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La valle dei templi – Stadio Adriatico o “Un giorno credi”

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Marzo 1980. 

Cinque mesi dopo l’agghiacciante scomparsa del tifoso biancoceleste Vincenzo Paparelli allo Stadio Olimpico durante un derby capitolino, l’intero movimento calcistico italiano barcolla pericolosamente come mai fatto prima d’ora. Ventisette calciatori sono accusati di aver truccato alcune partite nell’ambito di un giro di scommesse clandestine. Sei le squadre di serie A coinvolte: Avellino, Bologna, Lazio, Milan, Napoli e Perugia. Le coscienze di milioni di appassionati di pallone sparsi per tutto lo Stivale entrano irrimediabilmente in crisi. È la fine dell’età dell’innocenza. L’arte pedatoria italiana si scopre sabotata, avvelenata da quelli che fino al giorno prima erano considerati alla stregua di eroi omerici, le cui res gestae erano, la domenica pomeriggio, da ascoltarsi in religioso silenzio, rapiti dalle voci di Ameri, Ciotti o Ezio Luzzi, moderni aedi del XX secolo.

Ricostruzione della dinamica della morte di Vincenzo Paparelli. La tragedia si verificò il 28 ottobre 1979. ©️ Storie di Calcio – Altervista

Il tutto scaturisce da un eclatante esposto presentato alla Procura della Repubblica di Roma da due giocatori d’azzardo, Alvaro Trinca, ristoratore, e Massimo Cruciani, venditore all’ingrosso nel settore ortofrutticolo, entrambi residenti nella Capitale, invischiati nel giro ma che si ritengono truffati da alcuni dei calciatori tirati in ballo: sostengono, infatti, di essere stati indotti a puntare somme esorbitanti su partite combinate a tavolino, non tutte terminate però come concordato, e di aver subito perciò ingenti perdite. Altrettanto sensazionale è inoltre un’intervista concessa, sempre in quelle prime settimane di marzo, dal centrocampista della Lazio Maurizio Montesi a Oliviero Beha, giornalista di Repubblica. Montesi, infatti, confessa che un compagno di squadra gli aveva offerto 6 milioni di lire per perdere la partita di campionato dello scorso gennaio contro il Milan (vinta 2 a 1 dai rossoneri), ma che lui, sdegnato, si era rifiutato di scendere in campo. Non vi è comunque nulla di cui stupirsi, aggiunge rincarando la dose:

“Che il calcio è truccato, corrotto, lo si sapeva, anche se c’era chi faceva finta di non saperlo, perché cointeressato agli utili del “giocattolo” o semplicemente perché tifoso”.

La deflagrazione del caso suscita turbamento e plateale contestazione. I diretti interessati, tra i quali risalta il nome di Paolo Rossi, centravanti del Perugia e degli Azzurri di Bearzot, proclamano la propria estraneità ai fatti. Artemio Franchi, allora presidente federale, promette agli sportivi “giustizia sommaria”, garantendo che non avrebbe mosso un dito per attenuare, insabbiare o sfumare questa faccenda. Ma per le strade di quella che, un tempo, era stata per Tito Livio la Caput Mundi serpeggia, nel frattempo, la rabbia dei tifosi laziali. Il giorno delle scottanti rivelazioni di Montesi al campo di allenamento della squadra biancoceleste, a Tor di Quinto, i calciatori coinvolti (Cacciatori, Garlaschelli, Giordano, Manfredonia, Viola e Wilson) sono accolti da una folla irritata al grido di “venduti! corrotti!”. Il 9 marzo 1980, prima domenica calcistica dallo scoppio dello scandalo, non vi sono invece contestazioni. Negli stadi, quasi pieni ovunque, echeggiano isolati dagli spalti pochi insulti all’indirizzo dei giocatori sospettati. Anche coloro che temevano una flessione nella “febbre della schedina” sono seccamente smentiti. Il montepremi del Totocalcio supera, infatti, l’iperbolica cifra di 5 miliardi e 700 milioni di lire, terzo maggiore montepremi nella storia del concorso. Il 16 marzo, la serie A si concede un turno di riposo; la Nazionale, il giorno prima, ha incontrato e battuto l’Uruguay con gol di Graziani in un’amichevole al Meazza. 

