
«Lo sport rappresenta, forse, l’ultimo baluardo delle coscienze contro un certo degrado etico e civile che sta coinvolgendo buona parte del mondo: facciamo in modo che le nostre coscienze non subiscano delle delusioni!». Così scriveva Livio Berruti, campione olimpico nei 200 metri a Roma 1960, nel programma redatto per candidarsi alla presidenza della Federazione italiana di atletica leggera. Quarant’anni dopo queste parole pesano e risuonano molto attuali pensando a cosa accade in giro per il mondo.
Parlare con lui, oggi, a 86 anni, vuol dire ancora percepire l’amore per lo sport e l’energia nel trasmetterlo, nonostante la voce affaticata. L’età si fa sentire, ma Berruti porta ancora con sé tutti quei valori che l’hanno contraddistinto da atleta, dalla semplicità all’ironia, dalla cultura del gesto al rispetto, e tiene a ricordare quanto lo sport possa fare per la società.
Livio, quel suo appello non fu ascoltato. Oggi ce ne sarebbe un grande bisogno…
«È proprio vero. La situazione è peggiorata e un contesto sportivo in preda all’esasperazione del professionismo non aiuta. Vedo ambienti blindati, maggiore distanza tra il pubblico e gli atleti, i quali sono spesso isolati nella propria bolla e c’è un’attenzione spasmodica e futile attorno alla loro vita privata. C’è ancora tanto che lo sport può fare per la società, ma la cultura della vittoria e dell’immagine hanno portato diversi aspetti negativi».
Un altro mondo rispetto a quello dei suoi anni ’60.
«Un altro modo di vivere lo sport, la dimensione dilettantistica di certo aiutava in questo. Si viveva tutto con più spensieratezza ed era più facile apprendere quei valori sani che lo sport stesso trasmette: contribuisce a unire le persone e a sentirsi libere, insegna che solo dopo un percorso fatto di impegno e fatica si ottengono dei risultati. Sarà proprio quel sudore di oggi a farti godere quella vittoria di domani. Questo non deve sfociare in un’ossessione verso l’etica del lavoro o verso altre derive peggiori, come capita ad alcuni. E nel mio mondo era più semplice: si correva per divertirsi».
Ha vissuto così anche quel giorno che all’età di 21 anni l’ha fatta entrare nella storia dello sport italiano e non solo?
«Prima della gara in realtà ero teso e preoccupato, a differenza di quello che si è raccontato poi. Non feci il riscaldamento tra la semifinale e la finale, ma non perché ero rilassato o volevo snobbare i miei avversari, come alcuni di loro pensarono. Semplicemente volevo riposare dopo aver corso il record del mondo per qualificarmi all’atto conclusivo (riuscì a ripeterlo, 20″5, ndr). Avevo paura di pagare lo sforzo e accusare la fatica».
Andò diversamente. Cosa le è rimasto più impresso a distanza di sessantacinque anni da quel 3 settembre 1960? Sono cambiate le sensazioni nel tempo?
«No, quel clima piacevole, quel senso di felicità e di gioia non è andato più via. Ricordo ancora bene lo Stadio Olimpico in festa, il pubblico che mi acclamava. La riconoscenza nei miei confronti è sempre stata grande, tanto che una delle cose che conservo più nel cuore non sono le vittorie in pista, ma l’affetto e la gratitudine dei tifosi italiani quando gareggiavo all’estero. In particolare ricordo un uomo che a Bruxelles, in occasione dei Mondiali militari, arrivò a baciarmi le mani. Le mie vittorie sportive rappresentavano un simbolo di rivalsa rispetto alla loro condizione precaria e di emarginazione di immigrati»
Cosa racconta, invece, per descrivere quel giorno attraverso il suo modo di vivere lo sport?
«Prima della gara feci un gesto che rispecchia la differenza dell’atletica del mio tempo rispetto a quella odierna. Decisi di cambiare le scarpe che avevo indossato fino a quel momento, più moderne, per cambiarle con un paio più vecchie e meno performanti perché più pesanti e dure. Però erano bianche e si abbinavano meglio al colore delle calze, mi facevano sentire più a mio agio. Probabilmente oggi sarebbe considerato folle».
Un dettaglio che ci rimanda alla sua eleganza anche nel gesto fisico e alla leggerezza dei suoi sforzi da record. «L’apparizione di Berruti fu angelica e folgorante insieme. Un ragazzino costretto da qualche iddio a compiere gesti di superiore coordinazione, dunque di naturale eleganza. Lo ispira un orgoglio fisico mediocre, per non dire qualsiasi», scriveva Gianni Brera.
«Infatti inizialmente i tecnici mi sconsigliarono di dedicarmi alla velocità, a causa della mia leggerezza, nel senso di un fisico gracile. Cercarono di indirizzarmi verso il salto in alto. Temo che quelle carte con quei giudizi, dopo le mie vittorie, sparirono presto dagli archivi della Federazione (ride, ndr). Nel gesto fisico credo che mi abbia aiutato aver praticato altri sport prima di passare all’atletica, come il tennis o il pattinaggio su ghiaccio per la sensibilità dei piedi in curva».
Non è nato sportivamente quindi sulle piste d’atletica?
«No, arrivai all’atletica per caso. Anzi, per amore del tennis, il mio sport preferito all’epoca. Dopo aver battuto per scommessa in uno sprint nel cortile della scuola il compagno più veloce del Liceo, mi iscrissi nel Club Lancia, dove anche lui era tesserato. Ma non tanto per correre, quanto per giocare gratis sui campi di tennis. Quando seppi che i loro membri potevano usufruire di questo privilegio, non esitai un attimo».
Tornando al presente, come ha vissuto la rinascita dell’atletica azzurra e gli storici successi della velocità a Tokyo 2020?
«Nonostante l’atletica sia rimasta fuori dalla scuola, e la considero ancora una grande piaga, la nostra Nazionale è tornata a schierare atleti di primo livello. Stefano Mei (il presidente della Federazione, ndr) è stato molto fortunato: le vittorie stanno tornando ad attirare i ragazzi verso l’atletica. Quelle di Marcell Jacobs e della 4×100, a Tokyo, ma anche agli Europei di Roma, mi hanno regalato forti emozioni e hanno fatto tornare ragazzo anche me. Jacobs mi piace, è migliorato gara dopo gara in quei Giochi, come feci io a Roma. E sono rimasto colpito dall’affiatamento dei ragazzi della staffetta».
Ha rivisto nel loro atteggiamento qualcosa che contraddistingueva l’atletica che lei ha vissuto?
«Sì, mi è piaciuto proprio quello. Lo spirito di gruppo, la loro compattezza e anche la goliardia con cui hanno raccontato quella vittoria, uno dei tratti distintivi dei miei anni Sessanta. L’intesa e l’armonia, fuori e dentro la pista, ha fatto la differenza e rispecchia quel centesimo con cui hanno vinto l’oro».


