Calcio

Inter: storia di una squadra che sa imparare dai propri errori

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In casa Inter la parola “scudetto” non si può ancora pronunciare. È evidente però che la squadra di Antonio Conte abbia cambiato marcia rispetto a un girone d’andata altalenante e al di sotto delle aspettative. E pensare che sono passati solo quattro mesi da quel 9 dicembre, che ha sancito la clamorosa eliminazione di Lukaku e compagni dalla Champions League. Si parlava di una squadra non ancora matura e poco concentrata, di un collettivo inadatto ai grandi palcoscenici europei e di un allenatore, che non aveva in pugno il gruppo e che era vittima del suo stesso dogma tecnico. Quattro mesi dopo, siamo di fronte ad una squadra spietata, che vince tante partite sporche, che colpisce al momento giusto e che, soprattutto, è in testa alla classifica con undici punti di vantaggio sui cugini milanisti. Quattro mesi dopo siamo di fronte a un gruppo compatto che ha affrontato insieme il dolore della sconfitta e che ne ha ricavato un momento di crescita personale e collettiva, a un gruppo che non si è sfaldato nel marasma societario, ma che, anzi, ha sempre difeso il blasone e la storia dell’Inter.

Quali sono stati, dunque, i momenti decisivi per la risalita e quali sono le chiavi tattiche che hanno portato alla svolta decisiva nella stagione della squadra meneghina?

 

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FIORENTINA-INTER E INTER-JUVE: LE PARTITE DELLA CONSAPEVOLEZZA

Fiorentina-Inter e Inter-Juve sono, probabilmente, i due “turning points” della stagione interista. Se battere la Juve a San Siro ha dato agli uomini di Conte la consapevolezza di poter stare stabilmente ai vertici, il match del Franchi ha dimostrato il nuovo volto di questa “Inter 2.0”, di un’Inter cinica, che sa soffrire e che sa sfruttare le sue occasioni. Oltre ad un’indubbia evoluzione tattica e alla crescita di alcuni uomini-chiave, la riscossa dell’Inter è partita prima di tutto da una riconquistata solidità difensiva e da un pragmatismo, che ha sicuramente il marchio di fabbrica del suo allenatore. L’Inter ha annichilito la Juve sul piano del gioco e del risultato, neutralizzando il potenziale offensivo torinese e creando tantissime occasioni in zona gol. Questa prova di forza ha dimostrato alla squadra e alla società che dare fastidio alla dominatrice degli ultimi nove campionati non è più un’utopia e che la rosa ha i mezzi (e gli attributi) per combattere fino all’ultimo pallone.

Al Franchi, invece, sono state la gestione e il controllo della partita ad impressionare. Guardando i match della scorsa stagione o quelli dell’inizio di questo campionato, si aveva sempre la sensazione di una squadra fragile, in preda agli eventi e mai realmente padrona del proprio destino. A Firenze, invece, gli uomini di Conte hanno alzato la voce, rischiando pochissimo e gestendo il risultato in modo impeccabile. Sicuramente, però, oltre all’aspetto psicologico, ci sono stati diversi accorgimenti tecnici e tattici che hanno fatto crescere la squadra nerazzurra.


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L’INSERIMENTO DI ERIKSEN, LA MATURAZIONE DI PERISIC E SKRINIAR-DE VRIJ E BASTONI IN MODALITA’ BBC

Parlare di singoli non è mai facile, soprattutto quando, come nel caso dell’Inter, è il collettivo a fare la differenza. E’ giusto, però, evidenziare i meriti di chi ha risolto i problemi strutturali, che la squadra si portava dietro da tempo e per cui Conte non era ancora riuscito a trovare la quadra.

