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Cosa ha funzionato (e cosa no) finora nella stagione NBA

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Lo scorsa domenica si è concluso il consueto weekend dell’All-Star Game, evento che come da tradizione segna la fine della prima metà della stagione NBA. In un campionato ancora segnato dalla pandemia, con palazzetti vuoti e squadre frastornate da assenze precauzionali, abbiamo visto finora grandi conferme e inaspettate sorprese che fanno sperare in una post season di assoluto livello.

In questo articolo proveremo a tirare le somme dei primi mesi con un occhio speciale sui team e sui giocatori che, nel bene o nel male, ci hanno colpito maggiormente.

Top Team: Utah Jazz

Quello che sembrava un gioco di paglia della terra dei Mormoni si sta rivelando una realtà sempre più solida con cui dover fare i conti. Sicuramente in pochi immaginavano che a comandare la Western Conferenze al giro di boa non ci sarebbero stati né i Lakers campioni in carica né i concittadini Clippers, ma un terzo incomodo che non ne vuole sapere di farsi da parte. La cosa straordinaria di questa incredibile corsa al primo posto da parte di Utah è che sta avvenendo con un roster che sostanzialmente non ha subito modifiche rispetto allo scorso anno, con il 91.6% dei minuti disputati dagli stessi giocatori della stagione 2019/2020.

I motivi di un tale upgrade vanno ricercati sostanzialmente nei miglioramenti di alcuni dei singoli chiavi: Mike Conley in primis, capace a 33 anni di trovare la necessaria continuità e leadership in una squadra che presenta anche una delle migliori guardie dei prossimi anni con la quale nel tempo si sta creando una prolifica collaborazione. Donovan Mitchell sta infatti pagando in pieno le scommesse poste su di lui, dimostrando talento e attitudine che hanno pochi eguali tra i coetanei.
Altro elemento notabile è sicuramente Jordan Clarckson, il quale ha aggiunto alla già nota predisposizione offensiva un miglior decision making e una maggiore efficienza, oltre a un sensibile lavoro personale sullo sviluppare una maggiore attitudine difensiva.

Questi sono alcuni esempi di come consapevolezza ed efficacia sembrino quindi essere le chiavi del successo attuale degli Utah Jazz, una realtà dinamica e stimolante da seguire per il resto dell’anno.

Flop Team: Washington Wizards

Russell Westbrook é da sempre uno dei giocatori più controversi nella lega e pochi atleti hanno polarizzato l’opinione pubblica come ha fatto lui. L’eterno dualismo cestistico di Russell, che lo vede mostro nel mettere “numbers on the board” ma poco adatto a complementarsi nel tessuto di squadra, si era ripresentato nell’esperienza Houston Rockets dove la convivenza con Harden si é rivelata meno fruttuosa di quanto i bookmakers avessero fatto intendere. Per questo motivo la firma con Washington – promossa dallo stesso artista come il rilancio definitivo della propria carriera – aveva già fatto salire più di un sospetto a quella frangia di fan meno incline all’entusiasmo. E infatti, al netto di una ripresa nelle ultime settimane, la prima metà di stagione dei Wizards é stata decisamente sotto le aspettative, con lunghi periodi trascorsi sul fondo della classifica.

É necessario mettere in chiaro che la colpa non può e non deve ricadere unicamente su Russel Westbrook, che tuttavia assieme a Bradley Beal costituisce l’asse portante sui cui questo team sta cercando di costruire un futuro non troppo lontano. La mai sbocciata alchimia tra Bradley Beal e Wall ha fatto sì che nel corso degli anni il reparto guardie dei Maghi cadesse vittima di sè stesso, tendenza che sembra ripresentarsi anche con il cambio di Point Guard. La rimanenza del roster presenta buoni elementi che tuttavia risentono giocoforza di un piano partita spesso costruito su un movimento palla con ridotte soluzioni offensive. Tutto questo è da unire a una difesa ballerina che concede pochi rimbalzi offensivi agli avversarsi (Top 10 NBA) ma permette molti tiri dalla lunga distanza e produce un elevato numero di falli.


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Most improved player: Chris Wood

Tra i papabili candidati al premio che elegge il giocatore maggiormente migliorato c’é sicuramente Christian Wood, già giocatore chiave degli Houston Rockets. É stato proprio l’approdo nella città texana a risvegliare del tutto le già ottime qualità intraviste a Detroit, portando il centro a un upgrade notevole: Chris Wood infatti sta registrando rispetto alla scorsa stagione +8.9 points per game, + 3.8 rebounds per game e +0.4 assist.

Ma la statistica più interessante è quella relativa alla percentuale dal campo e all’efficienza, parametri che sono sostanzialmente rimasti invariati rispetto allo scorso anno: al netto di un sensibile aumento dei palloni giocati, questo ci lascia intendere che Chris Wood stia tirando di più e meglio rispetto alla scorsa stagione, riuscendo ad aumentare sensibilmente i propri numeri senza incidere sulla pulizia dei propri possessi personali.

La difficile stagione degli Houston Rockets rende difficili fare previsioni sul futuro di questo singolo, ma quanto messo in mostra finora lo rende probabilmente la mosca bianca di una squadra immersa nella nebbia.

