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Il calcio femminile che (per fortuna) non c’è più, in “Una vita in fuorigioco” di Katia Serra

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Uno dei libri di calcio più interessanti dell’anno appena concluso è stato senza dubbio l’autobiografia della ex calciatrice Katia Serra, pubblicata da Fabbri Editori e intitolata Una vita in fuorigioco. Cronache dal mondo che tutti pensano di conoscere. Tutti noi telespettatori abbiamo imparato a conoscere un anno e mezzo fa la franca parlata emiliana di questa ex calciatrice, ora addetta al commento tecnico delle partite in tv: fu proprio lei ad essere chiamata, nell’estate del 2021, a sostituire all’ultimo momento un collega malato, finendo così per commentare la vittoriosa (per noi) finale dell’Europeo maschile contro l’Inghilterra.

La copertina del libro, che all’interno si avvale anche di interventi di Arrigo Sacchi, Lele Adani e
Damiano Tommasi

Il libro di Serra va letto a fondo, non solo per capire il calcio femminile contemporaneo (Cronache dal mondo che tutti pensano di conoscere è il significativo sottotitolo), ma anche per custodire la memoria storica di quello che – per fortuna, da alcuni punti di vista – ci stiamo ormai lasciando alle spalle. Una vita in fuorigioco è infatti scritto da una donna che ha vissuto come giocatrice gli anni forse più difficili del movimento calcistico nazionale, ossia quelli dopo il 2000, e che durante e dopo, nelle vesti di sindacalista, ha contribuito a traghettarlo verso la riscossa incominciata nel 2015. Le lotte intraprese all’interno dell’Associazione Italiana Calciatori (AIC) sono narrate del dettaglio, e possono per altro essere utilmente accostate (cosa che ho fatto, nel mio Capitane coraggiose), col racconto parallelo e complementare presente nell’autobiografia di Sara Gama, La mia vita dietro un pallone ; il tutto, come nel caso delle magliette, raccontato con la verve di una donna proveniente dall’Emilia profonda, e alle proprie radici familiari profondamente legata. Un libro necessario, Una vita in fuorigioco, affinché venga preservato il ricordo di chi ha lottato in quegli anni, e quindi affinché le azzurre di oggi non si scordino i sacrifici e soprattutto il silenzio assordante nel quale hanno dovuto giocare coloro che le hanno precedute. Si prenda come pagina esemplare quella in cui Serra ricorda il suo primo gol in Nazionale. Le azzurre, lottando in mezzo ad un campo fangoso, dilagano, «prima un goal, poi un altro. Segnai anche io, di testa. Ma quando esultai, correndo col braccio alzato sotto gli spalti demideserti, mi accorsi che non c’era nessuna folla a urlare festante. Nessuno speaker ad annunciare il mio nome, non c’erano le grida e gli applausi, come quando segnano i calciatori» (p. 61).

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Katia Serra consegna alla calciatrice dell’Inter Beatrice Merlo il premio dell’AIC per la calciatrice del
mese (gennaio 2020)

Fra i tanti aspetti del “vecchio” calcio femminile italiano, ce ne sono almeno tre che colpiscono molto, durante la lettura, e che possono farci capire la distanza fra il mondo, non ancora del tutto sgombro di ostacoli ma tutto sommato assai confortevole, in cui si muove una star di Instagram come Eleonora Goldoni, e quello esperito da Katia Serra.

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Katia Serra agli Oscar del Calcio AIC (dicembre 2019)

Il primo tema che innerva tutto quanto Una vita fuorigioco è quello della scarsa frequenza e soprattutto della scarsa qualità degli allenamenti, causa secondo Serra non solo del basso livello del calcio femminile italiano dell’epoca rispetto a quelli di molti paesi d’Europa, ma anche – come vedremo – di una quantità esagerata di infortuni.

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La n.1 del Messico a terra dopo un contrasto con un avversaria italiana (in primo piano),
durante la semifinale del Mondiale (non riconosciuto dalla FIFA) 1970

