Calcio

Strade provinciali – Anconitana

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101.200 abitanti e appena la pochezza di 16 metri sul livello del mare. Un porto che ha sempre guardato ad Oriente. La possibilità di vedere nelle giornate di sole dalla sommità dal monte Conero, che caratterizza inconfondibilmente la geografia marchigiana, l’altra sponda del mar Adriatico, la Dalmazia. Ancona è questa. Ancona è, però, anche culla delle scienze naturali grazie al suggestivo Orto botanico “Selva di Gallignano” dell’Università Politecnica delle Marche.

Ancona è memoria storica, la cui essenza può essere facilmente assaporata visitando, a metà tra il colle dei Cappuccini e Monte Cardeto, il Campo degli Ebrei: 178 candidi cippi funerari con iscrizioni in lingua ebraica databili tra il XV e il XIX secolo adagiati su un verde prato leggermente digradante verso Gerusalemme. Ad Ancona è possibile circondarsi anche di arte. Dal 1560 si può infatti ammirare nell’attuale Corso Mazzini la stupenda Fontana del Calamo dell’architetto Pellegrino Tibaldi, realizzata seguendo i dettami dell’allora molto in voga manierismo-rinascimentale. Impossibile non citare anche il duomo di San Ciriaco, inerpicato sul Colle Guasco dal 1017 e caratterizzato dall’unione dell’architettura romanica con quella bizantina. Ancona è, ovviamente, capace di farsi bella in occasione delle solenni feste che sono in grado di connotarla in modo unico: la prima o la seconda domenica di settembre è dedicata alla Festa del Mare, una processione per il porto della città, con annesso spettacolo pirotecnico, in onore dei caduti del mare. Impossibile non citare il celeberrimo Carnevalò, il carnevale in salsa anconitana capace di tingere di mille tonalità le vie del centro città, o la fiera di inizio maggio in onore del Santo Patrono Ciriaco.

Ancona è anche in grado di suscitare un certo languorino: ecco, dunque, astici con i peperoni dolci, baccalà con salsa verde e lo stoccafisso all’anconetana. Ultimo ma non meno importante, a pochi chilometri dal capoluogo marchigiano, per la precisione nel piccolo comune di Chiaravalle sulle rive del fiume Esino, è nata Maria Tecla Artemisia Montessori, o più semplicemente Maria Montessori, il cui volto sorridente ha fatto capolino per tanti anni dal nostro portafoglio.

Un scatto prospettico con protagonista la Fontana del Calamo (1560) dell’architetto Pellegrino Tibaldi, uno dei tanti esponenti del manierismo-rinascimentale. – ©️ rivieradelconero.info

Ancona è, soprattutto, un cuore che pulsa sempre e solo per l’Anconitana, nota dal 2021 col nome di Ancona-Matelica.

Il teatro delle Muse è il più grande delle Marche e tra i quindici più imponenti d’Italia. Affaccia di fatto sull’Adriatico, riuscendo nell’impresa di essere sia nel centro cittadino che davanti ad uno degli imbocchi più importanti del porto. Solo qui è possibile vedere così unite e in simbiosi perfetta due anime tanto differenti. Il teatro delle Muse, che attualmente ricopre un ruolo di primo piano in un ambiente culturale intenso e variegato, è da sempre un luogo di aggregazione e di immaginazione. Tra le sue stanze (a volte un po’ troppo trascurate) e le sue scalinate gli anconetani si sono sempre figurati il loro avvenire attingendo a piene mani da ciò che si erano lasciati alle spalle. È all’interno di uno dei suoi magazzini che, nel 1905, un giovane di nome Pietro Recchi decise di fondare, dopo essersi infatuato del gioco del football durante una trasferta di lavoro a Liverpool, l’Unione Sportiva Anconitana. Divise rosse in onore dei reds di Anfield e primo incontro ufficiale contro l’equipaggio del Britannia, una leggendaria nave inglese, conclusosi in parità. Inizia così il lungo e affatto idilliaco rapporto tra la città marchigiana e il calcio.

I primi anni sono all’insegna della passione più sfrenata come si confà alle più classiche storie d’amore: l’Ancona fu una delle squadre di riferimento dell’allora Prima Divisione, il massimo campionato nazionale organizzato dalla mitica Confederazione Calcistica Italiana. La formula di quei campionati era all’insegna di un esasperato romanticismo da vecchi lupi di mare. Oltre 50 squadre provenienti da ogni angolo del belpaese, tutte foriere di dialetti e provincialismi di ogni sorta. Sono gli anni d’oro, parafrasando gli 883, non del grande Real ma del Genoa, della Pro Vercelli, del Savona, del Casale Monferrato, della Fortitudo Roma e, appunto, dell’Ancona. Suddivise in leghe e in sezioni locali, i vincitori si sfidavano poi in confronti non adatti ai deboli di cuore. Nord contrapposto al Sud. Club del Centro contro compagni dell’Italia orientale. Un trionfo del particolarismo provinciale in salsa tricolore e di quel senso di appartenenza che è proprio solamente dell’arte pedatoria. Tra le due grandi guerre del Novecento, il calcio era la riserva di caccia di coloro i quali vivevano per emozionarsi.

