Calcio

Strade provinciali – Avellino

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52.568 abitanti. Una provincia non certo estesa, con un capoluogo fiero e dal grande passato, la cui storia affonda le proprie radici fino agli irpini, una delle quattro tribù della bellicosa lega sannitica, che fondò il primo nucleo della città. Sorta in una conca di origine vulcanica dove, nel punto più pianeggiante della zona, si è stanziata una popolazione protetta dagli Appennini, che le offrono un clima temperato, continentale radicalmente diverso dalla non lontana zona costiera.

Una storia fatta di dolori e ripartenze, di tragedie e ricostruzioni. Un popolo impossibile da piegare, anche quando le asprezze della vita lo hanno portato ad un passo dall’irreversibile punto di rottura: basti pensare ai venti giorni di incessanti bombardamenti e cannoneggiamenti alleati sulla città e il circondario del settembre 1943, o i terremoti del 1930, del 1962 e, ovviamente, del 23 novembre 1980, un evento sismico dalla forza inimmaginabile, magnitudo di 6.9 e X grado della scala Mercalli, foriero di 280.000 sfollati, 8.848 feriti e, secondo fonti attendibili, 2.914 vittime tra le rovine delle province di Avellino, Potenza e Salerno.

23 novembre 1980: in Irpinia un boato e poi un assordante silenzio interrotto solo da urla e pianti strazianti – ©️ Ansa

L’Irpinia è terra, dunque, abitata da donne e uomini dalle energie inestinguibili e dalle fedi incrollabili tanto quanto il suo Duomo romanico (XII secolo) dedicato a Santa Maria Assunta e ai santi Modestino, Fiorentino e Flaviano e capace di sopravvivere ad ogni sorta di catastrofe sia essa ambientale o di natura antropica. L’Irpinia è anche ambiente prediletto dei lupi, in osco hirpus, animale totemico che avrebbe guidato la tribù fino alle campagne in cui poi si insediarono, e feudo inespugnabile della famiglia Caracciolo, feudatari avellinesi dal nobile capostipite: Marino Caracciolo, un valente Cavaliere della Battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), comprò, infatti, nel 1581 per 113.469 ducati il feudo di Avellino con annessa la località Casale di Bellizzi, ottenendo nel 1589 il titolo di Principe e insediandosi nel Castello, poi abbandonato in favore di un palazzotto di manzoniana memoria, nel quale i Caracciolo risiederanno fino al 1806, anno nel corso del quale vennero privati dei diritti feudali.  Avellino ha conosciuto anche il dominio di una delle nobili italiane più lodate dai cantori del suo tempo: la Contessa Maria de Cardona (1509-1563). Donna dalla bellezza, cultura e sentire civile straordinari tanto da essere eguagliata alla Beatrice dantesca, alla Laura del Petrarca e celebrata come decima Musa sulla vetta del Parnaso o quarta tra le Grazie dalle penne dei poeti più eminenti dell’Italia meridionale e della Corona spagnola. L’Irpinia è anche crocevia di commerci e pellegrini: citiamo la Vecchia Dogana, uno dei più grandi centri di compravendita di legumi e cereali, la cui esistenza è attestata nelle fonti dall’anno 1007 e dalle funzioni simili a quelle di una Borsa merci, e il suggestivo Convento dei cappuccini di Santa Maria delle Grazie, databile intorno al 1580-84 e consacrato sicuramente entro il 1609. Irpinia anche come terra della gola: nelle vetrine delle pasticcerie di Avellino e dintorni abbondano, infatti, ammalianti cabaret ricolmi di soffici bombarde, il babà in salsa locale, e di zeppole di San Giuseppe, il quale, secondo una leggenda tutta irpina, avrebbe lavorato, per assicurare tutto il necessario alla Sacra Famiglia, come friggitore di frittelle nel corso della fuga dal sanguinario re Erode.

L’Irpinia è, però, anche un cuore che pulsa incessantemente per l’Unione Sportiva Avellino 1912, che di recente ha conosciuto, nel 2018, la seconda rifondazione della propria storia.

In primis: “Prima ‘o cafè… po’ parlamm”. Seconda cosa: “Il mio allenatore deve dire sempre di sì”. Terza: “Chi si innamora di un calciatore non può fare il dirigente”. Quarta: “Il calciatore è come il camionista: quando uno sale sul camion, io vedo subito se è bravo o no”. Quinto ed ultimo mantra: “Le squadre le vedi dai terzini e dall’asse centrale: se funzionano… sei in carrozza!”.