23 marzo 1980, ripresa del campionato di serie A.

Ezio De Cesari, vicedirettore del “Corriere dello Sport”, definisce questa data “un giorno drammatico e sconvolgente”. Alle ore 17:00 di quella domenica di fine marzo 1980, il calcio italiano – la sua storia, i suoi ricordi, la sua retorica incentrata sui valori e i suoi paladini – è sbattuto in cella. Il gioco che da ottant’anni riempi­va le domeniche degli italiani si rivela ormai solo una farsa grottesca. Un’irruzione degna di Hollywood delle Fiamme Gialle in sei città porta all’arresto di undici calciatori e del presidente milanista Felice Colombo. La Lazio è la squadra più colpita. I biancocelesti, quartultimi in classifica, quella domenica giocano fuori casa, allo stadio Adriatico, contro il Pescara, fanalino di coda.

La rosa del Milan della stagione 1979-80. Curiosità: assente l’allenatore Massimo Giacomini che non amava farsi immortalare “perché – diceva – i protagonisti sono i calciatori”. Per la prima volta, fa sfoggio sul petto l’agognata “Stella”, simbolo dei dieci scudetti. In piedi, da sinistra: Rigamonti, Chiodi, Minoia, Morini, F. Baresi, Albertosi, Mandressi, De Vecchi, Bet, Capello, Navazzotti. Seduti: Collovati, Carotti, Buriani, Bigon, Antonelli, Novellino, Galluzzo, Maldera III, Romano. ©️ Maglia Rossonera 

Alla vigilia, in realtà, nulla fa presagire quell’epilogo. Anche i giornalisti al seguito, più che al caso, appaiono soprattutto interessati a capire quale sanzione l’allenatore laziale, Roberto “Bob” Lovati, avrebbe adottato nei confronti di Giordano e Manfredonia; i quali, già coinvolti nello scandalo scommesse, sono stati pure pizzicati da un paio di indiscrete macchine fotografiche, nella notte tra giovedì e venerdì, a fare le ore piccole in un night della capitale. Come assicura Lovati ai cronisti, Giordano avrebbe sicuramente giocato. Manfredonia, invece, essendo squalificato, si sarebbe accomodato in tribuna. In ogni caso, i due sarebbero stati multati dalla società. La mattinata di domenica, giorno della partita, trascorre placidamente. Ma prima del fischio d’inizio, alle 16, qualcuno già sa dell’imminente operazione dei finanzieri. De Cesari, che vive quel giorno “minuto per minuto” al seguito dei biancocelesti, riporta sul “Corriere dello Sport” che già intorno alle 14 il suo collega Giancarlo lannascoli gli si era avvicinato sussurrandogli che alla fine dell’incontro sarebbero finiti in manette quattro giocatori della Lazio. De Cesari aveva incontrato subito dopo il patron biancoceleste Umberto Lenzini, ma non aveva avuto il coraggio di accennargli nulla. Il primo tempo della partita è “una pena”. Il Pescara assedia la porta difesa da Cacciatori e, parallelamente, sopra la tribuna stampa volteggia non la fiera Olimpia, bensì la raccapricciante Fama, instancabile nel diffondere velenose voci di corridoio tra i cronisti lì presenti. Terminati sullo 0 a 0 i primi 45 minuti, durante i quali l’arbitro Lo Bello nega due rigori netti agli abruzzesi, De Cesari, durante l’intervallo, ha una conversazione anche con il presidente pescarese dimissionario, Giovanni Capacchietti. Questi, dopo essersi comprensibilmente lamentato con lui dell’arbitraggio, gli comunica che lo stadio è letteralmente circondato: “Mai vista tanta Finanza”, dice, “le uscite sembrano bloccate, che cosa succede? Arrestano i giocatori della Lazio? Speriamo bene, non vorrei che succedesse proprio qui”. Un’altra persona, di cui non può rivelare l’identità, gli ribadisce che c’è una Giulietta dei finanzieri incaricata di arrestare a fine partita Giordano, Wilson e Cacciatori, mentre Manfredonia sarebbe stato prelevato in tribuna d’onore, dove si trovava, proprio davanti a Lenzini, non appena fosse ripreso il gioco. E quest’ultima conferma, per De Cesari, è l’equivalente di un mancamento. Passati una ventina di minuti, Manfredonia è preso sottobraccio da due agenti in borghese e portato via. Le lancette dell’orologio segnano le 16:10. In campo, nel frattempo, i calciatori laziali, avvertiti da un avversario di quanto stava accadendo fuori dal rettangolo verde, sono ormai alla completa deriva. Cacciatori è superato due volte e Lovati, “nervosissimo, sconvolto”, proprio allo scadere della seconda frazione di gioco è espulso per proteste. “È la fine della più incredibile e amara partita di quasi ottant’anni di gloriosa storia laziale”, sentenzia dalle colonne del suo giornale De Cesari, rimasto nel dopogara al fianco di un distrutto Lenzini, mentre Giordano, Wilson e Cacciatori vengono portati via a capo chino dai finanzieri tra gli insulti dei tifosi.

