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500 miglia di Indianapolis: storia di una gara e di una cultura

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“Every Sport Is My Sport” ribadisce che ogni disciplina sportiva deve essere trattata con pari qualità e dignità, riservando loro lo spazio che meritano. È un viaggio tra più discipline possibili di cui di volta in volta ci occuperemo, guidando anche chi non le conosce bene con presentazioni, approfondimenti e delucidazioni tecniche e regolamentari. Uno spazio in cui i lettori potranno esplorare con più attenzione realtà già conosciute e scoprirne di nuove.


Una manifestazione storica

Correva l’anno 1909 quando, in un campo poco distante dal centro della piccola cittadina di Indianapolis, veniva ordinata la costruzione di un autodromo della lunghezza di 4 km, che fosse composto di 4 curve tutte uguali, di 90° ciascuna, due rettilinei lunghi e due corti, paralleli ed identici. Sono passati 111 anni da quel momento. Oggi Indianapolis non è più una piccola cittadina nell’entroterra degli USA, è la World Capital of Racing. Una volta l’anno questo autodromo diventa la sede della più grande festa motoristica del mondo: la 500 miglia di Indianapolis.

Wil Power, vincitore nel 2018, attimi dopo aver tagliato il traguardo

Nel 2020 si disputerà l’edizione numero 104 della gara, che negli anni ha creato leggende, eroi, miti ed una enorme sottocultura.  “Che sia una gara enorme, di 24 ore, oppure che siano mille le miglia su questi tre milioni di blocchi di porfido che ricoprono la pista”. Così si parlava nel 1911, quando l’idea venne lanciata, e solo all’ultimo si decise di correre sulla distanza delle 500 miglia (804km). Altre grandi classiche, come la Daytona 500, la 500 of Fuji o la Dega, derivano tutte da questa idea: era appena nata la distanza di gara più iconica del motorsport.

Nel caso di Indianapolis, 500 miglia si raggiungono con 200 giri, 800 curve di angolo e raggio uguale, ma tutte tra loro diverse. Curva 1 è leggermente più ampia e consente ingressi veloci; curva 2 si imposta già uscendo da curva 1, perchè il rettilineo è troppo breve per sviluppare nuova velocità, il raggio di sterzata aumenta di molto ed è facile perdere il controllo dell’auto. Un lungo rettilineo e si arriva in curva 3. Questa è molto “bumpy”: l’asfalto è irregolare e si procede con più cautela. Al contrario, curva 4 è più liscia e scorrevole e reimmette nella corrente di vento a favore. Tuttavia, se eseguita troppo velocemente, può portare il pilota a finire a muro (J.R. Hildebrand nel 2011 perse una gara all’ultima curva proprio per essere troppo all’esterno e troppo veloce, regalando inoltre l’ultima vittoria in carriera a Dan Wheldon).

Nel 1911 si iscrissero 46 auto, a cui era richiesto, per entrare in gara, di mantenere per un giro la media di 120km/h; 6 vetture fallirono nell’intento (nel 2019 invece, una media di 365km/h non è bastata per poter correre!). La prima edizione portò anche un progresso significativo nel mondo delle automobili. Mentre tutti gli altri iscritti salivano in due sull’auto, in modo che uno guardasse le vetture intorno, Ray Harroun, a bordo di una piccola Marmon-Wasp, montò uno specchio che gli consentisse di guardare le auto dietro di lui: nasceva così lo specchietto retrovisore. In questo modo risparmiò il peso di un altro essere umano a bordo e vinse.

Nel 1912 venne fissato a 33 il numero di vetture che potessero partecipare alla gara. Da allora, solo le 33 più veloci in qualifica hanno accesso alla 500 miglia, schierate poi alla partenza in 11 file da 3 auto ciascuna.

Ray Harrroun a bordo della sua Marmon-Wasp

Non che sia stata una gara di scarso interesse per costruttori e piloti europei nelle prime edizioni, ma gli statunitensi dominarono per molto tempo sul suolo di casa, anche quando dal 1950 al 1960 venne integrata la 500 miglia nel mondiale F1. In quel caso, anzi, molti piloti europei addirittura non fecero la traversata oceanica (solo Alberto Ascari nel 1952 provò la gara, ma si ritirò subito).

Nel 1965 le cose però cambiarono, principalmente a causa di un binomio britannico: Colin Chapman e Jim Clark, ingegnere e pilota per Lotus. Avevano già provato nel 1963 ed erano arrivati secondi, poi nel 1964 e si erano ritirati. Ma nel 1965 Jim Clark rimase in testa per 189 dei 200 giri previsti, e vinse. Erano previsti 150 dollari in premio al pilota in testa ad ogni giro. Clark dopo la gara parlò così:

«Che bello, era come giocare con un registratore di cassa. Io facevo un giro e quello click, 150 dollari, poi click, altri 150 dollari».