Prima di parlare delle tecniche di allenamento, però, possiamo partire dallo stesso strumento di gioco. Eccome come l’autrice, nata nel 1973, descrive il pallone usato ai tempi del Bologna CF (1986-1991): «Il pallone da calcio degli anni Ottanta era un bolo pesante, che appena pioveva si impregnava di fango e diventava una roccia. Ero gracile e quindi, per calciarlo e farlo salire in alto, mi veniva consigliato di buttare indietro il corpo, le spalle, di modo che la leva di quel movimento riuscisse a scagliare il pallone all’incrocio dei pali, se avessi voluto. Ma il movimento era contrario al corretto insegnamento: per un tiro in porta efficace il corpo in realtà deve essere piegato in avanti in modo che sia l’oscillazione della gamba a imprimere la direzione al pallone. Ho finito così per incorporare un movimento scorretto, che dava qualche vantaggio al mio fisico da tredicenne, ma che sul lungo periodo si sarebbe rivelato tecnicamente poco efficace. Un allenatore avuto in seguito, per correggermi, mi faceva mettere sulle spalle una sacca piena di sabbia, simile a una grossa sciarpa, per impedirmi di perseverare nell’errore» (pp. 36-37).

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L’attaccante statunitense Abby Wambach chiama i medici dopo essersi infortunata durante
un’amichevole contro il Brasile (2008)

Già da questa prima citazione capiamo come l’autrice metta a frutto, nel ripercorrere la propria storia sportiva, gli insegnamenti appresi successivamente all’ISEF. Serra rivela che l’artrosi condilo femorale in stato avanzato di cui soffre già alla soglia dei cinquant’anni è frutto anch’essa di «calcio giocato come si faceva una volta: con poche e scarse conoscenze fisiologiche, soprattutto riguardo al corpo femminile» (p. 40). Del resto, «negli anni Ottanta e Novanta non c’era cultura del corpo dell’atleta donna: gli allenamenti erano amatoriali, poco specifici, addirittura dannosi. Facevamo tante ripetute, tanta corsa lunga, tanta endurance, ma non ci esercitavamo agli sforzi esplosivi che erano richiesti in campo. Non preparavamo con troppa attenzione le ginocchia ai cambi di direzione né provavamo a correggere la biomeccanica della corsa. Il fatto che le donne fossero anatomicamente diverse dagli uomini non era preso in considerazione. All’epoca, per esempio, nessuno rifletteva sul fatto che il bacino delle donne è più largo per favorire il parto e questo comporta una maggiore inclinazione dell’asse del femore (angolo Q) con quindi un aumento del valgismo del ginocchio. Significa che la rotula si sposta più facilmente ai lati, provocando spesso un carico superiore sul comparto esterno del ginocchio e una maggiore predisposizione agli infortuni ai legamenti crociati» (p. 41). Programmi di allenamento specificatamente femminili ora diffusi dalla FIFA stessa come The 11+ sarebbero parsi pura fantascienza: «all’epoca queste conoscenze non c’erano, o se c’erano non avevano certamente raggiunto Bologna, né l’Italia, e rimanevano, forse, soltanto teorizzate, tra le mura di un paio di università, chissà dove. Così ci allenavamo come maschi, ma non eravamo maschi» (p. 42).

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La tedesca Inka Grings lascia il campo per infortunio dopo aver segnato un goal durante Germania –
Islanda, durante l’Europeo di Finlandia 2009; al suo fianco, l’allenatrice Silvia Neid

