A ruota libera

Sport e Covid-19: siamo mai arrivati ad una soluzione?

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“A ruota libera” va al di fuori delle competizioni sportive in sé ed esplora il mondo dello sport nelle sue varie sfaccettature e negli ambiti al quale si collega.


A poche settimane dal via si intuisce già che con ogni probabilità, alla voce “Australian Open 2021“, la nostra mente ci riporterà a ciò che sta avvenendo in questi giorni anziché per quello che accadrà sul terreno di gioco. La vicenda è ormai nota a tutti gli appassionati: le documentazioni sui social degli allenamenti degli atleti all’interno della propria stanza d’albergo destano un sogghigno per la creatività esibita dai professionisti pur di non fermarsi, prima di lasciare il posto alla nostra parte razionale una frazione di secondo dopo, comprendendo che qualcosa non funziona. Ciò che sta accadendo in Australia desta preoccupazione e rilancia una problematica impossibile da circoscrivere all’evento in questione, purtroppo nuovamente estendibile a tutto l’universo sportivo. Perché chi crede ancora che, terminato in qualche modo il 2020, non ci si sarebbe più dovuti preoccupare della situazione pandemica in corso, farà bene a cambiare idea in fretta. La soluzione è ancora lontana dalla realizzazione della stessa.

Le cause della situazione disagevole in cui si trovano gli atleti prima di chiunque altro non sono da attribuire esclusivamente agli organizzatori di quell’evento, né a coloro che dirigono due mondi complessi come quelli ATP e WTA, poiché nessuno di essi ha piena responsabilità dell’errore commesso. E per trovare l’errore è necessario risalire al principio di tutto ciò, quasi un anno fa. Perché da una parte è vero – e giusto rimarcarlo ancora una volta a distanza di mesi – che lo sport prima di qualunque altro settore abbia preso la decisione migliore per affrontare una situazione inedita nella storia contemporanea: fermarsi. Chi immediatamente e chi più tardi, tutte le federazioni sportive hanno optato per l’interruzione delle competizioni di qualsiasi livello, scelta drastica ma senza dubbio la più giudiziosa. Tuttavia, l’atteggiamento assunto durante lo stop forzato ha fatto sì che la valenza di prendersi una pausa divenisse, ad oggi, pressoché nulla. Sarebbe stato il momento per riflettere, per risolvere punti di non ritorno e problematiche specifiche per ogni sport, oltre che trovare un compromesso per portare a compimento eventi lasciati sospesi o rinviati ad una data in cui si sarebbero potuti svolgere in sicurezza. Tutto ciò invece ha lasciato il posto a spregevoli polemiche, tanto chiassose quanto inefficaci, su argomenti futili per il contesto in cui si viveva.

La pandemia Covid-19 richiedeva un adattamento differente, invece si è ragionato sulla stessa linea degli ultimi anni, focalizzata sul prodotto sport anziché sull’integrità dello sport nonostante l’eccezionalità del momento. Ne è conseguita una politica basata sul salvataggio della stagione in termini prettamente economici, lasciando quasi completamente al caso l’annata successiva. Uno dei primi udibili campanelli di allarme, ovviamente non percepito, era arrivato all’inizio del nuovo campionato italiano di calcio con le numerose positività tra giocatori e staff del Genoa. In quel momento chi di dovere si sarebbe dovuto porre una questione fondamentale: era veramente giusto mantenere lo stesso identico calendario tra campionati e coppe nazionali ed europee, lasciando che le squadre viaggiassero in pochi giorni da una destinazione all’altra assumendosi maggiori rischi? I più scettici come me dall’esterno di tutto non ci vedono una scelta, ma una grave mancanza. Così come è una grossa mancanza quella di non aver ancora cominciato nemmeno una competizione di livello intercontinentale in almeno quattro discipline invernali, per di più nell’annata preolimpica. E se è vero che speed skating e short track per il momento hanno già tastato il terreno con gli Europei, allo stesso tempo è drammatico pensare che salvo drastici cambiamenti una disciplina olimpica come il curling possa ripartire a tutti gli effetti soltanto in prossimità dei prossimi Giochi Olimpici Invernali. E mentre FIS, FIL, IBU, ISU e World Curling potevano virtualmente sedersi attorno allo stesso tavolo per creare una specie di protocollo comune invece che pensare ognuno a sé stesso (quantomeno la maggior parte di loro ci ha pensato a come portare avanti una stagione il più possibile avvicinabile alla normalità), c’era persino chi venerava un modello funzionale per un periodo molto limitato ma impossibile da realizzare e mantenere nell’arco di otto-dieci mesi. E potremmo andare avanti così finché non si toccano uno ad uno tutti gli organi competenti.

Siccome siamo partiti dal tennis, chiudiamo proprio col tennis: si poteva fare diversamente per evitare una situazione complessa come quella che stiamo sentendo? Già da marzo si sarebbe potuto riflettere un minimo su un calendario che lasciasse maggior respiro ai professionisti, dato che gli stessi atleti da diverse stagioni si lamentano degli eccessivi impegni. Sembra paradossale che tutto quanto stia accadendo in uno stato che fino ad un paio di mesi fa stavamo applaudendo per il modo con cui ha gestito la diffusione del coronavirus. O forse appare ancora più strano che solamente una volta atterrati in Australia siano state riscontrate le positività.

In sostanza, la vicenda dei partecipanti agli Australian Open isolati nelle proprie stanze d’albergo deve diventare utile per trarre un paio di insegnamenti, nello sport come nella quotidianità: almeno per gran parte del 2021 saremo ancora costretti a “convivere” con la pandemia e perlomeno in una situazione fuori dall’ordinario non ci si può più permettere di fossilizzarsi sul presente aspettando di riparare gli errori quando ormai sarà troppo tardi.

 

Immagine in evidenza: ©Twitter/Rod Laver Arena

Luca Montanari
"Tutti gli sport hanno pari dignità" è il motto di un 22enne laureato in Scienze della Comunicazione spinto dalla voglia di insegnare cultura sportiva e di distinguersi dalla massa. Instagram: @lucamontanari_98 Twitter: @Luca_Monta_

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