
Il 26 novembre 2023 è una data destinata ad entrare di diritto nella storia dello sport nazionale. Le motivazioni sono numerose e la principale non può che riguardare la lunghissima attesa finalmente terminata. Tutti infatti, almeno una volta, avranno sentito parlare di “quella Coppa Davis“, sì, quella del 1976 vinta in Cile, giocata tra le polemiche per via del regime di Pinochet. Il ricordo di quelle gesta, ravvivato negli ultimi anni da alcune produzioni cinematografiche, continua a persistere, ciò nondimeno necessitava di un nuovo capitolo cui collegarsi. Ed ecco che il trionfo maturato in quel di Malaga arriva a perfetto coronamento di un cammino non lineare, né scontato, ma senz’altro meraviglioso.
Italia ai vertici del tennis mondiale
L’Italia nell’attuale classifica ATP può vantare ben quattro giocatori nei primi 50 del mondo. Solo gli USA con sette e la Russia con sei presentano un contingente maggiore di tennisti al vertice. Quella che però da 4 anni è una consuetudine di fine stagione, certamente non ha rappresentato nel tempo la normalità per il movimento italiano. La rinascita parte da lontano e non è priva di possibili spiegazioni. Scegliere innanzitutto di favorire la cooperazione tra tecnici federali e maestri per quanto concerne i prospetti di maggior interesse ha presumibilmente rappresentato una mossa vincente. Non va dimenticato inoltre l’impegno della Federazione nel progetto “campi veloci” e nella costante promozione del tennis tramite il canale televisivo tematico Supertennis.
Tutto questo non basta comunque a spiegare l’abbondanza di tennisti azzurri nati tra 2001 e 2003 che popolano oggi le prime 200 posizioni del ranking. Non basterebbe forse neanche a dare un perché alle esplosioni più o meno attese degli attuali leader del movimento, che hanno permesso il successo in Coppa Davis. Sicuramente però tali cenni, pur brevissimi, intendono non far gridare al “miracolo sportivo”, sgombrando il campo dall’incredulità e lasciando spazio alla sola gioia. L’Italia è oggi una nazione d’élite nel tennis maschile globale, che lo si creda o no, che lo sia mai stata o meno. È doveroso prenderne atto, riconoscendo meriti a chi negli anni ha lavorato alacremente, per rendere il sogno proibito, una realtà concreta.
Come è noto, dal 2019 la Davis ha cambiato radicalmente volto. Niente più sfide al meglio dei 5 set, niente più fase finale con la variabile casa/trasferta e riduzione del numero di match a soli due singoli e un doppio in luogo degli storici cinque (4 singolari e un doppio spalmati in un weekend). Adattamento all’era post-moderna che innalza la brevità in ogni sport diranno alcuni. Svilimento della storia e della tradizione del tennis e della Coppa Davis ribatteranno altri, ma tant’è. Ad ogni modo, dopo la prima edizione riformata (2019) e la pausa per la pandemia (2020), l’Italia nelle ultime tre edizioni ha sempre raggiunto la fase finale, confermandosi tra le migliori otto squadre al mondo. Questo dato, seppur necessiti di dovute precisazioni, fotografa di per sé la condizione del tennis maschile italiano di vertice. Un team consistente, competitivo e pronto a sfruttare l’occasione qualora si fosse presentata.
L’occasione di vincere la Coppa Davis
Stante la perdurante assenza della corazzata russa per note ragioni, l’occasione in questo 2023 si è manifestata agli azzurri più concreta che mai. L’Italia al completo, inutile nasconderlo, era da considerare in ogni caso tra le papabili per il successo in Davis. Piuttosto il cruccio di capitan Volandri è stato spesso, negli ultimi tempi, riuscire ad avere tutti gli effettivi a disposizione nel momento cruciale. Anche quest’anno infatti l’Italia aveva affrontato il girone qualificante di settembre con numerose assenze, su tutte quelle di Jannik Sinner e Matteo Berrettini. E proprio in quell’occasione il sogno azzurro ha rischiato di infrangersi anzitempo contro il Canada delle seconde linee, il Cile e la Svezia.
La capacità di reagire contro i sudamericani dopo la nettissima sconfitta imposta da un Canada certo non irresistibile, rappresenta il primo tassello del successo venturo. Ciò, unito alla presenza nel girone di Bologna di una Svezia ai minimi termini, ha permesso agli azzurri la qualificazione alle Final Eight di Malaga. Passaggio questo non certo agevole, né privo di patemi. Si pensi soltanto ai match point annullati da Lorenzo Sonego ad un ispiratissimo Nicolas Jarry nel secondo singolare o alle vicissitudini di un doppio vinto al tie-break decisivo. L’obiettivo, assai faticosamente raggiunto dalla compagine italiana, veniva intanto mancato da potenziali scomodissime rivali quali Stati Uniti, Croazia e Spagna. Tale concomitanza di eventi aveva dunque lasciato intravedere, già a settembre, che quest’anno le cose sarebbero potute andare diversamente per il Bel Paese.
