phoenix decidesse davvero di ricostruire il team intorno a un’unica star (Ayton).

Altra interessante ipotesi lo vedrebbe ai Knicks con un procedimento grossomodo simile. A Phoenix arriverebbero Elfryd Payton e sopratutto Julius Randle, senza dubbio il giocatore migliore di New York e proprio per questo il più vendibile. Booker sarebbe l’indiscussa superstar di una piazza tra le più celebri nella pallacanestro, per quanto attualmente disastrata. Anche qui comunque sarebbe essenziale il coinvolgimento della scelta di NY al prossimo draft.

È opportuno però allargare il campo visivo facendo un passo indietro: a che punto è il gioco dei Phoenix Suns?
Dopo una stagione piuttosto traballante il neo coach Monty Williams sembra aver finalmente trovato una quadra interessante con un gioco che predilige il passaggio e le spaziature, con la continua ricerca dell’ uomo libero sul perimetro. Il gioco può svilupparsi partendo o da un passaggio di Ricky Rubio per Devin Booker, spesso in uscita dai blocchi, o direttamente da un Pick and Roll eseguito dallo stesso Booker e Ayton, il cui movimento costringe la difesa ad arretrare e collassare verso il centro lasciando liberi gli obiettivi di scarico.

Ayton è notoriamente il perno inamovibile del gioco di Phoenix. Un centro moderno, mobile ed estremamente rapido, capace di coniugare il secondo apporto offensivo del team a una difesa in costante crescita, specialmente nel contenimento del pick and roll avversario e nell’uscita sull’uomo libero, movimento che si traduce spesso nella stoppata o nel tiro sporco da parte dell’avversario. L’attenzione alla difesa da parte di Ayton è il risultato degli sforzi di coach Monty, da sempre attento al contributo di ogni singolo interprete in questa delicata fase di gioco.

A completare lo starting five ci sono Mikal Bridges e Cameron Johnson. Se l’apporto offensivo dei due è senza dubbio migliorabile (ma non per questo da trascurare) è indubbio non a caso il loro valore difensivo. Cameron Johnson ha dato prova negli ultimi due anni di un crescente miglioramento sul proprio lato di campo, operando splendidamente sul contenimento dell’uomo dal perimetro e nel recupero dei palloni.
Mikael Bridges, dal canto suo, sta facendo del tempismo e dell’istinto le sue armi migliori: questo si traduce nell’eccelso uso del taglio a canestro per sbilanciare le difese avversarie – elemento del quale è già uno dei migliori intepreti nella lega – e nell’uso delle lunghe leve per infastidire le rotazione offensive di chi ha davanti. Bridges infatti colleziona 3.7 deviazioni e 2.5 rubate ogni 75 possessi, dati che lo posizionano rispettivamente 91esimo e 90esimo tra tutti i giocatori NBA.

Phoenix sembra essere tutto tranne che allo sbando, stando così le cose. Eppure si trova di fronte al bivio più rischioso nel quale una franchigia può imbattersi quando si parla di ricostruzione: continuare sulla strada maestra o cercare un’alternativa? La dirigenza ora dovrà decidere se massimizzare l’organico aggiungendo una terza star al duo Booker – Ayton, con il rischio tuttavia di stravolgere un delicato equilibrio che sta dando ora i primi frutti (e la possibilità del collasso interno mostrato proprio da Philadelphia in questa post season) oppure tenere un profilo basso e lavorare sul rinforzo della panchina in modo da alzare il livello dei backup, magari scambiando il loro miglior giocatore in cambio di una serie di assets per elaborare una nuova formula di rinascita.

Ad ogni modo Phoenix ha fatto mostra di uno spirito indomito e di una lampante volontà di non limitarsi al mero tanking atto alla ricostruzione ma di volersi giocare tutte le proprie carte lottando a denti stretti tra squadre ben più attrezzate. E questo è sicuramente il primo passo per tornare grandi.

Immagine in evidenza: © The Arizona Republic

Nicola Simonutti

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