L’Ancona non sfigurò affatto: si impose nella propria regione e staccò il pass per andare a sfidare le grandi corazzate del resto della Penisola, fiera della propria divisa in principio biancorossa, in un secondo momento ciano e a partire dal 1932, anno nel quale la società mutò nome in Unione Sportiva Anconitana Bianchi, giallorossa. Risalgono a questa tornata d’anni le indelebili prodezze della prima autentica gloria locale: Gustavo Fiorini. Centrocampista col vizio del gol, Fiorini è in grado di mettere a referto 71 reti con la maglia dei marchigiani. Un record destinato ad infrangersi solamente dopo 70 anni.

La statua in marmo rappresenta Diomede. L’opera è una copia romana del II o III secolo dopo Cristo ed è stata realizzata a partire dall’originale greco, che era naturalmente in bronzo, del V secolo a.C. Attualmente il busto è collocato all’interno della collezione del cardinale Richelieu esposta nel Museo del Louvre dal 1801. – ©️ wikipedia.org

Il rapporto tra mare e città è davvero osmotico da queste parti. È il punto focale di numerosi miti e leggende, tutti fondamentali per comprendere appieno il carattere della città. Si tramanda, ad esempio, che fu il grande guerriero acheo Diomede, di ritorno dalla celeberrima guerra di Troia, a portare l’arte dell’andare per mare sulle rive dell’Adriatico. Conclusosi il conflitto più logorante dell’epica antica, l’eroe greco fece ritorno in patria, ad Argo. Rientrato si rese conto che, incredibilmente, nessuno sembrava ricordarsi di lui. Non i sudditi. Non gli amici. Non la moglie e nemmeno i figli. La quotidianità, nel corso della sua lunga assenza, era trascorsa all’insegna della tranquillità e l’eroismo di Diomede sembrava, in modo del tutto inaspettato, rivelarsi del tutto inutile. Passato un primo momento di comprensibile disperazione, Diomede comprese che tutta quella dolorosa dimenticanza era imputabile ad un magheggio di Afrodite, la dea che aveva ferito sotto le mura di Troia durante la sua aristia. Afrodite, dea sì dell’eros ma anche della navigazione, era adirata con lui e Diomede, per riparare il torto sconsideratamente commesso, lasciò scudo e armi nel tempio consacrato alla Cipride e iniziò a solcare l’Adriatico per diffondere le tecniche della buona navigazione, ottenendo così il tanto agognato perdono della capricciosa divinità. Si fermò infine nei pressi di uno sperone roccioso, che poi sarebbe diventato Ancona, e insegnò a tutti i nativi lì presenti come soggiogare il mare.

Il mare, si sa, vive di maree, onde anomale e insidiose correnti. Il calcio, pur sapendolo solcare, non è poi così dissimile. Ci sarebbero voluti decenni e decenni, prima di vedere l’Ancona navigare nuovamente fino allo sfavillante porto del massimo campionato. Quella è una storia altrettanto degna di una narrativa mitologica.

Tutta la ribollente passione nel settore ospite dello stadio Renato Dall’Ara, Bologna, nel corso del dentro o fuori del giugno 1992. – ©️ mediapolitika

Il 7 giugno 1992, mentre un prolisso e agguerritissimo campionato cadetto volge ormai al crepuscolo, 12mila anconetani danno vita ad un esodo di proporzioni bibliche in direzione Bologna. Un pellegrinaggio al contrario rispetto alle arcinote migrazioni d’inizio estate che vanno dal torrido entroterra alle spiagge bagnate dall’Adriatico, sorgente inesauribile di refrigerio. Nella calura di giugno c’è, però, molto di più che la conquista di un lembo di spiaggia libera nella quale piantare l’ombrellone. C’è da riprendersi un posto in Serie A atteso, ormai, da prima della guerra. Direzione stadio Renato Dall’Ara, via Andrea Costa, 174, Bologna.

