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Amarcord – Quando eravamo re: Il fugace dominio di Danny Granger

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“Amarcord” nasce con l’intenzione di riportare alla luce eventi, atleti, squadre e personaggi che hanno segnato la storia dello sport. Dai più noti a quelli meno conosciuti, uno sguardo all’indietro per ampliare la cultura sportiva anche di chi non ha potuto viverli in prima persona.

Nel grande libro dello sport vi sono pagine ampiamente conosciute e tramandate: sono quelle che narrano le gesta dei grandi campioni, eroi i cui risultati e le cui carriere fungono da esempio per i posteri e perenne asticella di confronto. Nel medesimo libro, però, vi sono anche tante pagine rimaste incollate tra loro, difficili da leggere: qui si trovano i talenti sprecati o incompiuti, centinaia di migliaia di nomi che – a volte per sfortuna, a volte per propria colpa – sono arrivati a un passo dall’immortalità sportiva salvo poi tornare loro malgrado nelle tenebre.

La storia dell’NBA è tristemente costellata di un grande novero di questo tipo di atleti, e nel recente passato tra i “What if” ben più blasonati – Andrew Bynum, Derrick Rose, Brandon Roy – trova spazio suo malgrado anche un’ala piccola da New Orleans che nel giro di pochi anni riuscì ad attirare su di sé i riflettori dell’intera lega, conquistando in egual misura tifosi e avversari: Danny Granger.

Prima della fulgida rinascita del team guidata dal leader maximo Paul George che nel biennio 2012/2013 – 2013/2014 condusse Indiana a due finali di conference consecutive contro gli Heat,  i Pacers hanno vissuto anni di estreme delusioni con stagioni fatte di molti bassi, pochi alti e rapide apparizioni in dimenticabili post season. Ma in mezzo a stagioni caratterizzate da un roster quasi mai competitivo e risultati ben poco soddisfacenti, la franchigia di Indianapolis ha potuto aggrapparsi al talento tanto splendente quanto breve del ragazzo di Grace King.

Approdato in NBA nel 2005 come specialista da tre punti – elemento che rimarrà estremamente centrale nel suo gioco – Danny Ganger bruciò sin da subito le tappe e le gerarchie della franchigia che gli ha dato fiducia, partecipando al Rookie Game al primo anno e superando la soglia dei cento tiri da tre punti al secondo.
Ma le triple non possono bastare per aiutare i Pacers a restare al passo dopo il ritiro della bandiera Reggie Miller: Granger, in concomitanza con l’accentrarsi del suo ruolo nel gioco di Indiana, amplia  il proprio arsenale offensivo dando sfoggio di imprevedibili attacchi al ferro grazie al proprio gioco istintivo, oltre che di una buonissima lettura difensiva che si traduce spesso nella stoppata. Un risultato personale che gli permettere di disputare da titolare tutta la seconda metà del campionato 2006 – 2007.

Ma è tra il 2007 e il 2012 che l’ala piccola costruisce la propria legacy: in questo lustro Granger ha dato sfoggio di un potere pressochè assoluto, guidando per cinque anni consecutivi i Pacers come miglior realizzatore della franchigia e configurandosi come inarrestabile macchina offensiva e leader dentro e fuori dal campo.

Il 2008 – 2009 è la miglior stagione della sua carriera. I 25.8 punti di media (ottenuti anche grazie al 40% da dietro l’arco) gli valgono la convocazione all’All star game e il premio di Most Improved Player. Granger inoltre è il primo giocatore di Indiana a superare la soglia dei 25 ppg in più di trent’anni: per trovare l’ultimo atleta in grado di riuscirci bisogna tornare al campionato del 1976 -1977, quando la guardia tiratrice Billy Knight si classificò secondo tra i marcatori. Anche stavolta però – come nel biennio precedente – il record dei Pacers è ampiamente insufficiente e la squadra, classificandosi al nono posto nella conference, resta fuori dalla corsa Playoff.

Bisognerà aspettare una piccola rivoluzione perché si arrivi alla luce in fondo al tunnel: nel 2011 la squadra si classifica ottava grazie a un nuovo e dinamico quintetto: oltre al protagonista di questa storia troviamo un giovane Darren Collison, Dunleavy, McRoberts e Roy Hibbert, in un crescente stato di grazia. La squadra riesce a classificarsi alla prima post season dal 2006 ma esce senza troppa gloria al primo round con Chicago, vincendo soltanto una partita. Granger guida come da copione i suoi mantenendo  i 21 punti di media con il 47% dal campo, dimostrandosi all’altezza del livello dei Playoffs.

Il canto del cigno arriva in maniera totalmente imprevedibile l’anno successivo: dopo essersi erto nuovamente a capocannoniere del team in regular season per l’ultima, Granger conduce il team alla seconda apparizione ai Playoff consecutiva dopo una stagione straordinaria terminata con 42 vittorie e 24 sconfitte, risultato che arriva grazie a un roster per la prima volta realmente competitivo ottenuto con l’inserimento in quintetto della rising star Paul George e il neo acquisto David West, approdato alla corte di coach Vogel a inizio stagione e reduce da anni di dominio solitario ai New Orleans Hornets. La franchigia supera  infine il primo turno contro i Magic e arriva alle semifinali di conference dove si deve arrendere in 6 gare ai futuri campioni Miami Heat: Granger chiude a più di 17 punti di media e quasi 6 rimbalzi di media.

E proprio in questo momento di massima efficacia della squadra che ha contribuito a tenere a galla per quasi sette anni l’incanto si rompe. Una tendinite al ginocchio sinistro lo costringe a saltare quasi totalmente la stagione seguente e le prime 25 partite di quella successiva. Rientra finalmente a dicembre sotto l’ovazione dei tifosi casalinghi, ma ormai non è più il giocatore di prima: il 20 febbraio del 2014 termina la storia d’amore tra  Indiana e Granger, il quale viene scambiato a Philadelphia e  si avvia verso un triste finale di carriera.

Nel giro di un anno e mezzo si accaserà ai Clippers, Heat, Suns e Pistons, entrando realmente in campo solo a Los Angeles ma senza mai tornare lontanamente il giocatore visto nel prime a Indiana. L’inevitabile ritiro arriva anzitempo nel 2015, esattamente a 10 anni dal suo ingresso in NBA.

Una convocazione all’All Star Game, il MIP e il secondo quintetto dei rookie sono tutto quello che rimane del palmarès professionistico di un giocatore a suo modo straordinario, capace di ergersi in pochissimo tempo a bandiera di una realtà ai margini della lega che conta. I riflettori si sono spenti presto su una carriera durata drasticamente poco e stroncata all’apice di una sinergia tra giocatore e franchigia che ha visto pochi eguali nell’ultimo decennio NBA, opacizzando uno di quei tanti nomi scritti nelle pagine più difficili da leggere del grande libro dello sport.

Immagine in evidenza: © Sporting News

Nicola Simonutti

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