In Una vita in fuorigioco l’autrice fornisce un altro interessante esempio di come «nei primi anni Novanta le conoscenze sul corpo femminile rapportato allo sport» fossero «scarse come l’acqua nel deserto. Noi calciatrici eravamo pioniere che navigavano in un mondo ancora sconosciuto, mosse soltanto dalle nostre passioni, senza alcuna guida» – forse una frecciata, quest’ultima, alla soffocante retorica di questi anni sul calcio femminile, per cui basta la passione per fare tutto: peccato che poi siano le calciatrici quelle che ci sono andate e ci vanno di mezzo. «All’epoca nessuna aveva mai sentito parlare della sindrome da overtraining e della triade dell’atleta: ero convinta che il corpo renderesse tanto di più quanto più veniva allenato, ma non avevo alcuna conoscenza specifica circa la necessità di alternare il training fisico ad adeguati periodi di riposo, accompagnando il tutto con un’alimentazione corretta» (p. 47). Così la normalità era che le calciatrici fossero «indotte ad allenamenti estenuanti, identici a quelli degli uomini, nel tentativo di compensare le differenze fisiche, condannandosi così alle ripetizione di esercizi dannosi, che non tenevano conto della fisiologia femminile e dei suoi cicli» (p. 48). Il ciclo fondamentale era ovviamente quello mestruale: «In uno spogliatoio femminile risulta più funzionale che tutte si trovino in condizioni psicofisiche simili. È quindi auspicabile accelerare la manifestazione dell’effetto McClintock (la sincronizzazione del ciclo mestruale fra colleghe), per poter permettere agli allenatori e ai preparatori atletici di rendere gli allenamenti mirati e collettivi al contempo» (p. 49). A poco più di 20 anni, però, Serra si accorge di non avere più il ciclo, pur essendo sicura di non essere incinta: «non avevo idea che sottoporsi ad allenamenti estenuanti poteva provocare l’amenorrea, l’interruzione del ciclo. Al tempo quella parola non la conoscevo, non l’avevo mai sentita nominare. Non si sapeva nemmeno che l’overtraining, bloccando le fasi mestruali, comprometteva il funzionamento ormonale femminile, inducendo perdita di forza muscolare, anemia, fragilità ossea con il conseguente rischio di osteoporosi precoce. La situazione si complicava, perché non avevo con chi parlarne. Mia madre era una donna come me, poco incline a farsi fermare dai “problemucci” del corpo. Mi ha insegnato sempre a stringere i denti e andare avanti. Al tempo, tendenzialmente, le atlete non potevano contare sulla presenza di un medico durante gli allenamenti (da regolamento era obbligatoria la sua presenza soltanto durante la partita), e così risultava difficile che si creasse quel clima di fiducia necessario affinché un’atleta si confidasse con un dottore su questioni intime come questa» (p. 50). Per questi motivi Serra sottovaluta a lungo il problema, «perché ero abituata a non curarmi delle grida d’allarme del mio corpo. Non ricordo quanto sia durata l’amenorrea, ma dopo mesi è passata così come era venuta: senza che ci badassi troppo», ma «chissà quante, come me, all’epoca, sottovalutando il problema o non avendo la possibilità di riconoscerlo come tale, si sono rotte un osso indebolito dall’alterazione ormonale» (pp. 50-51).

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La brasiliana Marta urla mentre il medico della Nazionale verdeoro tratta il suo infortunio, durante
Brasile – Cina, durante il torneo olimpico di Rio 2016

Siamo così già impercettibilmente approdati al secondo tema, quello degli infortuni: se questo rimane tuttora un trending topic nel calcio femminile globale attuale, è impressionantte seguire il vero e proprio calvario di infortuni e quindi di interventi (chirurgici, e non solo…) che costellano la carriera di una giocatrice della Nazionale italiana degli anni Duemila quale Katia Serra.

Alexia Putellas, la regina del calcio femminile globale attuale, che dice la sua sull’argomento

Operata a quindici anni (ricostruzione del crociato, e legamento collaterale), in maniera col senno di poi discutibile («mi ingessarono subito la gamba, secondo l’uso del tempo: un altro errore», p. 53), l’autrice denuncia di essersi sentita lasciata in balia del caso non solo dal punto di vista meramente medico – cosa raccontata anche recentemente nella sua autobiografia da Sara Gama, che ricorda come la gestione del suo infortunio patito nel 2011 durante una partita con la Nazionale, e la relativa riabilitazione, furono a dir poco dilettantistici. C’era in ballo, rispetto al presente, anche il tema della tutela assicurativa: «A metà anni Ottanta noi calciatrici eravamo tutelate da un’assicurazione di squadra, obbligatoria per la società, ma con rimborso e indennità economica che arrivava direttamente a loro, e a loro restava. Dal momento che noi sportivi non possiamo attendere i tempi della sanità pubblica, siamo costretti a ricorrere a cliniche private per accelerare il rientro in campo, e al tempo dovevamo pagare di tasca nostra, o attraverso costose assicurazioni che sottoscrivevamo a titolo personale. Adesso, dopo molte battaglie sindacali che ho combattuto in prima persona, le calciatrici (a partire dall’introduzione dell’assegno assicurativo intestato direttamente a loro) hanno le spalle coperte» (pp. 53-54). Uscendo dall’ambito del calcio, ma rimanendo in quello degli sport femminili italiani, va ricordato come il diritto alla salute sia stato un cavallo di battaglia in quegli anni anche del Setterosa. Come ricordato dalla pallanuotista Martina Miceli nel bel libro di Aurora Puccio, «abbiamo lottato su tutto. Persino per avere la fisioterapista e il medico» (Setterosa. Come le donne vincono in squadra, p. 278).

