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Il Derby d’Italia, oltre il calcio

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Contropiede, incornata, melina, libero, goleador. Questi sono solo alcuni dei termini calcistici inventati da Gianni Brera e diventati di uso comune. C’è anche quell’espressione bellissima “Rombo di Tuono” di cui si è parlato tante in queste settimane e affibbiata all’indimenticabile Gigi Riva (di cui si parla qui), scomparso recentemente. Ma Gianni Brera coniò anche un’altra espressione di cui si parla molto in questi giorni, per descrivere la sfida tra Inter e Juventus: Derby d’Italia. Perché questa partita anche se non è una stracittadina, ne ha tutti i caratteri. Ci sono tratti in comune nella storia delle due squadre ma anche molti aspetti che le pongono agli antipodi. Insomma, si potrebbe dire, parafrasando Venditti, che Inter e Juve sono due compagne di scuola, ma anche due compagne di niente. Entrambe da sempre vogliono ricevere il titolo di più brava della classe, ma hanno da sempre cercato una la via contraria a quella dell’altra per conquistarlo. Ed è una differenza che va oltre l’ambito calcistico, ma riguarda prevalentemente quello sociale.

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La nascita del termine

Partiamo dalla definizione di derby d’Italia, che nasce in un contesto emblematico per descrivere la rivalità: da una parte, infatti, siede in panchina Helenio Herrera, molto abile nel motivare i propri giocatori, puntando maggiormente sull’aspetto psicologico dei calciatori; dall’altra invece c’è Heriberto Herrera, rigido dal punto di vista tattico e disciplinare nei confronti della squadra (quella Juve fu definita “operaia”). Il primo allena l’Inter, il secondo la Juventus (rispettivamente ritratti nelle immagini seguenti). Parliamo di una sorta di Ancelotti contro Conte, per trasportare il duello in tempi moderni.

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Alla vigilia dell’ultima giornata l’Inter è in testa, ha 48 punti. La Juventus insegue, a quota 46. Nel frattempo, però, il 25 maggio la formazione meneghina perde la finale di Coppa dei Campioni contro il Celtic. Gemmell e Chalmers, nella serata di Lisbona, ribaltano il risultato, dopo il vantaggio iniziale firmato Sandro Mazzola. Si arriva quindi al primo di giugno, con i nerazzurri impegnati sul campo del Mantova, squadra di centro-classifica, mentre i bianconeri sfidano in casa una Lazio che deve fare risultato per evitare la retrocessione. Al 47′ la Juventus passa in vantaggio con gol di Gian Carlo Bercellino e al 49′ il tiro-cross di Beniamino Di Giacomo porta avanti il Mantova, complice un colpevole Giuliano Sarti, portiere nerazzurro. In due minuti cambia la classifica: Juventus 49, Inter 48. I nerazzurri non riescono a trovare la via del gol, la Juventus invece vince 2-1 e diventa per la tredicesima volta Campione d’Italia. L’Inter rimane a 10 scudetti, al secondo posto tra la squadre più vincenti del campionato italiano.

La rivalità sociale

Ma, come detto, il lato sportivo del confronto è utile solo ad acuire un contrasto che è ancor prima sociale. Questo non è solo il derby d’Italia per lo scontro del ’67, ma per la concorrenza tra le due città economicamente più importanti d’Italia e le due classi dirigenti principali del paese. Milano, all’avanguardia nel campo della pubblicità e del marketing; Torino, capitale italiana e europea dell’automobile. Una più legata all’esportazione e alla modernità, l’altra più consona alla tradizione. E così sono Inter e Juventus: la tifoseria nerazzurra, quella dei “bauscia” milanesi (i tifosi del Milan invece sono quelli della classe operaia), e quella bianconera nata dalla borghesia torinese. La prima ha cercato, anche calcisticamente, di espandersi in campo internazionale e verso l’innovazione, mentre la seconda ha ampliato il proprio bacino di interesse con gli operai emigrati dal sud e mantenendo un certo contatto con le proprie origini. Del resto, questa differenza la si nota anche nell’antitesi tattica delle due squadre che si stanno giocando questo Scudetto: l’Inter molto più europea, la Juventus decisamente più conservativa.

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La sfida Moratti-Agnelli

In quegli anni ’60 la presidenza dell’Inter era affidata ad Angelo Moratti, colui che aumentò notevolmente a partire dal 1955 il blasone nazionale e internazionale del club meneghino. Fu lui, per esempio, a scegliere nel 1960 Helenio Herrera come allenatore, dando origine alla Grande Inter. Moratti non era un figlio d’arte, il padre Albino era un farmacista, ma sin da giovane si gettò nel mondo imprenditoriale. Negli anni ’30 comprende la crescente richiesta di prodotti petroliferi e opera soprattutto in questo campo. Nel 1962, vicino a Cagliari, fonda la Saras, ancora oggi la più grande azienda di raffineria petrolifera del Mediterraneo. Tra il 1972 e il 1976, invece, è comproprietario del Corriere della Sera insieme all’altro grande imprenditore calcistico dell’epoca: Gianni Agnelli. L’Avvocato invece aveva già una storia familiare importante, essendo nipote di Giovanni Agnelli, fondatore della FIAT. A differenza di Moratti, l’imprenditore torinese fu meno eccentrico, legandosi maggiormente alla tradizione dell’azienda di famiglia. Di Agnelli colpivano la classe, l’eleganza e la gestione, più che l’avanguardia e la lungimiranza. Anche questo duello tra due nuclei familiari ha segnato la rivalità tra Inter e Juventus: entrambi massimi esponenti del capitalismo italiano, ma con due filosofie totalmente antitetiche fra loro. Anche in questo caso, è proprio così, “compagne di scuola, compagne di niente”.

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Un’antitesi valida per lo Scudetto

E adesso, che la proprietà nerazzurra è in mano al cinese Steven Zhang, mentre quella bianconera è sempre della famiglia Agnelli, Inter e Juventus si affronteranno per la sfida numero 251 nella loro storia. La prima nel 1909, sul campo di Corso Sebastopoli a Torino. Ma questa volta, una grande fetta dello Scudetto passerà da questo incrocio. Solo un punto separa le due squadre, con l’Inter momentaneamente in vetta al Campionato. Insomma, vincere il match di domenica 4 Febbraio vorrebbe dire cambiare le gerarchie della classifica. Ma non solo, perché come detto il calcio è esclusivamente una parte di un confronto che parte da lontano. Un confronto che parte dalla stessa ambizione, ma da visioni, filosofie, città e contesti differenti. Un confronto che già Gianni Brera ci aveva illustrato, come al solito, con l’appellativo più corretto di tutti. Sarà ancora una volta, ancora di più, derby d’Italia.

Immagine in evidenza: Storie di Calcio

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Edoardo Pupo

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