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Strade provinciali – Vicenza

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112.198 abitanti. 39 metri sul livello del mare. Una città incastonata nel cuore pulsante dell’operoso Veneto e al centro di una ragnatela in grado di collegare Venezia, Verona, Padova e Treviso. Un autentico epicentro geografico di uno dei territori più ricchi di storia del nostro Bel paese.

Un territorio solcato dal fiume Bacchiglione, dal verbo dialettale “bacaliare” (“chiacchierare in continuazione”) in riferimento al brusio delle risorgive dalle quali scaturisce, e dal Retrone, corso d’acqua citato col nome di Edronis fin dai tempi del naturalista romano Plinio il Vecchio. Vicenza è indubbiamente questo ma, senza dubbio, anche una città dallo straordinario genio architettonico. Impossibile, infatti, non rimanere estasiati innanzi agli interni rinascimentali del primo e più antico teatro stabile coperto di epoca moderna, il Teatro Olimpico (1585), opera di Andrea di Pietro della Gondola, progettista meglio noto con lo pseudonimo di Andrea Palladio e in grado di incarnare alla perfezione il concetto di creatività. Creatività che da queste parti ritroviamo anche in cucina: baccalà alla vicentina, radicchio, l’Asiago e la ciliegia di Marostica sono più che veraci espressioni della tradizione culinaria berica che, non dobbiamo dimenticare, ha prima ispirato e, in seguito, proiettato nel gotha mondiale degli chef Carlo Cracco, nato a pochi passi da Vicenza.

I meravigliosi interni del Teatro Olimpico, inaugurato nel 1585 e perla architettonica gelosamente custodita nel centro città di Vicenza. ©️ harpersbazaar.com

Vicenza è soprattutto una città in perfetta simbiosi con L.R. Vicenza S.p.A., o più semplicemente Vicenza, società erede e continuatrice de facto della tradizione pallonara iniziata il 9 marzo 1902 con la fondazione dell’Associazione del Calcio in Vicenza e poi evolutasi attraverso il Lanerossi Vicenza (1953-1989) e, infine, il Vicenza Calcio, fallito nel 2018.

Nello sport a far la differenza è spesso l’opera di un mecenate, un po’ come accade nell’arte, soprattutto se di epoca medievale. Una grande personalità decide di investire parte della sua fortuna nel bello, nell’eccitante e nell’indimenticabile. Aggettivi spesso affibbiati sia a dipinti che a sculture, ma che di certo non sfigurano se accostati al nome di una compagine calcistica. Non poteva che essere, allora, una storia di arte, di mecenatismo e di bellezza pallonara quella del calcio a Vicenza. Una città storica, antichissima, che con la ricerca dello stile ha sempre avuto un rapporto viscerale. Innumerevoli gli aneddoti, i dettagli e i crocevia. I romani, preso possesso di questa zona, la battezzarono Vicentia” e cominciarono la loro opera di urbanizzazione. Il primo teatro in assoluto a queste latitudini si deve proprio ai conquistatori per eccellenza e si chiamava Berga”, in onore a come i veneti avevano battezzato in origine la zona. I tesori architettonici in Italia sono, però, frutto soprattutto del nostro Rinascimento, una stagione fatta di grandi artisti, con la ridefinizione dell’arte in senso lato e con la riscoperta di un po’ di prospettiva. Vicenza, ovviamente, non fece eccezione; anzi, fu uno degli epicentri più eccezionali della nostra rinascita artistica e culturale. Una sostanziosa fetta di questo imperituro merito va attribuita a Gian Giorgio Trissino. Il Trissino, che era anche oratore e poeta, fu un perfetto umanista cinquecentesco: amava infatti tutta l’arte, non importava se il talento fosse riposto nell’esercizio della grammatica, nell’architettura, nella poesia o nella scultura. Ovunque si manifestasse del genio, il Trissino metteva con gentilezza e a cuor leggero un obolo. Fu così che l’illustre vicentino conobbe Andrea di Pietro dalla Gondola, da lui ribattezzato Andrea Palladio, al quale diede in mano la piantina della città. Il Palladio, figlio di Pietro, un mugnaio, e di una massaia, Marta detta “la zoppa”, si dilettava in gioventù di progetti, di scalpelli e di costruzioni. Si iscrisse così alla fraglia dei muratori, l’equivalente delle arti e delle corporazioni nei territori della Serenissima, e di lì a breve diventò il massimo esponente del rinascimento architettonico italiano e, probabilmente, mondiale. Se oggi il centro di Vicenza è quasi in toto patrimonio dell’Unesco, lo si deve al talento dell’uno e al mecenatismo dell’altro.