Così i giornali all’indomani della clamorosa “retata”. ©️ Il Post

Quel nefasto pomeriggio del 23 marzo 1980 odono il tintinnio delle manette anche Claudio Pellegrini dell’Avellino, Sergio Girardi del Genoa, “Ricky” Albertosi e Giorgio Morini del Milan, Guido Magherini del Palermo, Mauro Della Martira e Luciano Zecchini del Perugia. A sera inoltrata, si costituisce Claudio Merlo, centrocampista del Lecce. Sono tutti trasferiti a Roma, nel penitenziario di Regina Coeli, per essere sottoposti a interrogatorio. L’accusa è di truffa aggravata e continuata. I finanzieri, come già accennato, vanno a prelevare anche Felice Colombo, presidente rossonero, mentre a Paolo Rossi e ai laziali Garlaschelli e Viola sono notificati ordini di comparizione per concorso di truffa. Gli italiani seguono come ipnotizzati le fasi allucinanti degli arresti sia per radio che per televisione. E la carta stampata, anche quella generalista, il giorno successivo non parla che della “retata” in diretta nazionale. Oreste Del Buono sul “Corriere della Sera”, si chiede se fosse veramente necessaria un’operazione svolta sotto lo sguardo dei tifosi e a favore di telecamere: 

I presunti colpevoli di truffa plurima aggravata non avrebbero potuto essere arrestati a casa loro dopo l’incontro o addirittura prima? Insomma, si direbbe che sia stata conferita tanta spettacolarità all’evento come per far dimenticare altri scandali coinvolgenti banchieri, palazzinari e ministri, e contemporaneamente sia stato assicurato a ogni costo lo svolgimento del Totocalcio? Che giustizia sia fatta almeno in materia calcistica lo stiamo chiedendo dall’inizio di questo ennesimo pasticcio nazionale. È ancora riprovevole aggiungere che ci auguriamo che non si tratti di una giustizia ambigua prestantesi ad altre chiacchiere, altri fraintendimenti, ad altri veleni?

Lo stesso De Cesari, sul “Corriere dello Sport”, osserva che “forse sarebbe stato preferibile evitare il clamore che ha accompagnato un’operazione simile”. Tuttavia, prosegue, 

che la giustizia dovesse fare la sua strada era non soltanto inevitabile, ma senz’altro auspicabile e non possono di certo essere i tempi né i modi prescelti ad alterare la legittimità di un provvedimento che addolora tutti gli sportivi italiani in buonafede, ma nello stesso tempo li conforta: soltanto la pulizia totale, garantita, illimitata e indiscriminata dell’intero ambiente potrà compensarci dei giorni bui che stiamo vivendo e del tremendo sconforto che si è impossessato di noi fin dal primo istante in cui, appena messo piede nello stadio Adriatico di Pescara, il collega Iannascoli ci ha chiamato in disparte per anticiparci che cosa sarebbe successo alla fine della partita.

