India contro Pakistan, quando una partita non è solo una partita

Come è accaduto in alcuni dei periodi più bui della storia, soprattutto tra il Novecento e i Duemila, lo sport si ritrova ancora soggiogato dalle poco nobili dinamiche della politica internazionale. In un mondo in cui la cattiveria sembra sempre più prendere il sopravvento sulla tolleranza e la solidarietà, anche una partita (qualsiasi sia lo sport) diventa il pretesto per architettare attacchi militari, quando non veri e propri atti terroristici. O per puntare il dito e fare la guerra con qualcuno, purtroppo nel verso senso della parola. In un contesto come questo, uno degli sport più colpiti è il caro vecchio cricket, disciplina tanto articolata quanto affascinante, che ha sempre avuto la sua culla nel continente asiatico.

Martedì 9 settembre, ad Abu Dhabi, ha avuto inizio la diciassettesima edizione della Coppa d’Asia, evento che si tiene ogni due anni e che alternativamente propone la versione del cricket ODI, quella più lunga, e la T20, la più breve e fresca di entrata nel programma olimpico. Quest’anno si gioca proprio con quest’ultima variante. Sono otto le nazioni partecipanti: Afghanistan, Bangladesh, India, Pakistan, Sri Lanka, Oman, Hong Kong e gli ospitanti Emirati Arabi Uniti. Un mix tra nazionali esperte e abituate a dominare la scena e altre in rampa di lancio.

Ancor prima della partita inaugurale di martedì scorso, la Coppa d’Asia ha subìto gli effetti della geo-politica internazionale, non tanto per il vicino conflitto israelo-palestinese, quanto più per la tensione crescente tra India e Pakistan, i due Paesi cardini della storia del cricket.

La Coppa d’Asia, infatti, in origine, avrebbe dovuto svolgersi proprio in India, con tanto di date annunciate già nel luglio dello scorso anno. Tuttavia, la recente escalation di azioni militari tra Nuova Delhi e Islamabad, hanno fatto emergere solide preoccupazioni sull’idea di far disputare le partite tra le due squadre proprio in India. Nello specifico, un ruolo importante nel nuovo capitolo del conflitto indo-pakistano l’ha avuto l’attentato di Pahalgam, in aprile, in cui un gruppo di estremisti pakistani ha sparato e ucciso un gruppo di turisti in transito nella parte indiana del Kashmir, regione che si trova al confine tra i due Paesi e il cui controllo rappresenta da decenni oggetto di scontri.

Nel luglio scorso, a Dacca, la capitale del Bangladesh, il presidente dell’Asian Cricket Council, Mohsin Naqvi, ha annunciato che il torneo si sarebbe invece svolto negli Emirati Arabi Uniti, con le partite disputate tra Dubai e Abu Dhabi. La scelta degli Emirati è stata ritenuta neutra dal punto di vista politico e ragionevole sotto il profilo logistico, avendo avuto già buone esperienze passate nell’organizzazione di tornei di alto profilo.

Ora, dopo il cessate il fuoco, India e Pakistan si ritrovano di nuovo uno contro l’altro. Stavolta, sul campo da gioco. L’attesa è altissima perché India – Pakistan sta al cricket un po’ come Brasile – Argentina nel calcio. È l’espressione massima di questo sport e, come tale, oggetto di post social più o meno istituzionali. Di recente, gli indiani dei Punjab Kings hanno presentato l’importante partita con un comunicato in cui hanno evitato palesemente di menzionare il Paese avversario. I Karachi Kings, una squadra di una cittadina pakistana, d’altro canto, hanno ribattuto pubblicando online l’eloquente immagine del capitano Salman Ali Agha intento a giocare a scacchi contro l’avversario indiano, la cui sagoma è stata però oscurata e, di fatto, censurata.

Oggi India e Pakistan scendono in campo per il secondo impegno di questa Coppa d’Asia e per prendersi la testa del girone A. Con la consapevolezza che, ancora una volta, purtroppo o per fortuna, lo sport non è solo sport e una partita non è solo una partita.

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