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Bar Sport VS: la 75^ stagione NBA

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Nella notte tra il 19 e 20 ottobre prenderà il via la 75esima stagione NBA. Simulando una discussione tra amici al bar, la redazione basket di Vita Sportiva ha analizzato alcuni dei temi principali. Quali? Scopriamoli insieme…

1) Negli ultimi giorni la telenovela Kyrie Irving ha occupato una grossa fetta dello spazio mediatico. Quanto inciderà questa situazione, in riferimento al suo atteggiamento sempre abbastanza scollato dalla squadra, sui destini di Brooklyn? Sarà lui l’ago della bilancia per arrivare sino in fondo?

Alessio (@a_cattaneo): i recenti sviluppi attorno alla questione Irving-Nets hanno contribuito a sgombrare il campo dai dubbi attorno alla sua posizione: nessun utilizzo part-time. O dentro, o fuori, ha deciso la franchigia. E per ora, Irving è fuori. I Nets si trovano nella posizione di dover rinunciare nuovamente ai propri Big Three al gran completo, pur affidandosi al comunque temibilissimo mostro a due teste chiamato Durant-Harden. Per costruire una chimica di squadra tale di questo nome, Nash ha preteso giustamente chiarezza e, se chiunque preferirebbe avere Kyrie piuttosto che il suo contrario, non è detto che Brooklyn si riveli meno coesa rispetto alla sua versione 2020/2021. La pallacanestro è per definizione una scienza inesatta e il risultato finale di una stagione non è sempre il prodotto di addizioni o sottrazioni, come in questo caso, di talento. Credo i Nets abbiano tutte le carte in regola per puntare all’anello anche senza Irving, a patto di stare alla larga dagli infortuni, vera croce della stagione scorsa.

Kyrie Irving sarà l’ago della bilancia nella stagione dei Nets?

Federico (@Fedeb0lla1): senza ombra di dubbio, la situazione Kyrie inciderà non poco sulla stagione di Brooklyn. Dal suo arrivo ai Nets, Irving ha avuto innumerevoli problemi – da quelli fisici a quelli mentali, fino alla questione vaccino – che gli hanno impedito di essere regolarmente in campo. Tuttavia, ciò che preoccupa maggiormente Brooklyn è il suo atteggiamento quasi da separato in casa, come se giocare a basket non fosse la sua prima necessità. Alla lunga, in uno spogliatoio, questi atteggiamenti potrebbero inceppare i meccanismi di una macchina che, se riuscisse a risolvere in tempo breve questo problema, sarebbe la favorita al titolo. In caso contrario, Brooklyn dovrà a malincuore rinunciare al talento di Kyrie, senza tra l’altro poterlo scambiare con qualcun altro, visto che il contratto garantito di Irving scade in estate e il giocatore può decidere se firmare con la stessa squadra o sondare il mercato.

Edoardo (@Edo9Brune): senza usare troppi giri di parole, Irving è arrivato ai Nets insieme a Durant per portare l’anello a Brooklyn e diventare finalmente quel leader tecnico e carismatico che non era riuscito ad essere a Boston e che sentiva di non poterlo essere a Cleveland. Ricordiamo che la squadra della Grande Mela ha sacrificato un patrimonio come D’Angelo Russell, tanto amato dalle parti del Barclay Center, per dargli le chiavi della squadra ed esserne il grande regista. Nel primo anno qualcosa si era intravisto in assenza di KD, qualche lampo di genio e 27.6 come media punti, salvo poi infortunarsi dopo una ventina di partite. Nella scorsa stagione i numeri ugualmente interessanti (26.9 pts e 6.0 ast), ma va sottolineato il fatto che il contesto generale era diventato molto più competitivo, e che i tre tenori si sono alternati alla guida della squadra nella RS, facendo quindi crescere le statistiche personali e non evidenziando una reale consacrazione di un giocatore all’interno di un contesto, nel quale lui si esalta e fa esaltare gli altri. I primi problemi di chimica si sono visti negli scorsi PO e oggi la situazione è davvero problematica: Irving fuori squadra a causa della mancata vaccinazione. Personalmente, scelgo di andare contro l’opinione comune e dico che questa notizia porterà grande giovamento al roster dei Nets. Niente più rumors, questioni e polemiche sull’argomento, niente più apprensione riguardo la presenza o meno del giocatore, niente più dipendenza dalle sue esigenze (a volte discutibili). In questo modo, la squadra inizierà a lavorare fin da subito senza di lui e ad inserire in quintetto un affidabilissimo Patty Mills, lasciando inizialmente ad Harden maggiori compiti di playmaking, traducendosi in una chiave tattica chiara fin da inizio RS e in una maggiore libertà delle proprie due stelle, senza la presenza di una terza piuttosto ingombrante. Quindi sì, credo che i Nets trarranno giovamento da questa scelta.

