Cosa è mancato e perché all’Italbasket agli Europei

L’Italbasket è fuori dagli Europei, ancora una volta lontani dalla “zona medaglie”, eliminati agli ottavi di finale dalla Slovenia (77-84) di quel Luka Doncic che tutti, a ragione, temevano alla vigilia. La capacità di soffrire, di resistere, di darsi sempre una chance, cifra incontestabile di questo gruppo, non sono mancate neanche nel match di Riga disputato ieri. Anzi è ciò che di meglio la formazione di coach Gianmarco Pozzecco ha saputo offrire, tenendo la speranza dei propri tifosi, sempre viva, anche quando il tabellone segnava impietoso un divario oltre le quindici lunghezze. A mancare però, in maniera più o meno palese, è stato il resto.

A cominciare dall’approccio completamente inadeguato. Come avvenuto già in altre occasioni, l’ingresso in partita degli azzurri è stato decisamente insufficiente. L’Italia a fine primo quarto registrava soli 11 punti a referto, ma già cinque letali palle perse e la solita produzione offensiva laboriosa. Ad aggravare il tutto, nella giornata di ieri, ci ha pensato quel fuoriclasse di Doncic che chiudeva il primo quarto addirittura a 22 punti. Una prestazione meravigliosa e straordinaria che ha coinciso con il primo decisivo allungo della Slovenia fino al +18, ma che introduce anche la seconda mancanza dell’Italbasket.

Mancanza di idee: questo, pur nel massimo rispetto di tutti, è ciò che si è palesato nelle scelte difensive adottate in avvio dalla nazionale azzurra contro il campione sloveno. Pretendere di trattare Doncic come un attaccante qualunque, cambiando sistematicamente dopo ogni blocco e permettendo che fosse marcato anche dai nostri “lunghi” in situazioni di emergenza, è risultato essere un incauto azzardo, capitalizzato dal fuoriclasse di Lubiana con un primo quarto da record. Quando, nella seconda metà di gara, si è deciso di adottare adeguamenti difensivi, sporadici raddoppi, ma soprattutto una marcatura specifica ad opera, alternativamente di Simone Fontecchio e Sailou Niang, le cose per il playmaker del Los Angeles Lakers si son fatte più difficili e con ciò tutto l’attacco sloveno ne ha risentito. Venendo alle rotazioni, la gestione di Danilo Gallinari e Momo Diouf è risultata poco spiegabile. Il primo, protagonista dell’ultima partita in azzurro, ha dimostrato nel quarto periodo di poter fornire ancora un apporto nella metà campo offensiva, grazie al puro talento di cui dispone e vien da chiedersi, a riguardo, se non potesse essere impiegato anche al di là della mera “mossa della disperazione” per ispirare un’improbabile e quasi riuscita rimonta finale. Il secondo, dopo essersi gravato di tre falli nel primo tempo, nei secondi venti minuti di gioco ha calcato il parquet soltanto per un brevissimo scampolo di partita, per quanto la sua presenza sotto i tabelloni avrebbe presumibilmente aiutato nell’impedire alla Slovenia, specie nella persona di Alen Omic, di raccogliere alcuni pesanti rimbalzi offensivi e trasformarli in nuove conclusioni vincenti.

A ciò si connette anche una generale mancanza di lucidità o di freddezza nelle scelte. La stessa sana emotività che gli azzurri mostrano in campo nelle pressioni difensive più audaci e che ispira le rimonte più improbabili, si trasforma in un pericoloso boomerang quando c’è da gestire i palloni più pesanti. Ciò si è evinto, in maniera particolarmente cruda anche nella sfida di ieri. Quando, infatti, la Slovenia nel quarto periodo appariva decisamente sulle gambe e l’Italia, rientrata fino al -1, sembrava sul punto di effettuare il sorpasso, una certa, almeno apparente, improvvisazione nelle scelte offensive è emersa in maniera prepotente ed esiziale. Prova ne è, tra le altre, un’azione in cui Fontecchio con tre minuti ancora da giocare, oltre dieci secondi per l’azione offensiva e gli sloveni in bonus, si prende una tripla fuori ritmo respinta inesorabilmente dal ferro. In una successiva, a meno di quaranta secondi dal termine, con tre punti da recuperare, ancora il campione pescarese, autore comunque di una notevole prestazione complessiva, finisce per forzare una penetrazione, senza coinvolgere i compagni per un attacco più corale e “lucido” appunto. Così, proprio nell’azione che ha decretato la fine delle speranze italiane di accesso ai quarti, si condensa quella frenesia che spesso ispira le azioni offensive dell’Italia, quella voglia di fare, di dare il massimo, fondamentale senz’altro, ma che pare risolversi spesso nell’improvvisazione delle scelte, piuttosto che nell’applicazione ordinata di schemi ben congegnati e collaudati.

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