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Signore e Signori, dirige l’orchestra il Maestro Christopher Emmanuel Paul

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In Italia stiamo vivendo la settimana in cui l’intero mondo dello spettacolo e della televisione concentra la sua attenzione sul Teatro Ariston di Sanremo per il consueto Festival della canzone italiana, e allora quale miglior occasione per dedicare due parole, trasferendoci oltreoceano, al direttore d’orchestra per eccellenza della National Basketball Association negli ultimi 15 anni: Christopher Emmanuel Paul, altresì noto come Chris Paul a.k.a. Point-God.

Nella NBA del 2022, quando si parla di longevità sia in termini di condizione fisico-atletica che a livello di continuità di rendimento, si finisce spesso per elogiare solo e soltanto la figura di LeBron James, 37 anni compiuti lo scorso dicembre. Sia chiaro, non che il Re non meriti tali apprezzamenti – e questo suo 19esimo anno di carriera è l’ennesima dimostrazione della sua inossidabilità, seppur stia saltando diverse partite in più rispetto al passato a causa di problemi fisici – ma, dando un rapido sguardo a quanto visto nelle ultime due stagioni e mezzo, sarebbe oltremodo ingiusto non tributare il medesimo rispetto ad un ‘giovanotto’ nato soltanto 6 mesi dopo di lui.

Chris Paul durante una partita con la maglia dei Phoenix Suns, la sua 5a squadra NBA in 17 anni di carriera – ©️ MARK J. REBILAS, USA TODAY SPORTS

Anagraficamente parlando, la carta d’identità di Chris Paul recita 6 maggio 1985 e, a giudicare dalla stagione dei suoi Suns fino a questo momento, ci sono tutti i presupposti affinché la point-guard di Phoenix possa celebrare il suo 37esimo compleanno con la sua squadra ancora in corsa nei Playoffs. D’altronde, non dimentichiamo che la franchigia dell’Arizona difende il titolo di campioni in carica della Western Conference.

Il Veganismo e la seconda giovinezza

Per provare a dare una spiegazione del perchè CP3 sia tuttora uno dei migliori interpreti del suo ruolo in NBA nonché l’ultimo playmaker puro rimasto in circolazione, occorre fare una deviazione sul campo dell’alimentazione.

Facciamo un passo indietro: al termine della stagione 2018/19, la peggiore della carriera a livello realizzativo (15.6 punti di media) e per % dal campo (41.9%), nonché la conclusione di un biennio a Houston in cui aveva saltato complessivamente 50 partite (comprese le due gare decisive nella serie di Conference Finals contro i Warriors del 2018, dove HOU conduceva per 3-2 prima del suo infortunio), la possibilità che il tempo di Paul – all’epoca 33enne – ai massimi livelli fosse ormai giunto al crepuscolo aleggiava nell’aria.

Col suo passaggio ad OKC via trade nella Free-Agency 2019, una squadra data da tutti ai nastri di partenza come candidata al mero tanking, CP3 ha scelto di passare ad una dieta vegana (iniziata per la precisione circa un mese prima dello scambio, a giugno), un regime alimentare che ha avuto effetti quasi rigenerativi per il corpo del nativo di Winston-Salem, il quale nel 2020 affermava come il più grande impatto sul suo fisico fosse stato il fatto che accusasse meno dolori durante la stagione regolare, oltre ad una capacità di recupero più rapida.

Il dato più significativo a sostegno di questa ritrovata integrità fisica – che inevitabilmente si è poi riflessa sulla sua fenomenale costanza di rendimento – è il numero di partite giocate: dall’inizio dell’annata ’19/20, tra Regular Season e Post-Season, Chris Paul ha disputato 207 delle 213 partite disponibili, una cifra eccezionale considerata l’età e per uno che fin da inizio carriera raramente ha vissuto stagioni senza acciacchi fisici di alcun tipo.

Vincente nel DNA pur senza anelli al dito

Un leitmotiv della carriera del numero #3 è stata la sua straordinaria abilità di elevare in maniera sensibile, da subito, il livello di competitività delle proprie squadre: escludendo le sue prime due annate in NBA e dando per scontato l’accesso alla Post-Season di PHX quest’anno, Chris Paul ha mancato l’appuntamento con i Playoffs soltanto una volta nelle ultime 15 stagioni, e l’unica volta in cui fallì (2010/11) fu l’annata più travagliata per lui a livello fisico (solo 45 partite giocate). Tradotto: una squadra con CP3 sano è automaticamente, di fatto, (almeno) da prime 8 della sua Conference.

La seguente statistica relativa ai bilanci in stagione regolare dei team di Paul prima e dopo il suo arrivo è emblematico per capirne lo straordinario impatto:

Il tweet è risalente ad aprile 2021, e da quel momento il record di PHX con Paul in campo è addirittura migliorato: 75% di vittorie (90-30). L’anno scorso CP3 è stato il principale artefice in campo – condiviso con Coach Monty Williams in panchina – della prorompente ascesa ai vertici della Lega di un gruppo mediamente molto giovane che, grazie ad una pallacanestro corale orchestrata magnificamente da CP3 in cabina di regia e con Devin Booker come principale bocca da fuoco del roster, è riuscita a raggiungere le NBA Finals (1a volta in carriera per Paul), sconfitti soltanto in Gara 6 da Milwaukee.