Giocatore che stenta a migliorare: Marvin Bagley

Quando è entrato in NBA nel 2018 Marvin era uno dei prospetti più interessanti del panorama nazionale: scelto alla seconda chiamata, la padronanza dei propri mezzi messi in mostra a Duke aveva indotto molti a pensare che Dopo Ayton fosse lui il vero talento su cui puntare il proprio futuro, voce a cui i Kings hanno deciso di credere.
Dopo tre stagioni e poco più di 60 partite giocate, è lecito pensare che qualcosa non abbia funzionato nel processo di integrazione tra Marvin e il basket dei professionisti.

Al netto degli infortuni che ne hanno condizionato sensibilmente il numero di partite disputate e rallentato il processo di amalgamazione nel gioco dei Sacramento Kings, quanto visto sinora sul campo fa difficilmente credere che Marvin riesca a replicare quanto mostrato negli anni di college: alle già evidenti difficoltà nel trovare una via per il canestro si aggiunge un tremendo impatto difensivo, con un approccio alla pratica che – percentuali alla mano – lo fa precipitare tra i peggiori giocatori nella lega nella propria metà di campo, condizionando inevitabilmente l’efficacia degli schemi difensivi.

Non solo: guardando le partite si trova conferma in quanto i dati suggeriscano, ossia una preoccupante tendenza del giocatore non solo ad essere particolarmente indolente con la palla tra le mani, ma anche poco propenso a collaborare con i compagni nelle rotazioni offensive, con un altissimo tasso di palloni “divorati”. Purtroppo le percentuali sono parecchio simili a quelle dei primi due anni di carriera, mostrando come Marvin Bagley stenti a crescere non solo nei concreti numeri ma anche – e questo è sicuramente un campanello d’allarme – nell’attitudine psicologica.

Top Rookie: Quikley

Ispirato da Lou Williams cresce sotto le ali di Derrek Rose la scelta n25 del Draft 2020. Non stupiscono solo i 12 punti di media conditi da un 41% dal campo e 37% da tre ma anche e soprattutto la dote sopraffina da playmaker e un’intelligenza cestistica da veterano; 17 punti con i Celtics, 31 contro i Blazers sono solo un assaggio del suo reale potenziale, i suoi floater e midrange infallibili han fatto innamorare di nuovo la New York sponda Knicks nonostante la presenza, sull’altra sponda, di James Harden, KD e Kyrie Irving. La sua esplosione, condita dai colleghi Barrett, Robinson e il neo acquisto Rose, i Knicks possono ambire dopo tempo immemore ad una presenza ai playoff e, chissà, in un futuro non troppo lontano, riportare il Larry O’Brian trophy nel Madison Square Garden.

Flop Rookie: Patrick Williams

non è stato facile trovare un rookie davvero deludente in questa classe molto particolare: tra Covid, infortuni e minutaggi esigui, la maggior parte delle matricole sta faticando ad imporsi nettamente all’interno delle franchigie a causa anche dell’interruzione della scorsa stagione NCAA. Detto ciò, come “flop moderato” indichiamo Patrick Williams dei Chicago Bulls scelto alla n4, nelle draft preview era dato più in basso ma il front office guidato da Karnisovas non ha esitato a dargli fiducia: attento difensivamente e in miglioramento costante (10 punti e 4 rimbalzi di media in 27 minuti) ha tutto il potenziale per diventare speciale ma, avrà bisogno di tempo che i Bulls, per il momento, sono disposti a concedere. Tante le incognite a roster da risolvere tra l’ambizione di un Lavine pronto a vincere e la necessità di rodaggio dello young core. Non ha avuto l’impatto di colleghi come Haliburton e Quickley (scelti dopo di lui) ma ha sicuramente un potenziale molto alto soprattutto nella metà campo difensiva.

Giocatore esploso definitivamente: Sexton

Dopo due anni di alti e bassi nella Cleveland confusionaria del post Lebron sembra esserci finalmente la luce in fondo al tunnel per Sexton ed i Cavs: 22 punti, 4 assist, 42% da tre e 48% dal campo, tutti massimi in carriera uniti al record di squadra 10-18 che li posiziona a 1 win dal possibile playin, il tutto decorato dalla vittoria contro la corazzata Nets grazie ai 42 punti di Collin. Le speranze playoff sono appese ad un filo ma, con Sexton, Garland, Love e il neo arrivato Allen (in attesa di capire il futuro di Drummond) in quel di Cleveland ci sono tutti i presupposti quantomeno per divertirsi lasciando i bassifondi della classifica.

Potenziale stella che sta rendendo al disotto delle aspettative: Young

Dopo la free agency sontuosa dell’estate in casa Hawks ci si aspettava molto più di una partenza 11-15, ma a causa del grave infortunio a Bogdanovic che lo terrà ai box a lungo e una squadra che non riesce a maturare nonostante l’arrivo di due veterani come Rondo e Gallinari, si prospetta l’ennesima stagione di transizione. Per quanto riguarda Trae, la preoccupazione non è focalizzata sui suoi numeri (26 punti di media contro i 29 dello scorso anno) quanto nello step mancato nel ruolo di leader dello spogliatoio come dimostra anche il battibecco con Collins (in odore di addio a fine stagione) in allenamento. Il futuro di Atlanta passa da qui, riuscirà Trae a creare una mentalità vincente in un gruppo pieno di talento ma troppo spesso fine a se stesso?

Immagine in evidenza: © NBA, Twitter

Nicola Simonutti

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