2) Il mercato dei Celtics non ha segnato colpi clamorosi, dato che il lavoro della dirigenza è stato dettato da un’esigenza di ‘pulizia’ del roster, con inserimenti mirati a supporto dei Big Three (Smart, Brown, Tatum). Il colpo più importante, tuttavia, è arrivato in panchina, con il reclutamento di un coach molto amato dai tre: Ime Udoka. Dopo una delle annate più deludenti degli ultimi anni, basteranno un cambio di timoniere e delle buone riserve a riportare i Celtics in alto?

Michele (@MMoretti24): senza troppi giri di parole, Boston è candidata quest’anno a due possibili scenari, tanto diversi quanto entrambi probabili in partenza. Il primo, essere la sorpresa dell’Est e superare (almeno) il primo turno estromettendo una contender più accreditata alla vigilia. Il secondo, faticare a conquistare l’accesso diretto ai Playoffs, dovendo passare per il Play-in, con la possibilità di perderlo. Per Udoka, dopo 9 annate da assistente (tutte in contesti vincenti), la prima esperienza da head-coach non è delle più semplici. Saper dare da subito un’identità alla squadra, e valorizzare giovani come Pritchard, Nesmith e soprattutto Robert Williams III, chiamati ad avere minuti importanti, devono essere due obiettivi da concretizzare. Con la speranza che Jaylen Brown riesca a rimanere sano per tutta la stagione, il compare Jayson Tatum dovrà alzare l’asticella in Regular Season, trovando una tale continuità da potergli permettere di farlo entrare in considerazione per il premio di MVP. Gli innesti di Schröder (certamente stimolato a dimostrare di meritare il contrattone che non ha firmato quest’estate) e Richardson (che deve assolutamente rilanciarsi dopo le deludenti esperienze a Phila e Dallas) garantiscono le maggior garanzie. Senza dimenticare l’esperienza del buon vecchio Al Horford: con un minutaggio limitato resta un giocatore affidabile. Seppur il 2021/22 debba essere l’annata in cui i Celtics necessitano di rialzare la testa e migliorare il risultato della passata stagione, le incognite non sono poche. Sulla carta, Nets e Bucks partono anni luce avanti e anche Heat e 76ers, ai ranghi di partenza, sono forse un gradino sopra. Il rischio di disputare un altro anno nel costante limbo tra la 6a e la 10a posizione dell’Est è comunque da mettere in conto.

Celtics chiamati al riscatto dopo una stagione in chiaroscuro.

Giulia (@thleosw): credo che Boston abbia sfruttato al meglio il (pochissimo) spazio di manovra che ha avuto in questa off-season. Stevens sembra aver abbandonato l’attendismo del suo predecessore e ha costruito un roster decisamente più profondo di quello della scorsa stagione. Ime Udoka, dal canto suo, sembra avere già le idee chiare e il polso necessario a prendere in mano la squadra: esemplare in questo senso la punizione di Smart in questi giorni. Tornare al vertice mi sembra un’esagerazione: tra Nets, Sixers e Bucks la concorrenza è spietata, ma Boston sarà comunque interessante da seguire quest’anno. Ci sono le potenzialità per stupire (in bene e in male si intende) e l’assenza di pressione gioca molto a loro favore.