Foto di gruppo che ritrae i soci fondatori dell’Associazione del Calcio in Vicenza. Al centro il preside Tito Buy con alla sua sinistra il professore di educazione fisica Antonio Libero Scarpa. ©️ Wikipedia.org

Il calcio a Vicenza era una cosa seria. Il più antico club del Veneto fondato nel 1902 da un preside di liceo, il garibaldino Tito Buy, e da Antonio Libero Scarpa, un professore di educazione fisica dell’Istituto Tecnico della città. All’inizio del secolo scorso, come sempre accedeva, anche a Vicenza il calcio fu una questione di eroismo e di avventura, che i biancorossi onorarono come meglio non si poteva, raggiungendo, addirittura, un secondo posto nel campionato del 1911. Fatale ai vicentini per la conquista del trofeo, infatti, la sconfitta patita in finale contro l’allora invincibile Pro Vercelli. Da lì e fino al secondo dopoguerra, la storia dell’Associazione Calcio in Vicenza fu un grande saliscendi. Promozioni, tristezze, stagioni buone e meno buone. Il momento di massima emozione fu raggiunto, con ogni probabilità, nel giorno di Pasqua del 1943: i biancorossi riuscirono, infatti, ad annientare la Juventus al Comunale del quartiere Santa Rita per 6 reti a 2 e a guadagnarsi in questo modo una fino ad allora chimerica salvezza.

Come accadde al Palladio, anche ai biancorossi servì l’arrivo di un grande umanista per proiettarsi verso nuovi ed inesplorati vertici. Il 26 giugno 1953, l’azienda Lanerossi, una delle più grandi nel settore tessile, decise di investire nella squadra. Il genio dell’industria si espresse con un vigore rinascimentale: l’unione non si esplicò, infatti, in un semplice accordo di sponsorizzazione, ma in una vera e propria acquisizione. La squadra si tramutò, dunque, in una costola dell’azienda e cambiò persino il logo sulle casacche biancorosse. In barba a dei regolamenti che fino agli anni ’80 vietarono le sponsorizzazioni sulle maglie, il Vicenza divenne il Lanerossi Vicenza e sulle divise da gioco fece bella mostra per anni la grossa “R” simbolo del colosso manifatturiero. Quando si dice il genio imprenditoriale.

Due colonne portanti della storia del calcio vicentino e non solo. Paolo Rossi (a sinistra) e Giovanni Battista Fabbri (a destra) con indosso le celeberrime casacche del Lanerossi Vicenza. ©️ Open. online

Il Palladio del Lanerossi Vicenza fu senza ombra di dubbio il compianto Paolo “Pablito” Rossi. Non che fossero mancati tra il 1953 e gli anni ’70 i grandi artisti da celebrare. In primis, il bomber verdeoro Luís Vinício, “’O Lione” per i tifosi napoletani, punta di diamante dello schieramento vicentino per quattro stagioni e in grado di mantenere la strabiliante media di un gol ogni due partite. Prima di lui a scaldare il cuore dei tifosi veneti ci aveva pensato Azeglio Vicini, illustre prodotto del vivaio berico ed in seguito commissario tecnico degli azzurri ai mondiali di Italia ’90. A Vicenza si ricordano bene anche di Ezio Vendrame (1947-2020), uno dei più grandi talenti inespressi della storia pedatoria nostrana. Cresciuto in orfanotrofio nonostante entrambi i genitori fossero vivi, abbinava a delle doti tecniche senza precedenti un carattere spigoloso e di non semplice gestione. Capelli lunghi e uno spiccato anticonformismo gli valsero l’amore (da lui incompreso) dei tifosi, che lo arrivarono a soprannominare “George Best italiano”! “Pablito”, però, resta unico nella storia vicentina, anche perché il suo nome e il suo talento si legano indissolubilmente ad uno dei campionati più esaltanti della storia del club. Correva, infatti, la stagione 1977-78 e sulla panchina biancorossa sedeva Giovanni Battista Fabbri, un vero maestro di calcio, che sarà capace di vincere al termine di quell’annata il prestigioso premio Seminatore d’Oro, un’onorificenza dal nome estremamente romantico assegnata annualmente dalla FIGC all’allenatore che più si era distinto nello svolgimento della stagione agonistica. Il buon Fabbri ebbe, infatti, la felice intuizione di spostare quella minuta ala destra senza troppo talento vicino alla porta, cambiando così per sempre la carriera di “Pablito”. Il Vicenza, che l’anno prima era tornato in serie A proprio grazie alle marcature di Paolo Rossi, si presentava ai nastri di partenza con l’etichetta di neopromossa dalla rosa giovane e di poche pretese. Ne uscì una cavalcata avvincente per i berici: secondo posto in solitaria alle spalle della sola Juventus di Trapattoni, Zoff, Scirea e Tardelli. Si tratta ancora oggi del miglior piazzamento di sempre ottenuto da una neopromossa nella nostra massima serie. Il talento di “Pablito” che, in campo, disse Giorgio Tosatti

“Era un po’ Nureev e un po’ Manolete: un ballerino con la spietatezza di un torero.”