Jannik Sinner: il trascinatore silenzioso
Si è detto di opportunità, di spiragli, di una formula di Coppa Davis compressa e a molti indigesta. Ma dopotutto, se l’Insalatiera torna in mano italiana meriti speciali vanno a Sinner, che negli ultimi mesi è entrato semplicemente in una nuova dimensione. Il fuoriclasse dalla Val Pusteria, aggiuntosi al già competitivo gruppo di settembre, ha rivoluzionato le prospettive di squadra. Non c’è molto da aggiungere, per lui parlano i risultati. Nel post-US Open 20 vittorie su 22 incontri disputati, due trionfi in tornei ATP500, la finale alle NittoAtpFinals, prima del capolavoro in Coppa Davis. La fiducia e la consapevolezza derivategli dall’exploit di Torino, messe al servizio della squadra con la massima disponibilità. Il sacrificio di improvvisarsi doppista al bisogno per la causa azzurra. E poi quel terzo set magistrale contro Novak Djokovic.
La semifinale aveva preso la via di Belgrado dopo l’affermazione di Miomir Kecmanovic su Lorenzo Musetti. Jannik era costretto al successo per tenere in vita le speranze italiane e di fronte c’era il più vincente della storia. La grandezza dell’impresa compiuta risiede tutta in quel terzo, decisivo set. Continua sofferenza al servizio per Sinner fino al decimo game, quando Djokovic, prossimo alla vittoria, si vede annullare uno dopo l’altro tre match point. È la svolta, il momento clou. Il “veleno” che per anni il serbo ha rifilato ai suoi rivali, improvvisamente è usato contro di lui. Non rimonta e vince questa volta, ma subisce il rientro, si scompone, perde il servizio seguente e con esso la sfida.
Uno pari, Italia-Serbia si decide al doppio e tra non specialisti prevale la coppia azzurra, composta dallo stesso Sinner, egregiamente affiancato da Sonego. Come è ovvio, il contributo del 22enne campione altoatesino non si è limitato alla straordinaria impresa compiuta contro i balcanici. I successi di Sinner in questa Coppa Davis sono stati molti e sempre determinanti: contro Tallon Griekspoor (QF vs Paesi Bassi) in singolare e nel decisivo doppio (il numero 23 al mondo era affiancato da Koolhof), sino a quello in finale ai danni di Alex de Minaur (Australia). La maturazione e i progressi compiuti nell’ultimo periodo, uniti alle condizioni indoor che predilige, hanno fatto passare queste affermazioni persino per scontate. In realtà c’è poco di agevole, ancor meno di scontato, quando è in ballo una Coppa Davis e si ha sulle proprie spalle il destino di un intero Paese.
Un gruppo coeso e dal grande avvenire in Coppa Davis
Detto delle imprese di Sinner, un contributo determinante è giunto da Matteo Arnaldi. Il classe 2001 ligure, solo un anno fa, non avrebbe neppure immaginato di poter far parte della squadra di Coppa Davis di una nazione così ricca di talenti come l’Italia. E invece, vuoi per alcune difficoltà occorse, vuoi per una sua prorompente crescita (attualmente #44 ATP), Arnaldi si è trovato a disputare il primo singolare decisivo nella finale di Coppa Davis. Quel titolo che l’Italia attendeva da quasi mezzo secolo è passato anche dalla sua racchetta e, opposto ad Alexei Popyrin, ha dimostrato freddezza e classe. Le otto palle break annullate nel terzo parziale dicono di un giocatore determinato che sa apprendere dai suoi errori e non manca di assumersi rischi. Doti fondamentali per chi, come Arnaldi, punta con ambizione a salire nel ranking ed essere un punto fermo nella squadra Davis del futuro.
Il tabù Coppa Davis è stato sfatato. Quella che sembrava una chimera è divenuta prima un sogno possibile, poi realtà. Ciò grazie al talento, al duro lavoro e alla disponibilità mostrata dai tennisti e dai loro team. Una menzione non può non riguardare il capitano Filippo Volandri, che mostra di avere ben salde le redini del gruppo. Traspare affiatamento, serenità e comunanza d’intenti tra i ragazzi, dentro e fuori dal campo. Ciò non rappresenta un fatto banale, se si pensa all’individualismo che caratterizza i team privati nel tennis odierno. Tenendo fermi questi ingredienti e riflettendo sull’età media piuttosto bassa del gruppo italiano, l’avvenire appare roseo. Puntando sul rientro di Berrettini, sul rilancio di Musetti, sulla costruzione di un doppio stabile e sui progressi dei tanti giovani in ascesa, l’Italia del tennis deve ambire a restare stabilmente al top e, perché no, provare in futuro a vincere ancora.
Immagine di copertina: © Profilo X @Coninews