Edoardo: La scorsa stagione, per Boston, si è chiusa con due chiare e limpide esigenze: ai Celtics servono un playmaker con punti nelle mani e credibile in difesa e un centro che garantisca tanti centimetri e rimbalzi sotto canestro. I punti da toccare erano quindi piuttosto chiari, soprattutto per portare avanti un progetto iniziato da qualche anno costruito intorno a Smart, Tatum e Brown. Sono arrivati quindi Schroder, dopo una telenovela lunga mesi, e Al Horford, una vecchia conoscenza a Boston. Inoltre, è arrivata anche una buona soluzione dalla panchina come Richardson, chiamato a rilanciarsi dopo le ultime annate deludenti. Onestamente, non sono molto ottimista. Walker è stato sostituito da un giocatore egualmente discontinuo, che spesso sparacchia da tre nonostante i 4 tentativi di media a partita, mentre nel ruolo di centro si è preso un trentacinquenne in fase calante, con meno di 20 minuti di media nelle ultime stagioni. Inoltre, credo che Udoka, alla prima esperienza da HC, porterà avanti il progetto di Stevens, senza particolari stravolgimenti, probabilmente inserendo con regolarità Pritchard e Williams III e sperando che quest’ultimo venga svezzato dal ‘vecchio’ Al. Si prospetta quindi, a meno di miracoli di Udoka, un’ulteriore stagione nel limbo di metà classifica, con l’ennesima uscita deludente ai PO e il ripresentarsi delle chiare e limpide esigenze.

3) A Portland preoccupa molto la questione Lillard. La star è ormai al suo decimo anno con una franchigia che non gli ha mai accostato un roster veramente competitivo. Oltre a questo, ad agosto Dame si è detto deluso dalla gestione della free agency del Front Office, ventilando l’ipotesi di una rottura. L’avventura di Lillard in Oregon potrebbe essere ai titoli di coda? E quale potrebbe essere una destinazione ottimale?

Michele: osservando il tasso di competitività ad Ovest, la sensazione è che la Finale di Conference raggiunta nel 2018/19 sia stato il massimo traguardo ottenibile dalla truppa di Lillard & McCollum. La cocente uscita al 1^ turno vs Denver della passata stagione ha fatto emergere ancora una volta le evidenti fragilità difensive dei Blazers, specie sugli esterni. La firma di Larry Nance Jr. – giocatore versatile e completo – è probabilmente l’unica aggiunta di rilievo in una off-season in cui Dame – che per la prima volta in carriera ha seriamente mostrato titubanza nel restare a Portland – aveva chiesto al Front Office movimenti importanti per migliorare la squadra. La realtà, però, è che con il supermax firmato da Lillard due anni fa, unito alla ferrea volontà della superstar di non separarsi dall’amico CJ, era davvero complicato per il GM Neil Olshey riuscire ad orchestrare uno scambio che modificasse sensibilmente le ambizioni dei Blazers, destinati anche quest’anno a lottare per i Playoffs con il serio rischio di passare dal Play-in.

Chi vi scrive ha sempre creduto fermamente nell’encomiabile e (quasi) incrollabile lealtà mostrata da Dame nei confronti della franchigia dell’Oregon, dunque l’ipotesi di una clamorosa trade dopo qualche mese di questa stagione, rimane un’opzione poco realistica ma, oggi più che mai, non da escludere. Il punto è il seguente: se Lillard vuole rimanere a vita a Portland, deve mettersi l’anima in pace perché lottare per il titolo resterà verosimilmente un’utopia. Qualora invece non volesse sprecare gli ultimi 3-4 anni di prime della carriera, il momento di dire addio alla sua gente è ora, o al massimo nella prossima off-season. Il rapporto con il nuovo coach, l’esordiente Chauncey Billups, sarà un aspetto determinante nell’influenzare lo stato d’animo di Dame. Tra le varie squadre alla finestra, i Philadelphia 76ers sono senza dubbio la suggestione più sensata e percorribile.

Damian Lillard rimarrà ai Blazers o cercherà una trade per puntare al titolo?

