L’inattesa vittoria di Vacherot a Shanghai ha radici nel Challenger Tour: la giungla tennistica che spiega certi exploit

Alla vigilia del torneo di Shanghai è impazzata sui social networks una statistica che impressiona: dall’inizio del 2024 i tabelloni con al via sia Jannik Sinner che Carlos Alcaraz sono stati 18 e in una sola occasione (il 1000 di Madrid 2024) ha vinto un “terzo” tennista, in questo caso il russo Andrey Rublev. Un dato che spiega in maniera inequivocabile il dominio dei due assoluti tiranni del tennis maschile. Nella classifica ATP, Alcaraz e Sinner navigano oltre i 10000 punti e il terzo, Alexander Zverev, è staccato di 5000 punti dall’italiano. Un divario enorme, che lascia poche speranze a tutto il resto della concorrenza, costretto a fronteggiare due ostacoli al momento troppo grandi.

L’annata tennistica ha però messo in luce anche un’altra particolarità: i frequenti exploit di giocatori non di alta classifica. La corsa di Learner Tien a Melbourne e il trionfo di Joao Fonseca a Buenos Aires, agli albori del loro cammino sul circuito maggiore, l’ottimo Indian Wells di Yosuke Watanuki, così come il Wimbledon del polacco Kamil Majchrzak, la favola di Terence Atmane a Cincinnati, le prestazioni a New York dei giovani svizzeri Leandro Riedi e Jerome Kym, il trionfo, direttamente dalle qualificazioni, di Alejandro Tabilo a Chengdu, la finale di Hangzhou di Valentin Royer, arrivando infine al torneo da sogno che hanno appena giocato i due cugini franco-monegaschi Arthur Rinderknech e Valentin Vacherot a Shanghai. Risultati sorprendenti, di giocatori poco conosciuti ai più, che non possono vantare anni trascorsi in top 20. La loro carriera può essere in rampa di lancio, come per Tien e Fonseca, in un tentativo di ripresa dopo un periodo difficile (Watanuki, Majchrzak, Tabilo) o pronta ad un salto di livello, dopo anni di gavetta.

La palestra d’allenamento per il tennis professionistico maschile ha un nome ben preciso: Challenger Tour. Una rete capillare di tornei “minori”, sparsi per ogni angolo del globo, che ogni settimana determina la sorte di moltissimi giocatori. Un’autentica giungla, che propone scontri di assoluto valore in cambio di pochissimi punti; ancor di meno dopo la riforma di fine 2023, che ha rimpolpato i tornei maggiori a discapito di quelli Challenger. Un’assegnazione dei punteggi ATP che fa risultare ancor più arduo uscire dal circuito minore, a meno di qualche exploit nei tornei dei grandi. Un altro aspetto fondamentale è quello logistico, che segna un solco profondo tra i due mondi e determina una linea di confine tra chi ce l’ha fatta e chi non ancora. Le migliori sistemazioni, gli agi competitivi e la possibilità di avvalersi di fisioterapisti e altri professionisti. Tutte possibilità precluse a gran parte dei tennisti fuori dalla top 100 mondiale.

L’aspetto finanziario va di pari passo con quello della classifica e determina un circolo virtuoso per chi riesce a scalare il ranking. Avere più punti e una migliore posizione corrisponde naturalmente a maggiore visibilità per gli sponsor e alla possibilità di reinvestire i propri guadagni in cure mediche, allenatori e trasferte più ragionate, che possano permettere risultati migliori sul lungo periodo. L’aspetto cruciale si evidenzia dunque nel difficoltoso passaggio dai Challenger ai tornei ATP. Un salto che per qualcuno appare naturale, ma che per molti rappresenta un portone complesso da scardinare. L’esempio più fulgido degli ultimi anni di questo blocco è il percorso di Tallon Griekspoor, ora trentunesimo nel ranking ATP. Il neerlandese ha vinto nel 2018 il suo primo titolo Challenger, ma la sua entrata in pianta stabile nel circuito ATP è avvenuta solamente nel 2022. Incredibile e probabilmente irripetibile la sua stagione 2021, in cui ha trionfato in ben otto tornei Challenger (record di sempre), di cui cinque in fila da settembre in poi. Un dominio incredibile, che lo ha portato al 64 ATP, ma che Griekspoor non è riuscito a replicare nell’inizio del 2022, questa volta in tornei ATP. Il suo ambientamento è stato lungo e travagliato, con molte eliminazioni nei primi turni e qualche comparsa (confortante) al piano di sotto. Grazie però a quell’incredibile finale di anno l’olandese è riuscito a guadagnarsi tempo e spazio per fare esperienza, migliorandosi come atleta e adattandosi ad avversari più strutturati. Un percorso non immediato, che ora lo ha portato nell’eccellenza del tennis, con il forte sentore che quello sia il suo posto.

