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Celtics 2021: l’imprevedibilità è l’unica certezza

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In mezzo ad un campionato NBA avaro di certezze, una squadra tra le trenta spicca per inconsistenza ed imprevedibilità: i Boston Celtics. Ad oggi, Boston è una delle squadre più incostanti della lega, nonostante il cast di primo livello. Brown e Tatum sono stati convocati all’All Star Game, e, a parte Hayward, la squadra è simile a quella dello scorso anno. Sotto canestro, inoltre, la situazione sembrava migliorata dall’arrivo di Tristan Thompson al posto di Kanter e dalla crescita di Robert Williams III. Nonostante ciò, i Celtics hanno spesso lasciato sul piatto partite in maniera sanguinosa.

Jayson Tatum e Jaylen Brown

Jayson Tatum e Jaylen Brown

A dire la verità, i Celtics degli ultimi anni sono famosi per non rispettare i pronostici. Spesso, però, erano stati una bella sorpresa. Nel 2015 arrivarono a dei playoff impensabili ad inizio anno. Due anni dopo chiusero la stagione in testa alla Eastern Conference e si arresero solo in finale contro gli ultimi Cavaliers di Irving e LeBron.

Le cause

La cosa che più salta all’occhio vedendo giocare i Celtics è che, per lunghi tratti di partita, sembrano non scendere proprio in campo: pigri in difesa, egoisti in attacco. Brown e Tatum spesso rinunciano a far girare la palla per aprire le difese avversarie, come se non si fidassero dei compagni.

Molte sconfitte sono arrivate dopo che, per più di metà partita, la squadra si è fatta mettere sotto dall’avversario di turno, provando una timida reazione quando ormai i buoi erano scappati dalla stalla. Vedere la squadra che arriva quasi a ribaltare svantaggi in doppia cifra in meno di dodici minuti è ancora più frustrante.

Kemba Walker, dopo un primo anno molto buono al servizio della squadra, sembra non aver ancora recuperato dopo l’infortunio. Inoltre, spesso si accoda all’indolenza generale della squadra con palle perse e tiri fuori ritmo. 

Non è l’unico. Spesso i Celtics si affidano ai singoli nel corso delle loro azioni offensive, nonostante una semplice occhiata alle statistiche sia sufficiente per accorgersi che le partite vinte sono state quelle in cui la palla ha girato di più.

La situazione ad Est

All’impazienza per i risultati che non arrivano si aggiunge l’impazienza per quello che sta succedendo nella Eastern Conference. Philadelphia sembra aver finalmente trovato la quadra, riuscendo a far convivere Simmons e Embiid. I Nets hanno costruito una corazzata grazie al recupero di Irving e Durant e all’arrivo di Harden e Griffin da Rockets e Pistons. Per i tifosi Celtics, che negli ultimi anni hanno fatto un vanto dell’aver depredato i Nets, vederli tornare competitivi in così breve tempo è stato uno smacco non da poco.

A Nets e Sixers si aggiunge Miami, sempre pericolosa grazie al collettivo e all’agonismo di Butler. Infine c’è Milwaukee che, per quanto non appaia più la corazzata che sembrava l’anno scorso, è comunque una minaccia da non sottovalutare. Per non parlare degli Hornets che, guidati dagli ex Hayward e Rozier (più Lamelo Ball, infortunato) stanno avendo un rendimento migliore dei Celtics.


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Le mosse di Ainge

Il ruolo del GM NBA non è mai facile, ma quest’anno in particolare nessuno avrebbe voluto essere nei panni di Danny Ainge. Trovarsi con una squadra reduce da una meritata finale di Conference che annaspa intorno a metà classifica è già frustrante. Se si aggiunge che non vi è nessuno spazio salariale e si è perso praticamente a zero un giocatore come Hayward (la TPE è molto meno appetibile di quello che sembra), si ottiene una delle situazioni peggiori in cui può trovarsi una franchigia. Soprattutto se si considera il blasone dei Boston Celtics e quanto sono esigenti i tifosi della Beantown. 

Inoltre, molti GM sono restii a trattare con Ainge ed in caso arrivano a fare richieste esose. Tutti quanti ricordano la trade con i Nets, che nel 2013 furono vittime di un vero e proprio furto con scasso autorizzato.

