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Parigi, pioggia e leggende

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A tutta prima, trecentosessantacinque giorni sono un lasso di tempo abbastanza ridotto, pensandoci meglio, nella situazione attuale, sembrano segnare un’era geologica. Appena un anno fa Parigi era metereologicamente piuttosto sorprendente – l’estate sembrava ancora lontana – ma sportivamente ricca di eventi, come sempre. Oggi, piano piano, tenta di ripartire come il resto del mondo. Per facilitare il ritorno a qualcosa che assomigli a una normalità, mi piace ritornare con la mente alla prima settimana di giugno dell’anno passato, quando la capitale francese ha dovuto abituarsi a una serie di cambiamenti, climatici ma soprattutto affettivi.

Periodo complicato per Parigi, il giugno 2019. La città della luce diventa spelonca della pioggia, tiene tutti col fiato sospeso e gli occhi all’insù. Un po’ di magone è comprensibile: il Roland Garros procede a rilento, in un clima settembrino, allo stesso tempo i due Paris Saint Germain devono rinunciare agli estremi baluardi. La capitale francese si trova a salutare insieme due portieri di valore assoluto, uno diretto verso altri lidi, l’altro verso una meritata, anche se forse non duratura, pensione. Dietro a una delle due figure avrete certamente intuito il nome del partente Gianluigi Buffon; forse è meno scontato l’altro, nonostante si tratti di una specie di leggenda: il portiere del Paris Saint Germain Handball, Thierry Omeyer.

Handball, la pallamano, non esattamente lo sport più sugli scudi dal nostro lato delle Alpi, sull’altro versante gode della meritata fama e miete allori con rassicurante frequenza. Nonostante ciò l’addio di Thierry – Titi – Omeyer, sebbene annunciato da tempo, si è portato dietro un po’ di commozione, sfociata tutta durante l’ultimo match giocato dal portierone del PSGH tra le mura amiche dello Stade Pierre de Coubertin, con doppia ovazione, all’ingresso in campo e durante la festa scudetto, alla fine del match.

Non che Thierry abbia mai preso troppo sul serio le morigerate parole del Barone sull’importanza del partecipare. Le squadre che si sono fregiate della sua presenza a difesa della porta hanno vinto spesso e volentieri: lo testimonia il sentirlo snocciolare il rosario dei cinquantanove allori collezionati in carriera. Con la nazionale due Olimpiadi, cinque titoli del mondo – nessuno come lui – tre campionati d’Europa; con i club, quattro Champions League, uno sterminio di campionati e coppe di lega, raccolti tra la Francia e la Germania. E ancora, miglior giocatore del mondo nel 2008, titolo complicato da ottenere in mezzo ai pali, e dei mondiali 2015; miglior portiere della competizione in sei occasioni internazionali. Secondo la federazione francese, semplicemente, il miglior portiere di tutti i tempi.

Strano destino quello dell’estremo difensore nella pallamano: si trova a salvaguardare una porta grande come quella del calcio a cinque – anche se, a tutta prima, sembrerebbe piccola – dalle incursioni di veri e propri bestioni lanciati a mille all’ora in balzi spaventosi. Certo, i giocatori non possono nemmeno pestare la linea di demarcazione dell’area, preservando uno spazio di sei metri tutto per il portiere, ma possono sempre saltarci dentro, o cercare di farlo per poi scaricare addosso al malcapitato le loro discrete bordate. Subire un goal nello sport  di squadra con la palla più veloce del mondo è un attimo, capita spesso. Un portiere dotato può aspirare a parare più tiri possibili, cercando di snodarsi come un vero contorsionista: tuffarsi richiede troppo tempo, meglio avvicinare al massimo braccia e gambe, portandole entrambe sopra la testa se necessario. L’abilità di Omeyer non stava quindi nel non subire goal, sarebbe stato impossibile, ma nel prenderne davvero pochi rispetto alla mole dei tiri: spesso la sua percentuale di parate si aggirava attorno cinquanta per cento, una mezza follia. I giornali francesi imputano questi numeri, davvero impressionanti, non solo a riflessi incredibili ma a una capacità di anticipare le intenzioni dell’avversario semplicemente soprannaturale.

Non sarà facile per i compagni di club e di nazionale giocare sapendo di non poter più contare sulla rassicurante presenza del gardien alsaziano alle loro spalle. Senza la stempiatura del grande vecchio, con i suoi occhi di ghiaccio e il naso rapace a scrutare il campo, a effondere sicurezza ancora prima di slanciare gli arti nella parata, non sarà più la stessa cosa. Mancheranno quelle certezze derivate da un’etica del lavoro e un’attenzione ai dettagli spesso maniacale, mescolata al rimettersi sempre e comunque in questione. Nessuna sicurezza per donare certezze. Dovranno abituarsi ad altri ritmi, ad altri nomi, consapevoli di dover aspettare un bel pezzo, prima di trovarne un altro come Titi.

Quanto a lui, dopo l’inevitabile commozione, arrivata alla fine di 1264 partite, un numero difficilmente calcolabile di parate, e persino qualche goal, si spalancano nuove avventure. Presumibilmente Omeyer siederà sulla panchina di qualche club, anche se giura di aver preso il patentino solo in caso di emergenza, qualora l’adrenalina del parquet dovesse mancargli troppo. Per ilmomento saluta tutti, si prende le meritate acclamazioni, lascia al De Coubertin altre bandiere, come quei due ragazzoni terribili dei fratelli Karabatic, e continua a guardare davanti a sé con una porta alle spalle, come ha sempre fatto: ora è quella del professionismo. Nel mentre, rispettosamente, a Parigi piove.

Omeyer solleva il trofeo di campione del mondo per la sua Francia alla fine dei mondiali quatarioti del 2015

 

 

 

Michele Polletta
Biellese di nascita, milanese per professione, sono cresciuto sportivamente tra il palazzetto della mia città e la salita di Oropa. Quando ho scoperto lo sport in televisione, poco importava la disciplina, non l'ho più lasciato. Per non parlare di quello stampato su carta. Nella vita insegno a scuola e mi diverto alla radio, o viceversa.

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