Questa posizione è condivisa anche dalla redazione della “La Gazzetta dello Sport”, per la quale, se “il calcio”, domenica 23 marzo, ha vissuto “la sua giornata più amara”, non era certamente stato per colpa del “magistrato” che aveva “scelto il dopopartita per eseguire gli arresti”. Ogni responsabilità, secondo il quotidiano meneghino, ricadeva infatti – “interamente, esclusivamente” – su coloro i quali, “non paghi della popolarità che il calcio loro consente, non paghi dei guadagni che il calcio loro garantisce”, “hanno vergognosamente tradito la fiducia, la passione, gli ingenui entusiasmi di milioni di persone. Loro sì hanno offeso il calcio, molto più di quanto possano aver fatto le manette scattate negli spogliatoi: senza il loro tradimento, le manette non sarebbero mai arrivate negli stadi”.

13 giugno 1980: un momento del primo processo per scommesse clandestine nel calcio. Riconoscibili tra gli altri Enrico Albertosi, Lionello Manfredonia, Paolo Rossi. ©️ ANSA

Il 27 marzo, i giocatori arrestati – e Gianfranco Casarsa del Perugia, a piede libero – sono sospesi dalla Commissione disciplinare della Lega, su richiesta dell’ufficio inchieste della Figc. Nessun provvedimento cautelare, viceversa, viene adottato nei confronti degli altri, più o meno direttamente coinvolti, che avrebbero quindi potuto essere regolarmente in campo nella successiva domenica di serie A. E il calcio non si lascia sfuggire l’occasione di mostrarsi per l’ennesima volta imprevedibile. Nonostante la drammatica settimana appena trascorsa, e le defezioni forzate, Lazio e Milan, il 30 marzo, vincono rispettivamente in casa con il Catanzaro (2-0) e fuori casa con il Napoli (0-1). Al Perugia, invece, il miracolo non riusce e perde sul proprio terreno con la Fiorentina (1-2). All’Olimpico, durante la partita, il pubblico biancoceleste, inizialmente ancora disorientato, sostiene poi senza esitazione alcuna gli undici in campo, “tutti in piedi – racconta “Il Messaggero” – a cantare alla moda dei tifosi di Wembley, sventolando sciarpe, fazzoletti, ombrelli, bandiere e ragazzini pericolosamente sollevati in un’orgia di entusiasmo autentico, lontano dalle delusioni che il campionato e i magistrati che indagano sulle scommesse hanno procurato ai tifosi”. A Fuorigrotta, il Milan viene subissato di insulti e intimidito da striscioni come “la diossina è nordista” e “morte ai nordisti”. Al fischio finale del signor Michelotti, però, i partenopei applaudono sportivamente un diavolo meritatamente vincente grazie ad una perentoria girata di Albertino Bigon. Fischiatissimo al Curi di Perugia, invece, Paolo Rossi.

Si accendono i riflettori allo Stadio Adriatico, noto anche col nome di stadio Giovanni Cornacchia, ostacolista e dirigente sportivo pescarese scomparso nel 2008. Inaugurato il 29 dicembre 1955, lo stadio, situato nel quartiere Portanuova e ristrutturato nel 2009, è un centro del CONI destinato principalmente al calcio e all’atletica leggera. Sede principale dei XVI Giochi del Mediterraneo, ha ospitato varie partite della nazionale italiana di calcio ed è stato selezionato come stadio di riserva per i mondiali di calcio del 1990. Ha inoltre ospitato varie partite delle Olimpiadi di Roma del 1960. ©️ Pescara Calcio