Bologna-Ancona deciderà le sorti di una provincia intera, anzi, due. Al Bologna serve, infatti, un misero punticino per conquistare la salvezza, nonostante ad inizio stagione gli obiettivo fossero di tutt’altro spessore. I felsinei vanno in vantaggio con l’elvetico Turkyilmaz, bravo a scaricare in rete un lancio preciso proveniente dalle retrovie. La festa è solo rimandata: Franco Ermini, centrocampista giramondo della provincia italiana ormai giunto alle ultime battaglie sportive della sua carriera, riesce ad addomesticare un pallone nei pressi della porta rossoblù, che poi viola con estrema freddezza e precisione. È finalmente promozione. Vincenzo Guerini, l’artefice di quella storica apoteosi, la cui carriera sul rettangolo verde di gioco era stata bruscamente interrotta a causa di un incidente d’auto, corre e salta come in preda ad una esilarante tarantella sotto la curva gremita dagli anconetani. L’Ancona ritorna nel calcio delle grandi e si regala una casa nuova di zecca: in tempi record, nelle immediate vicinanze del monte Varano, viene completato lo Stadio Del Conero, un impianto in grado di ospitare 23.976 cuori pulsanti esclusivamente per i biancorossi. L’inaugurazione è un vero e proprio battesimo di fuoco: il 6 dicembre 1992, in occasione della dodicesima giornata di Serie A, arriva in terra marchigiana l’Inter di Osvaldo Bagnoli. Una squadra formidabile in grado di annoverare tra le proprie fila giocatori del calibro di Matthias Sammer, Igor’ Šalimov, Darko Pančev e Totò Schillaci, a dir la verità un po’ sottotono dopo le imperiture fiammate di Italia ’90. La partita si chiuse con un sonoro 3-0 per gli adriatici. Doppietta dell’estroso magiaro Lajos Détári. Una vittoria storica, a cui però non fecero seguito altrettanto grandi imprese. Diciannove punti totali ed una ineluttabile retrocessione in B. Molte le storie nella storia nel corso di quella stagione: da El Raton Sergio Zàrate, attaccante albiceleste fratello maggiore del futuro laziale Mauro, acquistato in pompa magna dalla società, salvo poi divenire vittima preferita della caustica ironia della Gialappa’s Band, a Marco Pecoraro Scanio, fratello minore del politico Alfonso, granitico centrocampista che in maglia dorica giocò 101 partite riuscendo nell’impresa di non siglare neanche una rete, ma che rimase però talmente tanto nel cuore della città da diventarne assessore anni e anni dopo. Un campionato sotto le attese, dunque, ma che vide anche l’esplosione di uno dei calciatori più iconici degli anni ’90: il terzino Felice Centofanti, che con la sua riccioluta chioma mora fluente al vento e la sua corsa a spron battuto ha percorso come un instancabile pendolino le fasce degli stadi di tutto lo Stivale per un decennio intero. Oggi Centofanti è il padre di Martina, una delle nostre fantastiche Farfalle Azzurre della ritmica, che portano tanta soddisfazione a tutto il movimento italiano.

Felice Centofanti posa per le consuete foto di rito d’inizio stagione con la maglia biancorossa dell’Anconitana. – ©️ wikipedia.org

Allo Stadio del Conero, così, mancò per qualche tempo la Serie A e il pubblico si poté consolare con qualche apparizione degli Azzurri e con tanti concerti magnifici, come quello di Renato Zero o di Luciano Ligabue. Dieci anni di astinenza, con la sola eccezione della Coppa Italia ’93-’94, quando, pur partendo dalla cadetteria, i biancorossi arrivarono in finale, dove poi furono annichiliti dalla Sampdoria di Gullit e Pagliuca per 6-1.

Quello al calcio che conta non era un addio, come si suole dire, ma solo un arrivederci. Un altro grande genio del calcio provinciale italiano avrebbe presto riportato i dorici nella massima serie: Luigi detto Gigi Simoni. Allenatore dal temperamento gentile e educato guidò la squadra alla sua seconda promozione in A nella stagione 2002-2003, venendo addirittura insignito della stella d’oro al merito sportivo. L’annata seguente, però, si risolse in un’altra amarissima retrocessione. 13 punti raccolti in 34 giornate e porte girevoli in panchina, con una serie di avvicendamenti che non portarono alcun beneficio alla compagine biancorossa, nonostante l’esperienza decennale di tecnici come Nedo Sonetti e Giovanni Galeone. In quell’annata pesa come un macigno la sterilità offensiva degli anconetani, capaci di segnare la pochezza di 21 reti, che ha dell’incredibile se si pensa ai nomi che nel corso dei mesi hanno avuto la possibilità di vestire la maglia dorica: Goran Pandev, Maurizio Ganz, Dario Hübner, Milan Rapaić, Cristian Bucchi, Paolo Poggi e il centravanti carioca Màrio Jardel. Una batteria di cannonieri di tutto rispetto, impreziosita di grandi eroi della provincia tricolore e di velociraptor dell’area piccola.

Un giovanissimo Goran Pandev con indosso la maglia dell’Anconitana nel corso della stagione 2003-2004. – ©️ stevenaxe.altervista.org

Il mare sa essere, dicevamo, bizzoso e imprevedibile. Navigarlo è impegnativo anche per chi sul mare ci si affaccia da sempre. Ancona e gli antichi greci. Ancona e il calcio. Cultura e memoria storica profonda sulle rive di un mare che non hai mai avuto il proprio toponimo affiancato a questo aggettivo latineggiante.

Samuele Virtuani
Nato a Milano il 4 maggio 2001, è un grande appassionato di Storia, soprattutto contemporanea, nonché accanito calciofilo fin dai tempi delle scuole medie. Da novembre 2020 è speaker presso Radio Statale, per la quale ha ideato e conduce "BigBang Effect", un programma per menti in cerca di idee esplosive.

3 Comments

  1. Molto bello, intriso di cultura calcistica, storica e architettonica. Ancona è ricca di storia a partire dal suo porto sovrastato e vigilato dall’arco di Traiano.

    1. Esatto e il Conero è fantastico.

  2. Speriamo torni in Serie B… la piazza lo merita.

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