Giacomo Nizzolo legge la sua carriera e il ciclismo di oggi: «I piazzamenti mi hanno distinto più delle vittorie. Ora si estremizza lo sforzo e c’è poco spazio per l’interpretazione»

Secondo il filosofo Martin Heidegger, il pensatore autentico pensa solo una cosa, e ci torna e ci ritorna da punti di vista differenti. Quella cosa per Giacomo Nizzolo, tra i corridori italiani più costanti per rendimento nell’ultimo decennio, corrisponde al ritiro. Ci ha riflettuto a lungo in quest’ultima stagione, ormai fuori dalla luce dei riflettori, puntati addosso nei momenti più belli della propria carriera. Il suo valore, Nizzolo, l’ha mostrato quando quelle luci si spegnevano, tormentato dai tanti problemi fisici, gli unici che sono riusciti a spezzare una costanza di rendimento con pochi eguali in Italia. Non ha mai mollato, non si è mai rassegnato davanti alla sfortuna e ai tanti piazzamenti, che ha saputo, anzi, valorizzare, facendone un punto forza. Perché non contano solo le vittorie, comunque numerose e anche prestigiose, quelle del corridore lombardo.

Ora, con la stessa tenacia che l’ha contraddistinto per una carriera intera, sta vivendo gli ultimi giorni in gruppo: «Non è facile, ma cerco di mettere la stessa professionalità di sempre nel lavoro di tutti i giorni. Un aspetto che ho cercato di porre sempre al primo posto in tutta la carriera, per rispetto della squadra e, prima di tutto, di me stesso. Non sarebbe giusto pedalare svogliatamente proprio nei metri finali, “rovinando” quanto di buono fatto in tutti questi anni».

Ben quindici anni da professionista, Giacomo. Dove darai l’ultimo colpo di pedale?

«Terminerò la carriera il 6 ottobre alla Coppa Bernocchi, vicino casa. Per questo motivo sono molto contento: chi vorrà salutarmi avrà l’occasione per farlo a bordo strada».

C’è stato un momento in particolare in cui hai deciso che fosse giunto il momento di ritirarti?

«No, è stata una scelta maturata lentamente, che ha preso sempre più convinzione dentro di me. Non sono uno di quelli che arriva a decidere di uscire dal gruppo da un giorno all’altro perché ha forato o è caduto una volta in più. Già quest’inverno ci riflettevo su, decidendo di approcciare la stagione nel miglior modo possibile. Avrei deciso in base alle sensazioni che sarebbero arrivate nel corso dell’anno, durante allenamenti e gare. Così sono arrivato a confermare la scelta del ritiro».

Nel corso della tua carriera hai attraversato l’evoluzione del ciclismo e toccato con mano vari cambiamenti. Ce n’è uno che ti ha riguardato più da vicino: la quasi estinzione del velocista puro. Che idea ti sei fatto su questo grande tema?

«Negli ultimi anni c’è sempre stato meno spazio per un velocista puro. Sono diminuite molto le corse dedicate a questa figura, che deve adoperarsi per migliorare le proprie qualità aerobiche, affinché possa superare le difficoltà altimetriche che ormai tutte le gare presentano. Si corre a ritmi sempre più elevati fin dall’inizio, un’interpretazione aggressiva delle corse, diversa rispetto a quella del passato. Ciò non va a favore di un velocista puro, che negli appuntamenti di rilievo, classiche e grandi Giri, come dicevo, si ritrova sempre ad affrontare altimetrie molto esigenti. L’unione di questi due fattori taglia dalla lotta per la vittoria il velocista puro e fa emergere una delle evoluzioni maggiori: l’estremizzazione dello sforzo e della fatica. Nel ciclismo odierno tutto è portato continuamente all’estremo, al livello massimo, che si parli di materiali, di preparazione o allenamento, per ottenere poi delle prestazioni davvero importanti, come quelle che ormai vediamo abitualmente. L’imperativo è progredire sotto ogni punto di vista. E oggi chi nasce velocista fa fatica».