Il presidente che ha fatto grande l’US Avellino 1912, Antonio Sibilia. Dieci anni di ininterrotta permanenza nella massima serie del nostro campionato e tante felici intuizioni nelle scelte di mercato – ©️ ilriformista.com

Queste erano le regole d’ingaggio, cardini inossidabili del suo modo di intendere la vita, di Antonio Sibilia, il presidente che ha fatto grande l’US Avellino. Uomo schietto, figlio di un’Italia che uscì malconcia dalla Seconda Guerra Mondiale e che doveva fare della fantasia, del genio e dello spirito imprenditoriale la leva su cui costruire tutto il proprio avvenire. Nel dopoguerra, quando aveva 27 anni, gli affibbiarono il soprannome di ‘O ‘mericano, perché, smerciando con i soldati statunitensi, acquistò da loro due camion e una scavatrice, dando così origine al suo impero edile. Sulle pendici di una collina nei pressi di Avellino, ricostruì ex novo Mercogliano, il paese che gli aveva dato i natali il 4 novembre 1920. Sibilia fu un padre, un mecenate del calcio irpino e con le sue felici intuizioni fu in grado di prendere la tradizione locale e regalarle un decennio di attesissima e sbalorditiva militanza nella massima serie del nostro movimento calcistico. Dieci anni straordinari, fatti di campioni avvolti da un’aura leggendaria, di uno stadio inviolabile e di un senso di appartenenza emblematico, eccezionale e fiero, che impediva agli avellinesi di soccombere innanzi a coloro i quali gli facevano una pugnace visita tra i monti. Gianni Brera alla Domenica Sportiva affermerà:

“Questa squadra, l’Avellino, è la più bella realtà del calcio di provincia della storia italiana.”

Una realtà distante anni luce dalle logiche delle principali città dello Stivale, custode di tradizionalismi inveterati e di peculiarità sui generis celebrate da un legame imperituro con la propria terra, l’Irpinia.

Secondo un antico mito, una goccia di smeraldo liquido sgorgava da una delle colonne del tempio di Cibele. Lì, intorno al 1100, venne costruita l’abbazia di Montevergine, poco distante dalla città. Si dice che un giovane pastore irpino raccogliesse queste gocce per portarle in dono a chi era depresso o sfiduciato e che un sorso di tale bevanda ne riuscisse a mutare prodigiosamente l’umore prima tanto afflitto. Negli anni a seguire i monaci dell’ordine di San Benedetto notarono che il tutto era merito di alcune erbe cresciute al sommo della colonna e riuscirono a riprodurre la mitica goccia di smeraldo: era nato così l’Anthemis, uno dei liquori più sorseggiati di tutta la provincia. Il 23 febbraio 1947, in un derby tutto campano contro il Benevento, si decise quindi di indossare la maglia verde in onore di questa eccellenza locale e da quel giorno in avanti lo smeraldo non ha mai abbandonato le casacche degli irpini. In quella partita anche i beneventani non furono da meno: per onorare lo Strega, il liquore cittadino, scelsero una divisa gialla. È in questi piccoli gesti che si riesce a comprendere il rapporto osmotico che lega la città a qualsiasi sua rappresentanza esterna e il calcio è il volano più in vista del paese intero, una possibilità di riscatto e un termometro da tenere in grande considerazione per una società, quella irpina, atterrita da un catastrofico evento sismico, mentre sul rettangolo di gioco del Partenio, lo stadio cittadino, la compagine verde smeraldo dava il meglio di sé.

C’erano delle situazioni drammatiche, morti a terra, gente che tirava i propri parenti dalle macerie. C’è una cosa, però, che non dimenticherò mai: una signora, a piazza Libertà, mentre piangeva i suoi cari, mi disse: “Salvatore! Hai visto che è successo? Però, oggi, che bella vittoria abbiamo fatto!

Panoramica dello stadio Partenio prossimo, con ogni probabilità, alla demolizione e ricostruzione a partire dal 2024 ©️ anteprima24.it

Questo è un frammento indelebile del ricordo di quei giorni drammatici da parte di Salvatore Di Somma, difensore, che con la maglia dell’Avellino ha disputato 183 partite in 7 stagioni, da quella della promozione della serie B del 1977-78 e fino al 1984. È difficile immaginare come di fronte ad un’immane tragedia il pensiero di una persona comune possa andare ad un risultato sportivo come ragione di speranza, come ancora di salvezza. Farlo non vuole in nessun modo derubricare il dolore e la gravità dell’accaduto, ma raccontare come in passato lo sport, e il calcio su tutti, aveva un grande impatto sociale, che andava oltre i risultati, che legava i destini di un popolo e di un gruppo di calciatori ben al di là di un mero sport. È così che in un decennio di serie A è nata “la legge del Partenio”, una sorta di incantesimo di cui gli avellinesi giovavano tra le mura amiche. A casa loro non si vinceva, infatti, quasi mai. Gli scalpi illustri furono molti. Più di questo possono esemplificare efficacemente i numeri: in 10 campionati nella massima serie, i lupi hanno giocato 150 gare casalinghe, tenendo una media punti di 1,24 a partita. Un’enormità se si considera che all’epoca i punti in palio per una vittoria erano soltanto 2. Un vero e proprio fortino inespugnabile, che permise agli irpini di difendere sempre col coltello tra i denti la permanenza nel campionato di serie A. In 150 partite nella massima serie sono stati tanti i campioni e i personaggi iconici che grazie alla società verde smeraldo hanno ottenuto fama nazionale: da Adriano Lombardi, il capitano della storica promozione, il cui numero 10 è stato definitivamente ritirato e a cui è stato reintitolato il Partenio, dopo la sua prematura scomparsa a causa di una sclerosi nel 2007, al peruviano Gerónimo Barbadillo, un’ala destra capace di scatti brucianti e dribbling ubriacanti, che arrivò in Italia dal campionato messicano e che tra i monti irpini riuscì a farsi benvolere, pur provenendo da un mondo totalmente agli antipodi. Avellino lo adottò per tre stagioni, dandogli l’affettuoso soprannome di Tartufòn, perché il suo capello afro e il suo sorriso naturale ricordavano quelli dello storico attore protagonista dello spot dell’omonimo dolce che, ammiccando e canticchiando, assicurava a tutti che: “Tartufòn c’est bon!”. Ce ne furono molti altri di campioni: Ottavio Bianchi, Stefano Tacconi, Ramòn Díaz e Andrea Carnevale.

