
Cinquanta anni fa, l’11 ottobre del 1975, Francesco Moser conquistava la sua prima classica monumento, Il Lombardia. L’allora 24enne di Palù di Giovo, dopo una vittoria di tappa al Giro d’Italia del 1973, si presentò al mondo e diede la scossa ad una carriera formidabile. Al momento del ritiro, Moser contava 147 vittorie da professionista con una Milano-Sanremo, tre Parigi-Roubaix, due Giri di Lombardia, un Giro d’Italia e un Mondiale. In un ciclismo che veniva dal dominio di Eddy Merckx, che in quegli anni iniziava a cedere pian piano lo scettro di fenomeno assoluto, Moser riuscì ad inserirsi tra i fenomeni che hanno caratterizzato la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80.
Quel Lombardia del 1975 è stata la prima grande vittoria di Moser, che confermò di possedere la stoffa del campione, l’unico italiano a podio in tutti i cinque monumenti. La 69esima edizione dell’ultima classica monumento della stagione si disputò su un percorso di 266 chilometri. In quegli anni la partenza era posta a Milano e il traguardo a Como. Il giovane corridore trentino riuscì ad avere la meglio, dopo 7 ore e 24 minuti di corsa, in volata, su Enrico Paolini e Alfredo Chinetti, in una gara che si rivelò molto dura e nervosa: solo diciotto corridori che riuscirono a completarla a fronte dei 106 iscritti. «È stato il Giro di Lombardia più difficile, perché piovve dalla partenza fino all’arrivo, sempre sotto l’acqua – ricorda oggi Moser in un’intervista alla Gazzetta dello Sport – Faceva molto freddo: arrivammo gelati, perché allora si andava su, a 800-900 metri, anche due o tre volte. Intelvi, Ballabio, Sormano, il Ghisallo. Con me, nel gruppo di testa, c’erano Merckx, De Vlaeminck, Maertens, Baronchelli, Chinetti, Paolini. Quando affrontammo la discesa di Intelvi, scendendo verso Como, io, Chinetti e Paolini andammo in fuga e i tre belgi dietro di noi si fecero la guerra. Non tirarono, così noi arrivammo alla fine con un vantaggio grande. Vinsi con alle mani dei guanti da motociclista. Allora non c’erano gli indumenti particolari di oggi per difendersi dal freddo. Come copriscarpe usavamo i nylon, poi me li feci con il materiale dei calzari da sub, in neoprene. Li avevo visti in un negozio, quei calzari. Li portai a casa, ci feci un buco per le tacchette. Mi difendevano, con quel tempo lì soprattutto. Gareggiare era pericoloso, la discesa di Intelvi aveva i tornanti in pavé. Andavi giù che non sapevi se arrivavi in fondo o no».
Il Lombardia è stata una delle classiche che nel tempo ha subito maggiori modifiche nel percorso, senza mai snaturare, però, la sua identità. Il tracciato ha sempre prediletto una lunghezza notevole, oltre i 250 chilometri. Disputata nel cuore dell’autunno, spesso segnata dal meteo, la “Classica delle foglie morte” si è contraddistinta nel tempo per le sue strade nervose e le diverse salite da affrontare, soprattutto quella di Madonna del Ghisallo, spesso decisiva ai fini della vittoria. Da sempre questa è la classica dei corridori completi, capaci di resistere ad un’intera stagione di fatiche e dare fondo alle energie rimaste alle porte della pausa invernale. Dal 1905 al 1960 la partenza e l’arrivo erano a Milano, successivamente dal 1961 al 1984 la città di Como ha ospitato l’arrivo, con Monza protagonista. Poi, nel nuovo millennio, dove le città protagoniste sono divenute Como e Bergamo, che dal 2014 si alternano nell’ospitare la partenza e l’arrivo. Solo dal 2017 al 2020 si corse da Bergamo a Como.
Dalla vittoria di Moser a oggi, con una stabilizzazione del percorso di mezzo, fatta da un disegno più selettivo e da salite più dure, come quella della Colma di Sormano, del Civiglio, di San Fermo della Battaglia o ancora del Passo Ganda, la gara odierna è una sfida tra scalatori moderni. Corridori che sono in grado di esprimere esplosività in salita e mantenere il controllo su discese più tecniche. L’evoluzione del ciclismo, tra le significative variazioni sul piano dell’alimentazione, delle tecniche di allenamento, dei materiali all’avanguardie e delle strategie basate sui dati, ha portato i corridori a chiudere questa corsa con una media spesso superiore ai 40 km/h. Per fare un paragone, quella di Moser si concluse con una media di poco sotto i 36 km/h.
Nata due anni prima della Milano-Sanremo, Il Lombardia possiamo considerarla come “la Classica degli italiani”. Fino al 2024 sono state ben 69 le vittorie tricolore. Prima di Francesco Moser hanno reso grande questa corsa Fausto Coppi, unico capace di vincerla ben cinque volte, Alfredo Binda che ne ha vinte quattro come Tadej Pogačar, ma anche Costante Girardengo, Gaetano Belloni e Gino Bartali che ne hanno vinte tre. In questa gara hanno trionfato anche Franco Bitossi e Felice Gimondi. La tradizione è andata avanti anche dopo le vittorie del 1975 e del 1978 di Moser. Nel nuovo millennio Damiano Cunego è riuscito a conquistarne tre (2004, 2007 e 2008), Michele Bartoli ha conquistato il successo nelle edizioni del 2002 e del 2003, mentre Paolo Bettini ha trionfato nel 2005 e nel 2006.
Dopo il 2008, l’ultimo italiano che ha conquistato la Classica delle foglie morte è stato Vincenzo Nibali, prima nel 2015 e successivamente nel 2017. Quella del 2025 potrebbe essere l’ottavo anno senza un vincitore italiano: mai c’è stato un digiuno così grande per il Bel Paese nella storia di questa corsa.
Dal 2021 il dominatore assoluto è lo sloveno Tadej Pogačar, capace di vincere quattro edizioni consecutive e quest’anno andrà a caccia della quinta, che gli permetterebbe di raggiungere il record di vittorie di Coppi. Il corridore della UAE Team Emirates XRG vince come il Campionissimo, partendo alla distanza e annichilendo la concorrenza, che sfuma via alle sue spalle, chilometro dopo chilometro. Due sport diversi, ma interpretati allo stesso modo, con la voglia di dominare, di trionfare rischiando di perdere. «Prima di vincere o perdere bisogna rispondere: presente, ci sono», diceva Moser. Pogacar risponderà presente per la quinta volta consecutiva all’ultimo grande appuntamento della stagione. Un appuntamento, come al solito, per lui, anche con la storia.