Quando hai cominciato tu, invece, c’era più leggerezza in gruppo?

«No, parlare di leggerezza secondo me non è corretto. La professionalità c’era prima, come c’è adesso. In passato, però, c’erano molti meno aspetti controllati e controllabili. Così c’era più spazio per l’interpretazione, ridotta, invece, al minimo oggi. Tutto è monitorato e la vita di ogni corridore è cadenzata e misurata, dalla bilancia per il cibo agli esercizi extra-allenamento oppure proprio gli allenamenti stessi, basati sui numeri e guidati da essi, per fare degli esempi. Quindi prima si era professionali per quelli che erano i parametri di allora. Ora che sono quintuplicati è chiaro che è tutto è più sotto controllo e si cerca di portare tutto al livello massimo».

Il controllo continuo e il poter misurare ogni aspetto mette più pressione o stress? Potrebbe quindi derivarne una carriera meno longeva, in cui è più complicato arrivare ai tuoi quindici anni?

«Per me chi nasce già in questo ciclismo, e adotta quindi fin da subito questa mentalità, non accusa la pressione che ne deriva. Fa tutto parte della normalità. Chi, come me è cresciuto in un ciclismo che lasciava più spazio all’interpretazione, adesso si trova più in difficoltà a entrare nei meccanismi che regolano la vita del corridore di oggi. Quindi non escludo che le nuove generazioni possano comunque avere lunghe carriere, perché seguire certi parametri non rappresenta uno sforzo mentale così elevato».

A quelli della tua generazione, invece, è stato richiesto un forte spirito di adattamento. Quello che in fondo ha contraddistinto la tua carriera, sia nelle corse, rendendoti un corridore poliedrico, che fuori, adattandoti alle tante difficoltà che hai dovuto affrontare, a partire da quelle fisiche. Proprio per colpa di quest’ultime credo che il palmarès rispecchi poco il tuo valore, nonostante un buon bilancio di trentuno vittorie, alcune di prestigio. Ma quanti secondi posti…

«Sì, troppi (ride, ndr), ma ti ringrazio. Quando sono passato professionista dovevo togliermi di dosso la nomea del velocista puro, visto che da Under 23 avevo vinto quasi solo in corse piatte. Ho avuto la fortuna di essere in una squadra (la Leopard-Trek, ndr) che mi ha aspettato e ha rispettato il mio processo di crescita. Ho dato buoni segnali di crescita anche in salita e così sono riuscito a togliermi delle soddisfazioni pure in percorsi vallonati, dove un velocista puro fa più fatica. Lo spirito di adattamento, la tenacia e la costanza mi hanno sempre accompagnato per ritornare dai tanti infortuni e per non mollare davanti ai tanti piazzamenti che potevano scoraggiarmi. Questa è la lettura che faccio della mia carriera, in cui, però, credo che i piazzamenti mi hanno distinto più delle vittorie. Perché anche quelli hanno un valore, a volte maggiori delle vittorie, e quindi vanno pesati. Spesso la vittoria nel ciclismo definisce più della costanza di rendimento, ma per me bisogna guardare e valorizzare l’insieme delle prestazioni».

Un lungo viaggio attraverso diverse squadre, dalla Leopard che poi è diventata Radio Shack, dopo Trek, Dimension Data e infine Qhubeka. Dopodiché due anni in Israel e l’ultimo paio di stagioni alla Q36.5. Ci sono state grandi differenze tra gli ambienti che hai frequentato? Dove ti sei trovato meglio?

«Tanti nomi, ma sole tre strutture. Ho cambiato poco perché mi piaceva mantenere lo stesso ambiente. Sono state tre squadre molto professionali, che mi hanno fatto crescere e raccogliere risultati. In Trek ho passato più della metà, la prima, della mia carriera, e quindi mi hanno aiutato molto, fin dai primi passi nel professionismo, ma anche a migliorare, prima di tutto, come persona. Sono quindi più legato a quell’esperienza, ha lasciato un segno importante nella mia vita».