Alessio: credo che difficilmente Lillard finirà la stagione in maglia Blazers. Ciò che non è successo in estate secondo me accadrà durante l’anno, nel momento in cui il nativo di Oakland realizzerà che Portland non è una squadra da titolo, per l’ennesima volta. La dirigenza ha solamente puntellato un roster a cui manca una stella di tale nome da affiancare proprio a Lillard e a CJ McCollum. Il potenziale su cui potrà lavorare il nuovo coach Chauncey Bilups non è infinito, e immaginarsi Dame nel ruolo di tuttofare senza troppi aiuti è un’ipotesi che rischia di doversi ripetere. Possibili destinazioni? Beh, quando può muoversi un giocatore di questo peso quasi ogni squadra si mette sull’attenti, ma oltre all’avvio nome dei Los Angeles Lakers terrei d’occhio i Philadelphia 76ers.

Federico: Lillard ha più volte dichiarato di voler rimanere a Portland per portarla al vertice, atteggiamento sempre più raro in una Lega dove l’anello sembra un’ossessione più che un obiettivo da raggiungere. Negli ultimi anni, però, Portland, con delle scelte discutibili sul mercato, è sembrata voler mettere a dura prova l’attaccamento alla franchigia di Dame. Bisogna anche dire che vedere Dame lontano dall’Oregon è difficile, vista anche la sua situazione contrattuale: contratto in scadenza 2025 da 43 milioni che, nell’ultimo anno – stagione 2024/2025 – diventerà da 54 milioni, quindi molto complicato da scambiare. In più, Lillard sa che per le regole sui contratti NBA non potrà ricevere gli stessi soldi che percepisce da Portland, anche se dovesse firmare un nuovo accordo da free agent. Nel caso in cui, alla fine, Dame lasciasse l’Oregon, sono sicuro che qualsiasi squadra farebbe carte false pur di averlo, dato che stiamo parlando di uno dei 10 giocatori più forti della Lega, nella top-3 delle point guard.

4)  Miami Heat (notevole mercato in off-season) ad Est e Dallas Mavericks a Ovest (reduci da due uscite di fila al primo turno) tra le possibili outsider da un lato. Dall’altro, Chicago Bulls (roster in buona parte rinnovato) e New Orleans Pelicans (con Zion da blindare nella prossima free agency) tra le squadre chiamate a rilanciarsi. Quali di queste coppie di squadre ha maggior urgenza di migliorare sensibilmente il risultato della passata stagione?

Giovanni (@giovioriolo): secondo me la prima coppia (Heat e Mavs) ha una maggiore urgenza di risultati. A Miami sono ormai all’ultimo (o al massimo penultimo) all-in prima che si chiuda la finestra utile per vincere. Dopo di che si dovrà ricostruire. Butler, Lowry, Iguodala, Tucker e Morris sono a fine carriera e Oladipo non dà certezze da un punto di vista fisico. Tra due stagioni la franchigia della Florida potrebbe ritrovarsi con i soli Robinson, Adebayo e Herro (da rinnovare con un congruo incremento di stipendio). Mentre a Dallas siamo arrivati alla terza stagione per Doncic (l’ultimo prima di poter firmare il contrattone) e il contorno fa ancora storcere il naso a molti. Manca una guardia solida da affiancare allo sloveno. L’esperimento Porzingis sembra fallito, Hardaway è un eccezionale giocatore, ma non un secondo/terzo violino di una squadra che punta al titolo e l’esperimento Richardson è naufragato dopo un anno. Per convincere Luka a rimanere in Texas serve superare il primo turno dei playoffs (dopo due eliminazioni consecutive contro i Clippers al primo round) e l’arrivo il prima possibile di un secondo All-Star.