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La pallanuotista italiana Martina Miceli contende la palla alla russa Natalia Shepelina durante la finale
degli Europei di Belgrado 2006

Arrivata all’ultimo anno d’università, Serra era tormentata da «un dolore fortissimo tra inguine e coscia» (p. 60). Pubalgia, come diagnosticato da un centro riabilitativo di Bologna, dovuta probabilmente ad un sovraccarico di allenamento associato a microtraumi reiterati. All’epoca il medico, non sapendo bene (a differenza di quanto accade oggi) che protocollo adottare, prescrisse a Katia un generico riposo. Mentre la giovane calciatrice decise di percorrere la strada della conoscenza, dedicando a questo problema la propria tesi di laurea (e scontrandosi con un’impressionante mancanza di bibliografia in lingua italiana sull’argomento), tutt’altro approccio ebbe uno dei dirigenti della squadra in cui allora militava, il Lugo. Quest’ultimo, rappresentante antropologico della Romagna più profonda, le avanzò «una proposta… strana. “Fatti portare da una “stariauna”, forse può toglierti il malocchio». Non roviniamo al lettore il gustosissimo aneddoto della maga romagnola, ma l’episodio è indice dell’assoluta dozzinalità d’approccio dell’epoca. Per questo Serra, che al tema dedica l’intero capitolo «Farsi male ieri e farsi male oggi», scrive che «continuo a pagare oggi lo scotto di una vita calcistica vissuta al di sopra delle possibilità di un corpo biologico e mi ritrovo a domandarmi, qualche volta, come starebbe il mio fisico ora, in questo momento, su questo aereo, se avessi subito gli stessi infortuni che ho vissuto, ma vent’anni dopo, con conoscenza mediche, tecniche chirurgiche e pratiche riabilitative molto più sofisticate di quelle a cui sono stata sottoposta io» (p. 67). In particolare, Serra descrive una particolare esperienza sensoriale dovuta alla sua storia di infortuni: «Le scarse conoscenze del tempo, abbinate alla quantità di infortuni […], mi hanno portata alla percezione di avere due corpi distinti. Ero una sola Katia, certo, ma sentivo di avere due fisici, quello destro, acciaccato dai dolori di una calciatrice, e quello sinistro, che stava bene, almeno fin quando, sul finire della carriera, non ho cominicato a infortunarmi anche su quel lato» (p. 73).

Il Lugo vincitore della Coppa Italia 1995/1996. Katia Serra è la prima da sinistra, fra le giocatrici
inginocchiate (© Wikipedia)

Il tema degli infortuni non riguarda però solo l’ambito fisico, ma va a toccare pure quello psicologico. gli stessi tempi e modi dell’attività calcistica femminile di quegli anni non erano propizi per un pieno recupero, perché «oltre ai dolori, le calciatrici di una volta (che non passavano, come succede spesso oggi, la maggior parte del tempo insieme alla squadra di appartenenza, ma la frequentavano, di solito, solo nel tempo della preparazione atletica, degli allenamenti, spesso non al completo, e delle partite) dovevano affrontare anche la separazione dalle proprie compagne. Gli allenamenti erano sostituiti da settimane, o mesi, di esercizi riabilitativi», il tutto svolto «lontano dal campo da calcio, con un conseguente sentimento di esclusione dalle dinamiche di squadra. Bisognava affrontare l’angoscia di “rimanere indietro», con tutte le conseguenze anche dannosissime del caso: «la paura di non poter primeggiare in campo mi ha sempre portata a voler bruciare le tappe della riabilitazione» (pp. 69-70).

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Le calciatrici tedesche Simone Laudehr e Alexandra Popp, entrambe infortunate, osservano da bordo
campo le compagne allenarsi (2015)

Il terzo tema per cui Una vita in fuorigioco diventa non solo un’interessante lettura ma pure una fonte utilizzabile negli studi storici e sociologici è quello della sessualità, e quindi quello degli abusi, un tema tuttora tabù nello sport italiano – come denunciato qualche anno fa da Daniela Simonelli in Impunità di gregge.

Katia Serra all’Amadio Modena, stagione 1997/1998 (© Wikipedia)

Il primo esempio negativo portato da Serra è quello, purtroppo quasi scontato, di un allenatore maschio. Durante le due stagioni passate al Modena (1997/1998 e 1998/1999) l’autrice afferma di essere «stata costretta anche a dribblare le attenzioni di un allenatore vergognosamente spudorato. Non era raro al tempo, per distorsioni culturali e questioni di omertà […], finire vittima di attenzioni particolari da parte di allenatori, dirigenti, o compagne di squadra» (p. 88); nella pagina seguente, si legge che «la poca professionalità di un allenatore ci aveva fatto retrocedere in B, distruggendo le dinamiche interne dello spogliatoio» (p. 89). Per questo, avendo anni dopo l’occasione di formare a Coverciano i futuri allenatori, Serra si mise a raccontare alcuni episodi, «perché risultasse loro chiaro che esistono delle linee di confine, dalle quali bisogna stare alla larga» (p. 89).