– esplose in modo dirompente. 24 centri in 30 partite. Un mostro. Secondo nella classifica cannonieri arrivò Beppe Savoldi con 16 gol. Terzi Giordano e Pulici con esattamente la metà dei gol di Rossi.

“Pablito” Rossi sorridente dopo una delle tante reti del suo periodo vicentino. ©️ Open. online

Potremmo dunque paragonare quella stagione del Vicenza al Teatro Olimpico del Palladio. Quella stagione nacque nella fanghiglia della cadetteria, poi servì spolverare accuratamente i pezzi pregiati della casa e spostare Paolo Rossi in un ruolo nuovo per ottenere grandi soddisfazioni. Il teatro venne ricavato da una vecchia fortezza, un po’ carcere e un po’ polveriera, alla quale venne data vita nuova grazie all’arte e a un po’ di prospettiva. Le cose belle possono nascere, infatti, inaspettatamente. Quel secondo posto valse anche l’accesso alla Coppa UEFA. La stagione seguente, però, non fu altrettanto memorabile. Si aprì con le fantomatiche buste del calciomercato: Paolo Rossi era metà biancorosso e metà della Juventus. L’offerta migliore per decidere chi vincesse la comproprietà fu quella del Vicenza che per pagare, però, i 2,5 miliardi del cartellino finì con l’indebolire nettamente la squadra. Fuori al primo turno in Europa e un lento scivolare nei bassifondi della classifica di serie A, che si concluse con la clamorosa retrocessione appena dodici mesi dopo l’indimenticabile apoteosi.

Roberto Baggio in acrobazia con la maglia del Vicenza. Il “Divin Codino” è senza ombra di dubbio uno dei prodotti dal talento più cristallino di tutta la storia della cantera berica, recentemente ritornato sotto i riflettori a causa della diatriba con protagonista il giovane Tommaso Mancini ©️ calcioefinanza.it