I Bulls, invece, sono una squadra che, dopo anni di tanking, ha deciso che era ora di tornare competitiva. Però lo ha fatto scartando i giovani che avevano cresciuto (come Carter, Markkanen, Gafford, Valentine) e acquistando i vari Vucevic, DeRozan e Lonzo Ball (giocatori più grandi di età, ma solidi e con certezze di miglioramento nell’immediato). Qui la finestra è più lunga di Miami, con meno pressioni nell’immediato e la quasi impossibilità di far peggio delle scorse stagioni. In più, sono tutti giocatori con contratti firmati da poco (LaVine escluso), quindi non c’è fretta da quel punto di vista. I Pels, invece, hanno un gruppo giovani molto ampio, ma anche grezzo e a cui serve ancora qualche anno per esprimersi al meglio. Vero che Williamson e Ingram vogliono assaggiare i playoffs, e l’arrivo di Valanciunas e Graham va in quella direzione, ma credo che la franchigia della Louisiana sia quella che ha più possibilità di sbagliare (stando però attenti a non far perdere la pazienza a Zion).

Michele: premesso che, per una squadra con una stella del calibro di Luka Dončić, non passare il primo turno per il terzo anno di fila sarebbe una delusione atroce (a prescindere dalle modalità); e premesso che Chicago necessita senza dubbio di tornare a disputare la post-season dopo 4 anni di assenza – il mercato molto aggressivo e mirato in tal senso da parte del GM Karnišovas ne è la prova, Heat e Pelicans hanno forse un’urgenza ancor più elevata, per motivi differenti. Ad Est Miami, chiamata al riscatto dopo un’annata anonima – le fatiche della bolla di Orlando si sono fatte sentire – vuole guastare i piani di Nets e Bucks, e per farlo ha deciso di firmare giocatori di qualità, esperienza e affidabilità ai Playoffs come Kyle Lowry e PJ Tucker. Entrambi, però, sono forse all’ultimo anno ad altissimi livelli, dunque la banda guidata da Jimmy Butler deve sfruttarne il massimo contributo in questo 2021/22. Uno dei fattori chiave, inoltre, sarà il contributo di Tyler Herro, atteso ad un potenziale exploit – il suo sophomore year è stato al di sotto delle aspettative – nonché ad una possibile candidatura per il 6th Man of the Year. Tornare alle Finals è difficile ma non impossibile.

New Orleans, invece, è chiamata quantomeno a giocarsi i Playoffs tramite il Play-in. La stella Zion Williamson, nell’estate prossima, dovrà decidere se firmare o meno l’estensione con la franchigia della Louisiana, perciò a NOLA è richiesta un’annata convincente per invogliarlo a restare nel lungo termine. Certo, il roster sembra un po’ più profondo dell’anno scorso. Devonte’ Graham e Valančiūnas in quintetto, Satoranský e Temple dalla panca sono giocatori che nel contesto giusto possono essere produttivi e funzionali. Occhi puntati, anche qui, su un coach esordiente. A Willie Green il compito di costruire un nucleo giovane, affidabile e continuo, con giocatori capaci di esprimere il meglio del proprio potenziale. Il materiale umano a disposizione è di tutto rispetto.

Ultima occasione per i Miami Heat di conquistare l’anello?
Credits: Heat Nation

Giulia: tra le quattro, vedo New Orleans nella posizione più delicata di tutte. Le intenzioni di Zion Williamson riguardo all’estensione contrattuale sono un punto di domanda più grosso della sua integrità fisica, e nel contempo la perdita di Lonzo Ball in free agency potrebbe pesare più del previsto, visto che Zion sembrava trovarsi molto bene con lui. Ball è andato a Chicago, che dal canto suo ha già iniziato da tempo i preparativi per tornare ai playoff ad est e convincere Lavine a restare. Se Chicago sembra muoversi più in proiezione futura, e al netto della decisione di Lavine può permetterselo, Miami ha meno tempo per puntare a ripetere il viaggio alle Finals. Accanto a giovani come Herro, Robinson, Adebayo ci sono Butler, Lowry e PJ Tucker, tutti veterani affidabili ma abbondantemente sopra i 30 anni. Infine Dallas: tra le quattro nominate sembra essere la squadra con meno fretta, visto che la loro punta di diamante ha meno di 24 anni e sembra felice della propria situazione e del nuovo allenatore. Certo, le cose potrebbero cambiare in caso si verificasse la terza uscita consecutiva al primo turno…

5) La Draft class del 2021 è stata definita come una delle più talentuose degli ultimi anni. Quale giocatore potrebbe avere un buon impatto da subito e chi invece ha potenziale che deve essere sviluppato nel tempo? Quale potrebbe, invece, rivelarsi la cosiddetta steal of the draft?