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Damiano Tommasi e Katia Serra, per tanti anni collaboratori all’interno dell’AIC, parlano alle calciatrici
della Juventus al centro di Vinovo (agosto 2018)

In Una vita in fuorigioco però si parla anche di abusi al femminile: «sono stata anche oggetto di attenzioni “particolari” che andavano al di là delle mie doti calcistiche: le ho ricevute da maschi e da femmine» (p. 98). Nel libro Serra parla tanto – anche al di là del tema specifico degli abusi, ovviamente – delle proprie compagne di squadra omosessuali, e dell’omertà a cui erano all’epoca costrette, la quale portava a situazioni ambigue, che dalla semplice gestione dello spogliatoio tracimavano addirittura a livello contrattuale: «Nel corso della mia carriera ho assistito più volte a trasferimenti con contratti che mi piace definire, per sdrammatizzare, “due per uno”. Venivano stipulati dalle società con una calciatrice di talento che però firmava solo a patto che la squadra acquistasse anche la compagna, o l’amica del cuore. Dinamiche molto frequenti a quei tempi, soprattutto a causa della penuria di calciatrici di qualità. Altre volte, invece, giravano voci riguardo al fatto che il ricambio delle giocatrici convocate in Nazionale avesse in base a simpatie o ad amicizie molto intime» (p. 98). Del resto, «dieci, venti o trent’anni fa, l’ambiente del calcio femminile era talmente anonimo da essere avvolto da un’omertà silenziosa che certificava l’esistenza di due mondi: quello pubblico e quello dello sport. Ciò che accadeva nei rapporti tra dirigenti, allenatori, calciatrici e così via era quasi sempre un segreto che non veniva dichiarato pubblicamente, ma solo di bisbiglio in bisbiglio, generando spesso anche enormi falsità» (p. 99).

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Le calciatrici tedesche festeggiano alla fine della vittoria sulle svedesi, durante il torneo olimpico di
Atene 2004

A conclusione di una lunga carriera, nel 2009 Katia Serra accetta l’offerta del Levante, e fa le valigie per la Spagna. L’aria che si respira è da subito diversa, come si capisce sia dall’esempio delle magliette (non più oversize, e da riconsegnare a fine partita), sia da quello degli allenamenti: «Si effettuava tanto lavoro preventivo, prima di cominciare l’allenamento, si allenava la forza in modo maniacale, ci si allenava il giorno dopo la partita, riposandosi quello successivo; l’uso del pallone era sempre presente in ogni esercizio, e quelli tecnico-tattici erano veri e propri rompicapi. Serviva una dose di concentrazione e una velocità di ragionamenti mai sperimentata prima, per svolgere con qualità il training. Passavamo ore davanti agli schemi a guardare e riguardare le partite giocate, per analizzarle fin nei minimi dettagli» (p. 125). Un approccio del tutto diverso, grazie a cui Serra capisce la differenza di sviluppo fra l’Italia e la Spagna, come aveva già avuto modo di intuire nel 2003, allorquando aveva esordito in Nazionale: «Mi resi conto sui campi da calcio che il mondo era diviso tra Paesi calcisticamente avanzati (come la Spagna, la Germania e – più di tutti – l’America) e Paesi calcisticamente arretrati. L’Italia era uno di questi, lo si percepiva in un batter d’occhio, a ogni partita, quando vedevamo le avversarie entrare in campo accompagnate da una delegazione di tecnici e dirigenti che era spesso doppia rispetto alla nostra» (p.113). Oltre a tecnici e dirigenti, pure professionisti che si prendevano cura dell’alimentazione delle calciatrici. Così, mentre Serra si improvvisava nutrizionista «arrangiandomi da sola» sui libri, «le avversarie straniere […] si presentavano alle trasferte portandosi un cuoco di squadra che – immagino – cucinasse anche materie prime portate da casa».

Immagine in evidenza: © Katia Serra, Instagram

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Marco Giani
Storico e insegnante, è membro della Società Italiana di Storia dello Sport. È autore di “Capitane coraggiose” (2023), di diversi articoli accademici sul calcio femminile in Italia nonché del saggio in calce a “Giovinette” (2020) di Federica Seneghini.

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