Poco oltre la metà degli anni ’90, il mecenatismo pallonaro volgeva ormai al crepuscolo e il Vicenza finì per essere acquisito dalla ENIC, una compagnia petrolifera britannica, che fece dei biancorossi la prima società a presidenza straniera di tutto lo Stivale. Fu così che i biancorossi nel 1997 vissero un nuovo revival rinascimentale, portando in dote alla bacheca del club il solo ed unico trofeo vinto in oltre 100 anni di storia, la Coppa Italia. Alla guida dei veneti c’era un altro signore che meriterebbe senza indugio il premio di Seminatore d’Oro, quel grande maestro di provincia che era ed è tutt’oggi Francesco Guidolin. Come accadde nel 1977-78, il Vicenza si affacciava alla serie A da neopromossa. Ne ricavò un incredibile ottavo posto finale, complice la stagione strepitosa di Giovanni Lopez, difensore e capitano, di Giampiero Maini e del cannoniere uruguaiano Marcelo Otero. La vera cavalcata, però, fu quella in Coppa Italia. Il 28 agosto 1996, quelli che di lì a poco diventeranno i ragazzi terribili di Guidolin conquistano gli ottavi di finale vincendo 2-1 al Porta Elisa contro la Lucchese. Il primo gol della gara lo segna una giovane ala, Maurizio Rossi. Il successivo 23 ottobre l’avversario da superare è il Genoa di Attilio Perotti. Per la prima e unica volta nella storia della competizione era stato introdotto lo spettro della ripetizione: solo nel secondo e terzo turno, seguendo il modello della giurassica FA Cup inglese, in caso di pareggio, le squadre dovevano rigiocare il match. Al Ferraris, i rigori del vicentino Viviani e del rossoblù Masolini, rimandano il destino al replay del Menti, dove una marcatura di Giovanni Cornacchini regala il passaggio del turno ai biancorossi. Trascorrono sei giorni e la caratura dell’avversario si innalza terribilmente: nel giro di due settimane capitan Lopez e compagni si giocano tutto contro il Milan scudettato. Tra le fila dei rossoneri gioca un ragazzo di Caldogno, che con i veneti ha provato l’ebbrezza dell’esordio nel calcio che conta: il suo nome è Roberto Baggio. È proprio “il Divin Codino” a pareggiare la gara d’andata in un Meazza desolatamente deserto: furono, infatti, soltanto 7 242 gli spettatori paganti. Il match l’aveva sbloccato Gabriele Ambrosetti con un sinistro esplosivo. Il suo gol è quello che di fatto porta la squadra in semifinale: nella gara di ritorno il portiere di coppa Brivio chiude la porta e salva lo 0-0. In città c’è profumo di gloria. Nel frattempo, il 1996 va in archivio, la squadra staziona al secondo posto in campionato ed è in semifinale di Coppa Italia. L’occasione di una vita sarebbe dovuta andare in scena il 30 gennaio: una fitta nebbia, però, rimanda tutto di una settimana. Finalmente, il 6 febbraio il Menti si agghinda per la grande festa: un’atmosfera fantastica, con tanto di fuochi d’artificio, fa da cornice perfetta. Vicenza e Bologna possono così giocare il primo atto della semifinale. Al 45′ del primo tempo decide un ruggito di bomber Murgita: l’attaccante stacca più in alto di tutti sulla pennellata di Beghetto. La rete del numero 9 pone i ragazzi di Gudolin in una situazione di leggero vantaggio nel ritorno al Dall’Ara. Cristiano Scapolo però non ci sta e pareggia la doppia sfida al 43′. Quando i supplementari sono ad un passo, l’ex di turno, Giovanni Cornacchini, fa traboccare di gioia il settore ospiti: il Vicenza è incredibilmente in finale di Coppa Italia. A contendere il trofeo ai vicentini ci sarà il Napoli allenato da Vincenzo Montefusco. Il primo round dell’ultimo atto si gioca la sera dell’8 maggio in un San Paolo che sprizza passione da tutti i settori e trascina i propri beniamini alla vittoria. A decidere la partita è, infatti, una zampata di Fabio Pecchia. I giorni di attesa per la gara di ritorno sono snervanti. La sera del 29 maggio, tutti gli occhi del pubblico del Menti, esaurito in ogni ordine di posto, sono rapiti dal luccichio della coppa infiocchettata a bordo campo. L’undici di Guidolin che sfila accanto al trofeo è così disposto: Brivio in porta; Sartor, Beghetto e capitan Lopez in difesa; Ambrosetti, Di Carlo, Gentilini, Maini e Viviani a centrocampo; Murgita e Cornacchini davanti. Dopo pochi giri d’orologio Guidolin è costretto al cambio: si fa male Ambrosetti e viene sostituito dal giovane Iannuzzi. Al 21′, lo stesso minuto in cui aveva segnato Pecchia all’andata, Jimmy” Maini supera Taglialatela e livella il doppio confronto. La gara si protrae ai supplementari. Proprio quando sembra ormai tutto apparecchiato per i calci di rigore, Mimmo Di Carlo guadagna un’interessantissima punizione dal limite. Capitan Lopez tocca per Beghetto, il tiro non è irresistibile ma Taglialatela non trattiene, Maurizio Rossi, quella giovane ala dalla cui rete tutto era partito, si fionda come un rapace sulla sfera e la scaglia in rete. Il popolo vicentino esplode in boato prolungato e un Napoli in piena confusione alza bandiera bianca definitivamente grazie alla rete di Alessandro Iannuzzi. L’arbitro Braschi fischia tre volte decretando il Vicenza campione.

Festa grande al Menti di Vicenza. La Coppa Italia si tinge di biancorosso. ©️ Wikipedia.org

L’anno seguente, con l’aggiunta di Baronio, Ambrosini e di Pasquale Luiso, i biancorossi, pur non concedendo il bis in Coppa Italia, riuscirono in una storica campagna europea, che si infranse solo ad un passo dalla finalissima di Coppa UEFA. Ad eliminare il Vicenza fu, ironicamente, un italiano: il sardo d’oltremanica Gianfranco Zola, “Magic Box” per i tifosi del Chelsea, che ribaltò in zona Cesarini una semifinale che il Vicenza sembrava aver già vinto.

Il calcio a Vicenza è questione di stile, arte e mecenatismo. Intuizioni e pennellate vincenti. Come davanti ad un’architettura del Palladio, così anche all’ingresso dello stadio. Ovunque ci sia del bello: poco importa se con il pallone tra i pedi o con lo scalpello tra le mani.

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Samuele Virtuani
Nato a Milano il 4 maggio 2001, è un grande appassionato di Storia, soprattutto contemporanea, nonché accanito calciofilo fin dai tempi delle scuole medie. Da novembre 2020 è speaker presso Radio Statale, per la quale ha ideato e conduce "BigBang Effect", un programma per menti in cerca di idee esplosive.

1 Comment

  1. Storia ricca di emozioni e ricordi, che rende onore anche alla bellissima Vicenza. Storia di altri tempi con triste finale ai tempi nostri, dove il calcio è tremendamente complicato e sopravvivere non è per niente facile. molto bello anche il cameo a Gibì Fabbri: seminatore d’oro meritatissimo, anche se poi il “grande calcio non gli rese pienamente giustizia, relegandolo a ruoli minori senza la possibilità di condurre squadre di vertice eccezion fatta per una parentesi con il Toro).

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