Il 3 aprile 1980, i 13 arrestati sono scarcerati. Il 24 aprile, il procuratore capo di Roma rinvia a giudizio 38 persone, delle quali 33 sono calciatori, inclusi gli accusatori Trinca e Cruciani, per concorso in truffa aggravata; e, nello stesso giorno, l’ufficio inchieste della Federcalcio deferisce quattro società di serie A e 19 tesserati alla Commissione disciplinare. Rossi interessato da ambo i provvedimenti, dichiara laconicamente ai microfoni:

“Mi hanno distrutto, credo che mai niente di peggio mi capiterà nella vita”.

Il 29 aprile, il centravanti della Nazionale è quindi sospeso per due mesi, insieme ad altri sei giocatori deferiti, il che avrebbe pregiudicato la sua partecipazione in giugno agli Europei, organizzati proprio in Italia. Il 3 maggio, con altre squadre, è deferita per illecito anche la Juventus (poi assolta), per una presunta combine con il Bologna; e il processo sportivo, al via il 14 maggio, avrebbe dunque riguardato 11 società e 44 tesserati. La giustizia sportiva, in primo e secondo grado, infligge pesanti condanne: Lazio e Milan retrocesse in serie B; radiato il presidente rossonero Colombo; 6 anni di squalifica a Pellegrini; 5 a Cacciatori e Della Martira; 4 ad Albertosi; 3 anni e 6 mesi a Giordano, Manfredonia, Petrini e Savoldi; 3 a Wilson e 2 a Rossi. 

Diversamente andò il processo penale: il 23 dicembre 1980, infatti, tutti gli accusati sono prosciolti “perché il fatto non sussiste” (il codice ancora non contempla il reato di frode sportiva, introdotto nel 1989), malgrado il pubblico ministero, per 28 dei 38 imputati, abbia richiesto un totale di 42 anni e mezzo di reclusione.

Un giorno credi di essere giusto

E di essere un grande uomo

In un altro ti svegli e devi

Cominciare da zero

Situazioni che stancamente

Si ripetono senza tempo

Una musica per pochi amici

Come tre anni fa

A questo punto non devi lasciare

Qui la lotta è più dura ma tu

Se le prendi di santa ragione

Insisti di più

Sei testardo, questo è sicuro

Quindi ti puoi salvare ancora

Metti tutta la forza che hai

Nei tuoi fragili nervi

Quando ti alzi e ti senti distrutto

Fatti forza e va incontro al tuo giorno

Non tornar sui tuoi soliti passi

Basterebbe un istante

Mentre tu sei l’assurdo in persona

E ti vedi già vecchio e scadente

Raccontare a tutta la gente

Del tuo falso incidente

Edoardo Bennato. Un giorno credi. Non farti cadere le braccia, 1973

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Samuele Virtuani
Nato a Milano il 4 maggio 2001, è un grande appassionato di Storia, soprattutto contemporanea, nonché accanito calciofilo fin dai tempi delle scuole medie. Da novembre 2020 è speaker presso Radio Statale, per la quale ha ideato e condotto per due stagioni "BigBang Effect", un programma per menti in cerca di idee esplosive. Da ottobre 2022 ha virato verso lo storytelling sportivo con "Glory Frame", show radiofonico in onda tutti i martedì dalle 15:00 alle 16:00 sulle frequenze di Radio Statale e in podcast.

1 Comment

  1. I soldi fanno gola si sa, è se sono facili da intascare lo fanno ancora di più! Ricordo bene quei giorni, la delusione di un giovanissimo tifoso che aveva appena vissuto la gioia della stella e già si vedeva crollare il castello addosso con l’onta della serie B. Ma tutto passa (o quasi) si sa, è allora avanti! Ci si rialza e si segue la squadra anche in B, si gioisce anche per la vittoria del campionato di B, per la Mitropa Cup, sempre sperando che il brutto sia passato e che non ritorni più.
    Complimenti.

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