Un’annata da silenzioso MVP?

Per quanto sembrasse non così semplice riuscire a ripetere la sorprendente stagione 2020/21, dopo quasi 3/4 di Regular Season ’21/22 i Phoenix Suns sono di gran lunga la squadra più solida della NBA.

Le due statistiche seguenti parlano da sole:

Combinando i mesi di novembre 2021 e gennaio 2022, Chris Paul – sempre presente finora in stagione – e compagni hanno perso UNA sola partita, il loro record attuale dice 41 vittorie e 9 sconfitte, mai così bene nella storia della franchigia giunti a questo punto della Regular Season.

Sotto l’aspetto individuale, le medie stagionali di CP3 recitano 14.9 punti, 4.5 rimbalzi, 10.4 assists (a fronte di sole 2.3 palle perse) e 1.9 recuperi in 33.1 minuti a gara (il suo minutaggio più alto dal 2014/15), tirando con il 48.9% dal campo, il 34.4% da 3 e l’83.6% ai liberi. Paul comanda l’intera Lega quest’anno per AST di media, AST totali (521) e palle rubate totali (94), lui che in carriera ha già vinto 4 volte la classifica degli assists e addirittura in 6 occasioni quella dei recuperi. Allargando il raggio alle classifiche all-time, CP3 è diventato quest’anno il 3^ miglior assist-man di sempre ed è al momento distante solo di 20 recuperi dal 4^ posto ogni epoca per palle rubate occupato da Gary Payton, dunque un traguardo raggiungibile entro fine anno.

Probabilmente a Point-God (questo il suo soprannome più iconico) mancherà la narrativa favorevole per provare ad essere uno dei principali contender nella corsa al premio di MVP stagionale, ma senz’altro un piazzamento in TOP 5 sarebbe tutt’altro che immeritato considerando soprattutto, oltre alle singole cifre che magari sono meno altisonanti di altri suoi colleghi, lo strepitoso record di squadra e le zero (finora) partite saltate in stagione.

The CP3 Effect

Tuttavia, la caratteristica forse più peculiare e unica del #3 è come riesca a migliorare il rendimento di certi compagni, in particolare dei lunghi: più volte si è scherzato sul fatto che certi giocatori, in particolare i lunghi, avrebbero dovuto devolvere buona parte del loro stipendio a Chris Paul (uno su tutti DeAndre Jordan ai tempi dei Clippers), al quale appunto sono senz’altro grati per aver firmato contratti spesso faraonici in rapporto al loro reale valore sul campo. L’ultimo in ordine cronologico ad aver ricevuto il cosiddetto CP3 Effect è stato Bismack Biyombo, ex-Hornets che era finito ai margini della Lega. Phoenix, che necessitava di allungare la rotazione sotto le plance, lo ha firmato con un decadale a inizio gennaio e successivamente lo ha confermato fino al termine della stagione. Il motivo è presto detto:

Riassumendo, affermare che Chris Paul facilita e non poco la produzione e l’efficacia offensiva dei compagni è quanto di più vicino alla realtà. Dotato di un QI cestistico che nella storia hanno vantato in pochissimi, ogni volta che scende in campo è possibile ammirarne la maestria nelle letture del Pick’n’Roll, l’efficienza del suo tiro dal mid-range, capace di costruirselo a piacimento manipolando in maniera chirurgica la difese avversarie, oltre all’abilità di saper azzannare le partite salendo in cattedra al momento propizio (nell’ultimo triennio è stato costantemente uno dei giocatori più determinanti nel Clutch Time e gli eccellenti risultati di squadra ne sono un logico riflesso) e al saper sfruttare la sua sagacia e scaltrezza – frutto anche dell’esperienza – centellinando le energie spese.

Insomma, è inutile girarci intorno: qui parliamo di un autentico fenomeno del Gioco palla in mano, un futuro Hall of Famer che incarna il massimo esempio di giocatore a cui non serve necessariamente aver vinto un titolo – e quest’anno ci riproverà ad arrivare in fondo, possiamo starne certi – per comprovarne il DNA vincente, e che a quasi 37 anni resta indiscutibilmente uno dei migliori interpreti del suo ruolo e non è qualcosa che possiamo permetterci di far passare in secondo piano o addirittura inosservata.

Finché Chris Paul continua a mantenere una tale integrità fisica, dalla sua squadra è lecito attendersi quel livello di competitività. Mentre lui continua a divertirsi e far divertire, i suoi avversari si divertono giusto un po’ meno.


Immagine in evidenza: ©️ Christian Petersen/Getty Images

 

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Michele Moretti
Nato e cresciuto con la passione per lo sport. La pallacanestro nel mio cuore, seguita e praticata sin da bambino. Calcio, Ciclismo e Tennis le altre discipline che guardo appassionatamente. Qui per provare a raccontarvi le emozioni che lo sport ci regala ogni giorno.

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