Da un lato, Ainge poteva provare a buttare tutto per aria. Per giorni si è vociferato di una possibile trade che coinvolgeva Marcus Smart. Nonostante il texano sia considerato l’anima della squadra fin dal suo anno da rookie, le voci si sono fatte sempre più insistenti, tanto che ad un certo punto lo stesso giocatore riteneva plausibile il proprio inserimento in qualche trade. Inoltre, da quando è rientrato dall’infortunio patito ad inizio stagione, Smart sembra molto peggiorato dal punto di vista psicologico. Spesso in campo esagera con l’egoismo e sembra non essere in grado di mantenere la calma, come ha dimostrato di recente. 

Dall’altra parte, Ainge poteva continuare nell’attendismo che lo ha contraddistinto negli ultimi anni. Era dal 2015, con la trade che portò Thomas a Boston, che i Celtics non scambiavano giocatori alla trade deadline. I Celtics avrebbero potuto continuare così fino a fine stagione, sapendo che le gerarchie di potere ad Est sono abbastanza definite.

La mossa di Boston sembra sia stata una curiosa via di mezzo. Non ci sono stati fuochi d’artificio, ma con una parte di TPE sono arrivati un rinforzo per la panchina (Fournier) più due giovani lunghi (Wagner e Kornet) in cambio di Theis.

 

Provare a trovarci un senso

Appena saputo dell’arrivo di Fournier e del contemporaneo approdo di Aaron Gordon a Denver, molti tifosi (e non solo) si sono lasciati andare ad esclamazioni di disappunto. Probabilmente uno scambio con Smart sarebbe stato eccessivo, ma l’atletismo di Gordon era di gran lunga preferibile all’arrivo dell’ennesimo esterno dal rendimento incerto.

Il tutto è sembrato ancora più incomprensibile dal momento che Denver non si è dovuta privare di pezzi pregiati e che Fournier scade a fine stagione.

La mossa Theis, invece, è stata dolorosa da un punto di vista “umano” ma perfettamente comprensibile dal punto di vista del business. Il tedesco scade a giugno, e il rendimento che ha tenuto da quando fa parte del quintetto titolare lo farà valere molto più dei soldi che Ainge poteva offrirgli. Inoltre, Rob Williams sembra crescere rapidamente e poter arrivare in breve tempo ad essere il centro titolare di cui Boston ha bisogno.

Robert Williams III in azione contro Zion Williamson

Fournier, invece, allunga le rotazioni di Boston, sperando che riesca dove Jeff Teague ha fallito: portare punti e playmaking alla second unit. Escludendo il disastroso esordio e il famoso 0-10 al tiro, il francese si è comunque reso utile alla squadra.

Il piano a lungo termine

Analizzando la situazione Boston con gli occhi esigenti del tifoso è facile guardare il dito e farsi prendere dallo sconforto. La squadra non sta rispettando le aspettative dello scorso anno, e ad oggi le finali di conference sembrano un miraggio. 

Dietro al dito, però, c’è la luna. Né la scorsa offseason, né in questa trade deadline, era disponibile un giocatore che garantisse a Boston di giocarsi le finali. Si era parlato di Myles Turner e di Victor Oladipo ma, per quanto siano due ottimi giocatori, non hanno l’esperienza necessaria ai playoff. In questo senso, ha avuto molto più senso “accontentarsi” di Tristan Thompson, campione nel 2016 e finalista dal 2015 al 2018. 

La tendenza di questi anni in NBA sembra essere quella di andare all-in per vincere subito, cosa che invece Boston può permettersi di non fare. Le sue colonne portanti, infatti, sono due giocatori di 23 e 24 anni che non sono ancora entrati del tutto nel loro prime. La vera sfida da non sottovalutare sarà quella di continuare a farli crescere in un ambiente sano e competitivo, con un supporting cast all’altezza.

Tutto fa pensare (e chi scrive condivide questa posizione) che questo sia il piano a lungo termine di Ainge: una squadra costruita dal basso e con pazienza ha il potenziale per rimanere al vertice per tanti anni. Lo dimostrano i Golden State Warriors, che hanno costruito una dinastia con un gioco corale, un lento e costante miglioramento e qualche pescata azzeccata al draft. Soprattutto, con pazienza e poche pressioni.

Giulia Picciau
1988. Sport invernali, montanara mancata, appassionata di basket, calcio e moto

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