Nel 1966 vinse un altro britannico, Graham Hill. Il quale, sei anni dopo, stabilì un record al momento mai eguagliato: è l’unico pilota a detenere le Tre Corone (vittoria alla 500 miglia di Indianapolis, al GP di Montecarlo ed alla 24 ore di Le Mans). Grazie a questo episodio, tra gli anni ’70 e ’80 i marchi britannici venero fortemente attratti da questa gara, in particolare March, che vinse 5 edizioni consecutive dal 1983 al 1987. L’olandese volante Arie Luyendyk fece segnare nel 1996 il record di velocità media sul giro singolo: 382,15km/h.

Tradizioni e riti

Tuttavia, ridurre la 500 Miglia ad un semplice pezzo di storia sarebbe fin tropo riduttivo. I vincitori vengono acclamati come degli eroi, e quante vittorie spettacolari si sono viste! L’ultima nel 2016, di Alexander Rossi, che completò gli ultimi 3km senza benzina, con una strategia calcolata in modo perfetto per arrivare al traguardo facendo un rifornimento in meno.

Tra il 1938 e il 1961 venne sostituito progressivamente il manto in porfido con uno più moderno in asfalto, che copre ancora oggi quasi tutto il tracciato. Subito dopo la linea del traguardo, infatti, rimane una linea larga mezzo metro di porfido: lì si trovano ancora i mattoni originali. Così è nata una delle più famose tradizioni della 500 miglia: il bacio del Brickyard. Infatti, il pilota vincitore si reca con il suo team sulla linea del traguardo dopo la gara per baciare uno dei mattoni in segno di riconoscenza verso il tracciato.

Invece della solita bottiglia di spumante, il vincitore riceve in premio una bottiglia di latte. Non una bottiglia qualunque, tuttavia. Ogni pilota, al momento dell’iscrizione, sceglie anche che tipo di latte vorrebbe in caso di vittoria, e vengono preparate bottiglie dai caseifici locali per tutti i tipi richiesti. Il bagno con la bottiglia di latte è uno dei momenti iconici del weekend.

Infine, il trofeo dato al vincitore, il Borg Warner Trophy, viaggia per un anno con chi ha portato a casa il successo, e su di esso viene scolpita ogni anno la faccia del primo classificato, rendendo così ogni anno il trofeo più grande.

Helio Castroneves con la sua bottiglia di latte dopo il successo nel 2001

 

Il venerdì sera prima della gara si festeggia il Last Row Party, il cui scopo è prendere in giro i 3 piloti che partiranno dall’ultima fila. Generalmente si tratta di piloti di fondo classifica, senza speranze concrete di vittoria, ma in sei casi una delle “vittime” del Last Row Party ha poi vinto la gara.

La domenica la cerimonia è solenne. Alle 6 di mattina un colpo di cannone annuncia l’apertura dell’autodromo: mancano 6 ore alla partenza. Come in ogni gara americana, viene cantato l’inno americano e viene dato il consueto ordine “Ladies and gentleman, start your engines!” per autorizzare l’accensione dei motori.

Quest’anno mancherà un pezzo fondamentale però: il pubblico. Le tribune infatti si estendono ininterrotte dalla terza alla prima curva, per poi lasciare spazio ai campi da golf. Il weekend non si riduce al puro evento sportivo: si organizzano pic-nic, si fanno attività promozionali, si gioca a golf, si gira in kart. La città si trasforma, con le vie che cambiano nome in onore degli iscritti alla gara, i negozi vendono prodotti a tema ed i gruppi di aviazione acrobatica sorvolano lo stato dell’Indiana lasciando i colori della bandiera a stelle e strisce nel cielo.

Conclusione

Il 23 agosto – posticipata quest’anno di 3 mesi – la gara più veloce del motorsport su circuito avrà inizio. Le sorprese non mancheranno, elevata sarà la competizione, soprattutto con lo squadrone portato dal Team Andretti, che combatterà contro il fenomeno del Team Ganassi Scott Dixon o contro i 4 campioni del Team Penske, o anche contro un Fernando Alonso all’ultimo tentativo di ottenere le Tre Corone.

Ci troveremo tutti di fronte allo schermo per ore di una calda domenica sera di fine estate. Non sarà noioso vedere 33 eroi che girano per 800 volte a sinistra? Al contrario: sarà spettacolare. Sarà un vortice di duelli, di strategie, di colpi di scena e di imprevisti. Tornano a suonare i motori, nella Capitale Mondiale delle Corse!

Immagine in evidenza: ©USA Today

Aldo Coletta
Classe 2000, studente di medicina, chitarrista, scrittore a tempo perso, amante delle birre soprattutto se artigianali, amante del motorsport da ancora prima di iniziare le elementari, seguace dello sport in tutte le sue forme, in particolare del rugby. Qui nella speranza di condividere qualche bella storia.

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