Alessio: ci si attende molto dalla prima scelta assoluta Cade Cunningham, ritenuto un prospetto già maturo e pronto a dare impatto sin da subito a Detroit, sia come attaccante con punti nelle mani che in cabina di regia. Discorso non così diverso anche per Jalen Green. I Rockets, in piena ricostruzione, hanno tutta l’intenzione di affidare la palla in mano all’ex Arizona State, che risponde perfettamente ai canoni del realizzatore puro, talentuoso e atletico. Con questi due nomi si dovrebbe andare sul sicuro in termini di produzione a breve e lungo termine. Una sorpresa tra i rookie? Vado con Josh Giddey di OKC, profilo super intrigante, seppur giovanissimo, pescato in Australia da Sam Presti. Non lo vedremo alzare il premio di Matricola dell’Anno a fine stagione, ma si tratta di un diamante grezzo che i Thunder sapranno affinare di partita in partita.

Josh Giddey potrebbe essere la steal del Draft 2021?

Giovanni: tra i giocatori scelti al primo giro i più pronti ad avere un impatto decisivo, secondo me, sono Cade Cunningham, Jalen Suggs, Scottie Barnes e Davion Mitchell. I primi due hanno fatto un solo anno di college, ma hanno mostrato di essere giocatori, per tecnica e intelligenza cestistica, pronti a incidere subito nella lega maggiore. Entrambi avranno tanta palla in mano e saranno i principali creatori della loro squadra. Cade ha più materiale intorno a sé, Suggs giocatore più abile nel coinvolgere i compagni. Barnes è uno dei migliori difensori classe (forse il migliore sull’uomo), un giocatore che in uscita dalla panchina dei Raptors potrebbe diventare già da quest’anno una colonna della second unit. L’ex play di Baylor, invece, dovrà sgomitare nel lungo e confusionario reparto guardie dei Kings, ma in Summer League ha mostrato di essere uno che non ha paura di mettersi in gioco. Necessiteranno di più tempo, ma hanno un evidente potenziale e ampi margini di miglioramento i tre rookie in uscita dalla G-League (Jalen Green, Jonathan Kuminga e Isaiah Todd), l’ex Besitkas Alpren Sengun, James Bouknight, Cameron Thomas e Quentin Grimes, ma soprattutto Josh Giddey. L’australiano è ancora un pò altalenante nelle giocate, ma ha i numeri per diventare uno degli assistman più spettacolari della lega.

Come giocatore certezza scelgo il già citato Suggs, per i motivi sopra spiegati e interessante sarà capire come coach Monsley gestirà la rotazione del terzetto con l’ex Gonzaga, Cole Anthony e Markelle Fultz. Mentre sulla steal mi riservo la possibilità del doppio nome. Il primo è quello di Trey Murphy III, ala piccola scelta alla 17 dai Grizzlies (ma scambiato nella trade Valanciunas-Adams) ai Pelicans. L’ex Virginia è il più classico dei 3&D, nell’ultima stagione in NCAA ha tirato con il 43.3% da 3, il 50.3% dal campo e il 92.7% ai liberi. Giocatore che in Summer League e in pre-season ha già mostrato che non ha paura di tirare, neanche dopo un errore, senza mai forzare e con ottima efficacia. New Orleans potrebbe aver trovato quell’eccezionale role player da alternare a Josh Hart o per far rifiatare una delle due stelle. L’altro è Jared Butler, MVP della FInals dell’ultima March Madness. I problemi al cuore avuti poco prima del Draft e la paura di dover star fermo per diverso tempo ha fatto scendere le sue quotazioni da giocatore da lottery/Top 20 alla chiamata numero 40 da parte dei Jazz. Jared però sembra poter giocare e, in un sistema collaudato e valido come quello della franchigia dello Utah, potrebbe avere un eccezionale impatto già dalla prima stagione in NBA, facendolo diventare la steal di questo draft.

Immagine in evidenza: Copyright nba.com 

La Redazione
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