Il peruviano Barbadillo: estro e simpatia al servizio degli irpini e dell’immaginario collettivo ©️ pinterest

La personalità più emblematica sul piano sportivo è stata, però, indubbiamente il grande carioca Juary Jorge dos Santos Filho, o più semplicemente Juary.

Nel 1980, dopo 14 anni di autarchia a seguito della disastrosa spedizione del Mondiale 1966, dove la nazionale fu spedita a casa dalla tutt’altro che irresistibile Corea, la Serie A riaprì le porte agli stranieri. Gli irpini puntarono un giovane brasiliano in grande ascesa: Juary. Il ragazzo era promettente: aveva già vinto il campionato paulista ed era stabilmente nel giro della Seleção. Da Santos e il Santos, la squadra di Pelè, ad Avellino. Un salto, indubbiamente, nel buio. I lupi offrono ai Peixe 700.000$, quasi 590 milioni di lire, per assicurarsi le prestazioni dell’attaccante. L’unico che pare non essere propenso ad andare fino in fondo nella trattativa è il presidente Sibilia che, da uomo pragmatico quale era, alla vista del minuto attaccante solleva più di qualche dubbio. Arrivati in sede per la firma del contratto, Juary e Vinício, l’allenatore della compagine irpina, vengono immediatamente accolti dal commendatore: “Vinì! Io volevo nu’ attaccante e tu me aie portato chistu qua. Secondo te chistu e nu’ giocatore?”. Immediata la replica ferma del tecnico di Belo Horizonte: “Presidente, questo è un bravo calciatore. Lo metta sotto contratto”. Il presidente sentenziò allora: “Vabbuo’. Io il contratto glielo faccio. Ma se non vabbuono te ne mando prima a te poi a isso.”

Classica e sfrenata esultanza dell’estroso carioca e avellinese d’adozione Juary ©️ stylo24

Juary siglò, dunque, un contratto da 20 milioni netti a stagione e fugò immediatamente ogni dubbio o perplessità sul suo conto, diventando un autentico idolo della tifoseria, non solo per la sua caratteristica esultanza dopo ogni rete segnata fatta dimenandosi ritmicamente intorno alla bandierina del calcio d’angolo, ma anche per il temperamento solare e giocoso, per le memorabili prodezze in campo e per la grande intesa che seppe instaurare con la gente del posto.

L’Avellino è stata davvero una delle provinciali più incredibili del nostro calcio, capace, con la sua passione sconfinata, di far sentire a proprio agio tra i monti dell’Irpinia chiunque, anche chi proveniva dall’altra parte del pianeta.

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Samuele Virtuani
Nato a Milano il 4 maggio 2001, è un grande appassionato di Storia, soprattutto contemporanea, nonché accanito calciofilo fin dai tempi delle scuole medie. Da novembre 2020 è speaker presso Radio Statale, per la quale ha ideato e conduce "BigBang Effect", un programma per menti in cerca di idee esplosive.

2 Comments

  1. Bellissimo! Storia e passione sportiva fusi insieme e capaci di solleticare quella vena nostalgica insita in chi, quegli anni, li ha vissuti davvero. Avrei menzionato anche il mitico Fernando Veneranda, che nell’82 riporto la squadra in A e la mantenne con la sua teoria del punticino prezioso: SI SALVA CHI FA I PUNTI, NON CHI GIOCA BENE……mi ricorda qualcuno oggi,,,,,,ortomusso???? Mah

  2. Bello davvero . Fantastici amarcord dei tempi che furono quando il lunedì a scuola si commentavano oltre alle imprese/disgrazie delle nostre più blasonate squadre anche le salvezze col coltello tra i denti conquistate prevalentemente al partenio dall’ Avellino ( ci lasciò le penne anche il Milan stellato di Rivera sul gol di De Ponti se non ricordo male). Mi viene in mente una frase di un mio compagno di classe che si lamentava del mercato della sua squadra ( la Juve) che avendo aspirazioni differenti dalla squadra irpina sentenziò: ” a continuare ad acquistare giocatori dall’Avellino alla fine avremo anche la classifica dell’Avellino. Trattasi però di compagno e amico colto da irrefrenabile pessimismo leopardiano…

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