Ciclismo

Richie Porte, nella buona e nella cattiva sorte

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Sono giorni di costante celebrazione per gli appassionati di sport cresciuti a cavallo tra gli anni 2000 e 2010, intenti a salutare il ritiro di diversi grandi campioni che hanno segnato un’ epoca. Tutto il mondo si è giustamente fermato per omaggiare Roger Federer, così come il gruppo dell’ultima Vuelta a España ha dedicato il meritato tributo a Vincenzo Nibali e Alejandro Valverde durante la passerella di Madrid.

Il 2022 è stato l’ultimo nel ciclismo professionistico non solo per El Bala e Lo Squalo, ma anche per un altro vincitore di Grand Tour come Tom Dumoulin, un vincitore di Fiandre e Roubaix come Niki Terpstra e per Philippe Gilbert, per cui è troppo complicato riassumere il palmares in poche parole. Un altro addio eccellente si è consumato pochi giorni fa, in un modo assolutamente non preventivabile, e passato forse anche per questo molto in sordina. Il Tour of Britain, concluso anzitempo a causa del lutto nazionale nel Regno Unito, è stata l’ultima corsa da professionista per Richie Porte. Un addio previsto già da mesi, ma condizionato comunque da fattori incontrollabili, un po’ come tutta la carriera dello scalatore tasmaniano.

L’ingresso nel professionismo, avvenuto nel 2010, era già stato poco convenzionale. Dopo un passato da triatleta in gioventù, Porte volò in Italia nel 2007 per correre tra i dilettanti in cerca di un’opportunità. I grandi sacrifici e la lucida follia vengono ripagati con la vittoria nella cronometro del Giro Ciclistico d’Italia nel 2009, che gli vale un contratto con la Saxo Bank, che all’epoca aveva a roster tra gli altri Cancellara e i fratelli Schleck.

Nella prima stagione da professionista, a 25 anni, si capisce subito che il viaggio dell’uomo da Launceston sarà qualcosa di speciale. Dopo aver vinto la sua prima corsa importante in una cronometro del Tour de Romandie, riesce a vestire la maglia rosa al suo primo Giro d’Italia, infilandosi nella maxi-fuga della Lucera-L’Aquila e tenendo la maglia per tre giorni. Il settimo posto finale e la maglia bianca di miglior giovane rappresentano un biglietto da visita non da poco per uno neo-pro atipico con velleità di classifica nelle grandi corse a tappe, che solo pochi mesi prima era stato bollato come “too fat to be a bike rider” dal suo team manager Bjarne Riis.

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Richie Porte in Maglia Rosa al Giro d’Italia 2010, al suo primo anno da pro (© Luk Beines via Getty Images, da cyclingnews.com)

Per quanto quello del Giro fosse stato un risultato viziato da una situazione di corsa particolare, nessuno avrebbe potuto immaginare che quello sarebbe stato il suo miglior risultato in un Grande Giro fino al 2016. Il motore è sempre stato quello di un contender da Grand Tour, ma una serie di circostanze più o meno casuali non gli hanno mai permesso di fare risultato. I migliori anni della sua carriera li spende da luogotenente di extralusso per il Team Sky, come pedina fondamentale nelle spedizioni vincenti al Tour de France di Bradley Wiggins nel 2012 e di Chris Froome nel 2013 e nel 2015. Nel mentre, riesce a conquistare diversi dei più importanti giri brevi, tra cui la Volta ao Algarve 2012, la Paris-Nice 2013, la Volta a Catalunya e il Giro del Trentino del 2015.

Richie Porte doesn't expect Team Sky to need 'Plan B' at the Tour de France - Cycling Weekly

Richie Porte e Chris Froome (© Graham Watson)

Proprio nel 2015 inizia però una tremenda sequenza di sfortune in ogni Grand Tour corso da capitano. Al Giro è il più brillante insieme a Contador e Aru durante la prima settimana, ma nella tappa di Forlì viene penalizzato di 2 minuti per essersi fatto dare la ruota da Simon Clarke, connazionale ma di una squadra diversa, per poi ritirarsi dopo una brutta caduta sotto il diluvio della tappa di Jesolo.

Nel 2016 passa alla BMC, ma la musica non cambia: al Tour chiude al quinto posto, ma è protagonista insieme a Mollema e Chris Froome della caduta causata da una moto sul Mont Ventoux (quella della corsa di Froome, per intendersi). Nel 2017 si ritira alla nona tappa da quinto in classifica dopo una caduta sulla discesa del Mont du Chat, mentre nel 2018 si rompe una clavicola nella tappa del pavé, dopo aver fatto un grande salto in classifica grazie alla cronosquadre vinta. Ancora una volta, alla nona tappa, perché se due indizi non fanno una prova, una maledizione forse si.

 

Alla soglia dei 35 anni, Richie Porte sembra ormai destinato a chiudere la carriera senza la soddisfazione del tanto agognato podio al Tour, da eroe romantico tanto forte quanto sfortunato, ma le maledizioni si possono spezzare. È il 2020, anno di lockdown e di World Tour compresso in tre mesi e del Tour de France di settembre. A gennaio era arrivato secondo sul suo arrivo di Willunga Hill al Tour Down Under, sostanzialmente il suo giardino di casa, dove era imbattuto dal 2014. Forse era quello il segnale che tutto sarebbe cambiato.

Da capitano unico della Trek Segafredo per il Tour, Porte supera indenne la nona tappa, cresce in seconda settimana ed è quasi sempre il più vicino a Roglic e Pogacar in salita. Una foratura sullo sterrato di Plateau de Gueres rischia di compromettere tutto alla diciottesima tappa, ma questa volta Richie riesce a superare la sfortuna e a restare agganciato al podio fino alla ventesima tappa. La cronometro della Planche des Belles Filles sarà ricordata in eterno per il sorpasso di Pogacar su Roglic, ma sullo sfondo c’è il cambio della guardia per l’ultimo posto del podio. Sui Campi Elisi vicino ai due sloveni c’è Richard Julian Porte, che con la crono della vita ribalta Miguel Ángel López e chiude i conti con le maledizioni.

Richie Porte races home after Tour de France podium to meet new baby Eloise - ABC News

Gli ultimi anni in Ineos servono solo per arrotondare il conto dei giri brevi con il Delfinato 2021, ma ormai ogni credito con la sfortuna è stato estinto. Forse si sarebbe ritirato in pace con sé stesso anche senza quel podio, senza dimostrare al mondo di non essere stato solo tra i migliori gregari da montagna di sempre o uno scalatore che va forte a crono e per questo vince le corse di una settimana, ma non abbastanza bravo, tenace o fortunato per reggere i 21 giorni.

Di sicuro si ritirerà in pace anche se il finale non è stato quello perfetto, con magari un ultimo mondiale nella sua Australia o anche solo un finale regolare di Tour of Britain con un omaggio finale nei suoi confronti. Probabilmente è giusto così, non sarebbe stato coerente con la carriera da montagne russe del tasmaniano, fatta di alti quando le aspettative erano basse e viceversa.

Per salutare tutti e ringraziare per questo viaggio incredibile, ha scelto di citare Forrest Gump: “I’m pretty tired. I think I’ll go home now“. E allora buona fortuna Richie, per affrontare tutte le “none tappe” della vita.

 

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Giovanni Valenzasca

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