Su Christian Eriksen è stato scritto tantissimo. Accolto come vero e proprio salvatore della patria nello scorso mercato di gennaio, etichettato come bidone dopo qualche partita incolore e osannato dai leoni da tastiera del #Conteout, il centrocampista danese si è trovato nell’occhio del ciclone che solo l’opinione pubblica italiana è in grado di regalare. Lui si è comportato da campione, si è messo in discussione ed è ripartito da zero per adattarsi ai ritmi del campionato italiano. Dopo aver regalato ai suoi il successo nel derby di Coppa Italia, ha cominciato a trovare più spazio anche in campionato, salendo di rendimento e di intensità di partita in partita. A beneficiarne è stato il centrocampo degli uomini di Conte, che aveva sofferto la mancanza di un costruttore di gioco dai piedi buoni, in un reparto di interdittori e recuperatori di palla. Eriksen si è adattato e si è ritagliato il suo spazio e ora, che sia come regista basso o come mezz’ala, ha aggiunto qualità alla manovra ed è diventato imprescindibile. Quando c’è lui in campo, la differenza si sente.

Ivan Perisic, invece, è stata una scommessa personale vinta da Antonio Conte. Ai margini del progetto nello scorso precampionato, all’inizio di questa stagione aveva dichiarato di tenere tanto all’Inter e di voler avere un ruolo da protagonista. Dopo le difficoltà iniziali, tra errori da matita blu e qualche panchina di troppo, “Ivan il terribile” si è finalmente calato nel ruolo di “esterno a tutta fascia”, che gli chiedeva il tecnico salentino. Tanta corsa, tanto sacrificio e una grande applicazione difensiva hanno fatto guadagnare a Perisic il ruolo di titolare inamovibile della fascia sinistra, da sempre priva di un vero padrone. Anche se dopo la sosta per le Nazionali, un infortunio ne sta rallentando il rientro in campo, saprà sicuramente dire la sua in questo finale di stagione.

Un’ultima menzione non può non andare all’intero reparto difensivo, che ha ridato agli uomini di Conte un equilibrio da tempo perduto. Skriniar, De Vrij e Bastoni hanno portato a casa tanti clean sheets e hanno contribuito a ridurre sensibilmente il numero di gol subiti. Alla fine, la “vecchia guardia” si è rivelata la cura migliore per Antonio Conte, che è riuscito a trovare il terzetto vincente, dopo le prestazioni stentate di Kolarov e gli infortuni di D’Ambrosio.

 

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CONTE SI È PRESO L’AMBIENTE INTER

Conte è arrivato all’Inter da top player, con un contratto pesante e il compito di riportare la squadra ai vertici nazionali ed europei. Dopo le dichiarazioni della scorsa stagione, in cui il mister leccese lamentava una società poco presente e un mercato non all’altezza, tanti tifosi avevano storto il naso, ricordandone il passato juventino ed invocandone l’esonero.

Dopo aver toccato il fondo con l’eliminazione contro lo Shakhtar ed essere stato subissato dalle critiche, il mister leccese ha dimostrato di essere concentrato solo sull’Inter e di aver in mente soltanto lo scudetto. Le tante lamentele dello scorso anno e i toni spesso aggressivi si sono trasformati in elogi ai suoi calciatori, che sono ormai in missione con il loro comandante per raggiungere il loro sogno. I tifosi hanno finalmente trovato la guida che cercavano, il loro punto di riferimento, il manifesto di un “interismo” dai toni romantici e immortali.

Oltre al lato emotivo, però, Conte ha anche avuto il merito di mettere in discussione le sue convinzioni e il suo stile, di avere la pazienza di aspettare Eriksen e di recuperare Perisic, di trasformare Lukaku nel giocatore devastante che tutti ammiriamo e di credere, per primo, nel valore dei suoi uomini. Ha accettato la sfida e non si è tirato indietro, ha sentito il rumore dei nemici (per citare Mourinho) e ha urlato ancora più forte. Se sarà scudetto, sarà un successo dell’Inter, ma sarà, anche, la sua ennesima rivincita personale. Conte ha ridato credibilità a una squadra smarrita ed entusiasmo ad un ambiente da troppo tempo rassegnato alla sconfitta. Basterà per porre fine al regno, a cui lui stesso aveva dato inizio?

Immagine in evidenza: ©GettyImages

Irene Moreschini

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