La tua ultima vittoria è arrivata alla Tro-Bro Léon nel 2023. Che ricordi hai di quel successo? Una corsa molto particolare.

«Due anni fa partecipai a questa corsa per la prima volta. Me ne parlavano molto per il percorso sterrato, che però io non ho mai amato particolarmente. Mi diverte quindi il fatto che sia riuscito a vincerla alla prima occasione, una grande soddisfazione. Di certo anche l’improvvisazione ha avuto il suo ruolo: non avevo esperienze precedenti su cui basarmi. E a proposito di spirito di adattamento, è proprio in una gara come questa che deve emergere, altrimenti difficilmente si vince, visto che ci si trova in situazioni non consuete. Si fa la differenza sugli strappi, affrontati in velocità, sulla posizione che si riesce a mantenere in gruppo. Un successo, dunque, che racchiude un po’ tutte le mie caratteristiche».

La vittoria che tutti ricordano di più, però, è naturalmente quella in maglia azzurra agli Europei nel 2020. Quali sensazioni ti sono rimaste maggiormente di quell’affermazione? Una corsa giunta dopo il Covid, nella tua stagione migliore probabilmente, almeno per forma fisica.

«Sì, infatti che sfortuna avere quello stato di forma nel 2020! Credo che quell’anno, se fosse stata una stagione normale, avrei raccolto di più. Ma è andata così e mi sono tolto comunque delle belle soddisfazioni quell’anno. Nella prima parte ho vinto una tappa al Tour Down Under, alla Parigi-Nizza e poi il Campionato italiano e l’Europeo nel giro di tre giorni. Ricorderò sempre con grande piacere quel giorno a Plouay, come tutta l’anno successivo in maglia di campione europeo».

L’altro tuo grande anno è stato il 2016. Il migliore? O scegli il 2020?

«Per le sensazioni che avevo, dico il 2016. Conquistai il Campionato italiano per la prima volta, la classifica a punti al Giro, oltre ai successi nel Giro del Piemonte, alla Bernocchi, il quinto posto al Mondiale e tanti podi, di nuovo troppi secondi posti. Fu comunque una stagione completa, mentre nel 2020 non ebbi la possibilità di esprimermi a pieno».

Nel mezzo tre anni di buio pesto.

«Sì, quei tre anni sono decisamente il grosso rimpianto della mia carriera. Ero nel pieno della maturazione atletica, ma non ho potuto sfruttarla perché il ginocchio destro non mi dava pace. Tre anni sono tanti, credo che potevo raccogliere di più. Ma nessuno potrà mai saperlo».

Tornando al presente, hai già delle idee sui tuoi impegni futuri fuori dal gruppo? O al momento vuoi tenere la mente libera e pensare solo a goderti del meritato riposo?

«Staccherò totalmente, con serenità. Sono molto curioso di scoprire come approccerò alla vita di tutti i giorni senza la ruotine del corridore. Ho voglia di vivere un po’ alla giornata».

Logo
Newsletter
IL PALINSESTO

Tutti i giorni alle ore 8 selezioniamo il meglio dello sport in ogni genere e forma, attraverso presentazioni, storie, analisi, opinioni e interviste. Quello che è successo e quello che succederà, provando a spiegarvi il perché delle cose. Una newsletter quotidiana che nel fine settimana si arricchisce con due numeri speciali. Abbonati e cambiamo il racconto dello sport, insieme!

  • Newsletter giornaliera: Il Palinsesto
  • Il Palinsesto Weekender con due numeri speciali a settimana
  • Accesso a tutto l'archivio
Da
€3 /mese
Pagamento sicuro • Annulla quando vuoi
Torna in alto