La top 100 sarebbe l’habitat anche di molti altri tennisti, che non mostrano remore nell’affrontare i migliori al mondo, ma allo stesso tempo non riescono a districarsi dal pianeta Challenger. La loro più probabile chance a quel punto è la settimana da sogno nel torneo giusto, per guadagnarsi qualche mese di pace. Per Terence Atmane Cincinnati ha rappresentato la via e in una dozzina di giorni la sua carriera è cambiata. Da giocatore di tornei minori sul cemento asiatico alla ribalta internazionale sulla veloce superficie dell’Ohio, battendo tennisti di primissimo livello come Flavio Cobolli, Joao Fonseca, Taylor Fritz e Holger Rune. Una eventualità sicuramente influenzata da condizioni complesse (il caldo afoso che ha caratterizzato il torneo), ma che non deve oscurare gli enormi meriti del francese, che da molto tempo aveva mostrato di possedere colpi mortiferi, ma a cui mancava la continuità.

L’epifania di giocatori semi sconosciuti lascia sempre un po’ straniti, poiché sembra troppo marcata la distanza tra i top e i tennisti inesperti, anche solo per attitudine. Bisogna però considerare il valore assoluto e ricordarsi che il livello del circuito Challenger è tutto fuorché scadente. Inoltre, anche se molti (Roger Federer e Alexander Zverev tra gli ultimi) rinforzano l’idea che le superfici di gioco siano sempre più omologate per permettere la vittoria dei soliti noti, le condizioni sono sempre diverse, ogni settimana. Queste variazioni creano variabili che lasciano aperti dei varchi, pronti ad essere percorsi da tennisti in rampa di lancio. L’ultimo esempio è Valentin Vacherot, che ha vissuto il torneo della vita sul lento cemento di Shanghai, in un clima ai limiti del ragionevole.

Il monegasco è un tennista elegante, con colpi puliti e penetranti, dotato di un servizio molto efficace. In queste due settimane il suo gioco è stato inappuntabile e ha piegato le resistenze dei migliori tennisti mai affrontati (Alexander Bublik, Tomas Machac, Tallon Griekspoor, Holger Rune e Novak Djokovic). Compresi i due turni di qualificazione sono state ben sei le sue vittorie al terzo set, dimostrando sempre una forma atletica incredibilmente brillante. La vera arma di Vacherot a Shanghai è stata proprio la capacità di adattarsi a condizioni meteorologiche così scomode, ingestibili per tutti gli altri. Una dote che già si poteva evincere dai suoi risultati passati. I suoi quattro trionfi a livello Challenger sono giunti sempre in luoghi famosi per climi caldi e umidi, come la Thailandia (Nonthaburi) e l’India (Pune), dove il tennis del monegasco è rimasto a livelli ottimi.

Oggi Valentin Vacherot ha vinto il titolo del Master di Shanghai, torneo prima del quale aveva vinto una sola partita a livello ATP. Il monegasco è il giocatore dal ranking più basso di sempre (204) ad aver raggiunto una finale 1000. I suoi guadagni in questa settimana ammontano a un milione e duecentomila dollari e superano quelli racimolati in tutta la sua carriera prima di Shanghai. Una favola incredibile, che cambia l’avvenire tennistico di Vacherot e mostra a tutti i suoi colleghi Challenger che c’è una speranza. Bisogna solamente essere pronti, ben fortificati dalle prove del circuito minore, per saper cogliere le opportunità che si presentano sulla propria strada.

(Foto in evidenza: Skyscraper2010 — Jérôme Kym, Swiss Indoors Basel 2024 — via Wikimedia Commons — Licenza: CC BY-SA 4.0)

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